Quale missione in America latina?
Gonzalo López Marañón, carmelitano scalzo di origine spagnola, dal 1970 al 2010 vescovo del Vicariato apostolico di Sucumbios (Ecuador), ha pronunciato la sua lectio magistralis qui stralciata il 23 febbraio 2011. Il testo acquista maggiore rilievo alla luce del conflitto ecclesiale apertosi nel Vicariato dopo la nomina di mons. Rafael Ibarguren ad amministratore apostolico.
Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discutevano, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. Ed egli disse loro: “Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?”. Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: “Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?”. Domandò: “Che cosa?” (Lc 24, 13-19).
MISSIONE COME CAMMINO E INCARNAZIONE
Il Vangelo è cammino. Ciò fa sobbalzare i cristiani accomodati. Infatti, non c’è missione senza cammino e, naturalmente, se lo stesso Gesù non cammina con noi. E quando si fa pellegrino, il Signore ci pone domande brucianti che esigono risposte lucide e decisioni radicali. Il testo di Gal 4,4-6 – “Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli” – allude alla massima e originaria decisione divina, che Giovanni Paolo II descrive come il “movimento dell’incarnazione”, che, a sua volta, esige dalla Chiesa altrettanta incarnazione nello spazio e nel tempo (cfr. Novo millennio ineunte 3).
IL MONDO LATINOAMERICANO
“Di che parlavate, dunque?”, chiese il viandante. “Ma, scusa, sei l’unico che ignora quello che è successo negli ultimi decenni in America latina? Non hai sentito parlare del Concilio Vaticano II, della conferenza di Medellín, della Teologia della liberazione, dell’opzione per i poveri, delle Comunità ecclesiali di base (Ceb), dei tanti martiri, profeti potenti in opere e parole davanti a Dio e al popolo, della cospirazione dei poteri spirituali e terreni, delle ineffabili democrazie, così ingenue e vendute, dell’intollerabile globalizzazione della miseria che tanta morte e crocifissione carica sulle spalle dei poveri? Non hai avvertito che la Chiesa si è bloccata, cammina a ritroso, che il mondo cattolico vive momenti di involuzione e perfino di ibernazione?”.
Certo “noi speravamo la liberazione dei nostri popoli; ma sono già passati più di tre giorni biblici da quando queste cose sono accadute! Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolto, son venute a dirci di aver avuto una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo, ma lui non l’hanno visto. Ed egli disse loro: ‘sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il popolo latinoamericano sopportasse queste sofferenze per entrare nella gloria?’ (Lc 24, 21-26)”.
Dopo tanti anni in Ecuador, sono giunto alla conclusione che in buona parte della popolazione latinoamericana abiti una sorta di masochismo collettivo: da una parte si denuncia la corruzione con furia profetica, dall’altra essa continua ad imperare ovunque, quasi naturalmente; si inneggia con slancio patetico alla bandiera, ma si getta fango sulla patria; si piagnucola sulle insopportabili sciagure dell’emigrazione, ma vi si trascina tutta la parentela. Nonostante tutto, sono contento di vivere in Ecuador perché posso vedere e toccare con mano il “piccolo popolo del Signore risorto”. Come sempre, anche qui il segreto sta nel raggiungere l’anima delle cose per riuscire ad amarle.
CHIESA, COMUNITÀ DI COMUNITÀ
Sull’Osservatore Romano di qualche anno fa – 15 luglio 2003 – lessi la statistica delle “forze vive della Chiesa”, del periodo 1978- 2001. Sono rimasto scioccato costatando che l’elenco riportava solo vescovi, presbiteri, diaconi, candidati al sacerdozio, religiose/i e il numero di battezzati; nessun apprezzamento per il “sacerdozio comune dei fedeli”, quasi a sottolineare l’inutilità del Vaticano II per il laicato. Questo aneddoto è senz’altro un allarme rosso per una Chiesa che si definisce in cammino e persegue l’incarnazione.
Comunque, a Sucumbios, abbiamo adottato tre “fili” per tessere un nuovo modo di essere Chiesa: “La sequela di Gesù, la comunità e i ministeri”. Dicevo che non c’è missione senza cammino. Ebbene, i missionari di Sucumbios hanno fatto della strada il proprio habitat, intuendo che il miglior riferimento per il cristiano non è il tempio, ma la comunità, che va cercata dove si trova, in cammino appunto. Solo così si fa la Chiesa “comunità di comunità”. In questo senso, è bene restituire, anche ufficialmente, al popolo di Dio semplice (anzitutto ai poveri) il diritto nativo alla santità, attraverso la sequela di Gesù. Diritto di cui, peraltro, ci eravamo indebitamente appropriati noi chierici e religiosi.
“Seguire Gesù”, ecco lo slogan che restituisce dignità e autostima ai laici nella Chiesa e li fa volare. Posso garantirlo in base alla mia esperienza.
A Sucumbios abbiamo privilegiato le Ceb, secondo lo spirito e la lettera della Conferenza di Medellín e di quelle successive (Puebla, ecc.). Così non esiste angolo nella foresta del nordest ecuadoriano, per quanto remoto, in cui non ci sia una comunità. La lunga esperienza fatta ci dice che la piccola comunità richiama alla verità per farci uscire da un certo incantamento religioso, in modo da rendere più cristiani i preti, i vescovi e gli stessi religiosi: non c’è dubbio che la comunità dei semplici è un gran bene per tutti e ha un infallibile potere di guarigione. Ma come comportarci coi “movimenti ecclesiali”? A Sucumbios abbiamo chiesto loro di entrare nella Chiesa passando attraverso il filtro della comunità. Ora è una gioia constatare il reciproco arricchimento tra movimenti e Ceb. Nessun movimento può dispensare la comunità, la quale anzi aiuta la Chiesa ad essere comunità di discepoli aperta a tutti.
La “Chiesa comunità” ha una provata e inesauribile creatività pratica. Quindi i diversi mi nisteri e carismi devono essere orientati alla comunità, per esprimere coerenza di fede, efficacia pastorale e salute mentale di tutte le componenti ecclesiali. In questa linea i ministeri laicali e quelli ordinati sono l’anima della piccola comunità. Perciò meritano un’attenzione speciale. A Sucumbios abbiamo una Scuola di ministeri curata con estrema attenzione: vi entra solo chi ha dato prova di equilibrio umano e di idoneità pastorale. A volte penso che se chierici e religiosi passassero per questo crogiolo, eviteremmo molti problemi di discernimento vocazionale e molte pene alle comunità ecclesiali. Per questo a Sucumbios anche noi chierici integriamo la Scuola dei ministeri, insieme ai ministri laici, favorendo così un ambiente di relazione e formazione condivisa che aiuta a curare, prevenendole, future tensioni e diffidenze. D’altro canto, quanto guadagnerebbero il mondo e la fede se i ministeri laicali nascessero in modo più naturale e pluralista e non, come spesso accade, attraverso sofisticati metodi di controllo clericale. Ciò renderebbe la convivenza ecclesiale e sociale più umana e umanizzante, secondo i principi del regno di Dio.
CONCLUSIONE
Costruiamo, quindi, la Chiesa come comunità fedele alle sue origini: comunità di discepoli del Signore, di ministeri e carismi, a servizio della causa del Regno. Edificare questa comunità è, naturalmente, il primo compito della Chiesa, speranza di una evangelizzazione nuova e duratura. Questo abbiamo tentato di fare a Sucumbios e in molte parti dell’America latina. Questa è la mia testimonianza, che leggo in filigrana in quella dei discepoli di Emmaus, i quali “riferirono agli undici ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane” (Lc 24,35).
Dal punto di vista pastorale, in America latina, il pane è la piccola comunità ecclesiale di base o, in termini più comprensivi, la “comunità vivente”: sono esse il pane spezzato da Gesù e riconosciuto nella locanda sulle strade di Sucumbios, per la gloria di Dio e il servizio del suo Regno.
Per questo possiamo affermare: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone” (Lc 24,34).
(Traduzione e adattamento di Mauro Castagnaro)







