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IL NOBILE SILENZIO / PROSPETTIVE BUDDHISTE

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Parlare del “silenzio” può sembrare un paradosso. Come ci ricorda S. Gregorio di Nazianzo, infatti, “il silenzio attiene al Mistero” (Oratio 8,22) e, quindi, all’ineffabile e indicibile. Con questa pubblicazione Matteo Nicolini-Zani, monaco della comunità di Bose, sinologo e coordinatore del gruppo italiano del Dim (Dialogo interreligioso monastico), introduce il lettore al “nobile silenzio” buddhista; a ciò che esso ha significato nella vita del Buddha e dei suoi discepoli, nella certezza che “nella storia umana è oggi necessario dialogare, e dialogare in silenzio” (p. 8). “Dialogare in silenzio”! Altro apparente paradosso se non fosse che il “silenzio” è la condizione di un vero ascolto reciproco.

Questo testo – scrive l’A. nella Premessa – “è nato diversi anni fa da un appello interiore, non esito a dire spirituale: espormi a un’altra modalità di silenzio, ascoltare un’altra declinazione del silenzio, lasciare che i suoni di questo silenzio che viene da lontano e scaturisce dalla riflessione e dalla pratica monastica buddhiste potessero far vibrare il silenzio della mia riflessione e della mia pratica monastica cristiana”.  Riflessione e pratica monastica sono, infatti, i poli attorno a cui si articolano queste pagine sul “nobile silenzio” che, scaturito dall’ineffabile esperienza dell’illuminazione del Buddha, ha attraversato i secoli come un “tuono”.

L’assordante “silenzio” del Buddha di fronte alle grandi questioni metafisiche: Dio esiste? Il mondo è eterno o temporale? Il mondo è finito o infinito? Il principio vitale è il corpo? L’anima esiste dopo la morte? è stato, lungo i secoli, oggetto di diverse interpretazioni. Vi è chi lo ha definito terapeutico, chi pragmatico, contemplativo, ontico e ontologico. È certo, tuttavia, che il “silenzio del Buddha” è, prima di tutto, monito a “tacere” di fronte all’ineffabile; a non imprigionarlo in qualsivoglia categoria mentale; a non ridurlo alle dimensioni della propria mente. È questa la non facile consegna che ha caratterizzato, e caratterizza tuttora, il cammino buddhista e la sua pratica.

L’A., ripercorrendo i testi della tradizione Theravada e Mahayana, scruta le implicazioni che il “nobile silenzio” ha avuto nella vita monastica buddhista, dai suoi inizi ad oggi. Lo fa da profondo conoscitore della spiritualità orientale, con la competenza che gli è propria, e da “monaco” cristiano che nel “silenzio” dell’altro sa cogliere un appello al “dialogo interiore”. Il testo si sviluppa due in parti: I. Dal silenzio del Buddha alle parole sul suo silenzio; II. Il silenzio del monaco buddhista,seguite da un’originale Conclusione, definita Apertura in poesia in cui sono citati alcuni versi del monaco e poeta giapponese Ryokan (1758-1831) particolarmente evocativi dell’“indicibile silenzio”.

Nell’Introduzione è citato il Diario asiatico di Thomas Merton, dove il monaco trappista narra l’esperienza del suo incontro con il “silenzio dei volti straordinari” dei grandi Buddha scolpiti nella roccia di Polonnaruwa, a Ceylon: “Sorridente silenzio” che tanto fascino ha esercitato su generazioni di cercatori spirituali.

Nella prima parte, l’A. ripercorre il cammino spirituale del Buddha storico, dagli inizi della sua vita ascetica all’esperienza trasformante dell’illuminazione, soffermandosi sul ruolo che in tale cammino ha avuto il “silenzio”: mezzo ascetico, prima dell’illuminazione; sacro sigillo della indicibilità del “perenne divenire di tutte le cose”, dopo l’illuminazione. Sinteticamente ma efficacemente, l’A. presenta poi la varietà di forme in cui il “silenzio” è presentato nelle Scritture primitive e nella letteratura Zen dove il «silenzio ha la forza critica di fendere ogni ‘forma’ e di infrangere ogni discorso che derivi da una coscienza e da una conoscenza convenzionali» (p. 25-26).

Infine, nella seconda parte vengono presentate “le declinazioni pratiche del nobile silenzio”: silenzio e rinuncia; silenzio e solitudine; silenzio e parola; silenzio e concentrazione mentale, che il monaco è chiamato a praticare al fine di maturare in sé le quattro attitudini positive della mente: maitri (benevolenza); karuna(compassione), mudita (gioia condivisa) upeksa (equanimità).

 Un libretto prezioso offerto “a tutti coloro che, a partire da un ascolto del nobile silenzio buddhista, sentono un appello profondo al dialogo interiore con un silenzio altro” (p. 8). Ci auguriamo che questo appello al dialogo interiore susciti analoghe ricerche in campo buddhista così che la sinfonia del silenzio risuoni di più ricche vibrazioni nella certezza che “è bene aspettare in silenzio la salvezza del Signore” (Lam 3,26).



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