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La risposta dell’Occidente fa il gioco dei terroristi

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L’Occidente, reagendo con gli schemi consueti e riproponendosi come “gendarme del mondo”, non fa che aggravare la situazione.
Non pare esservi altra via d’uscita che il rilancio di un’autorità universale: efficace, autonoma, autorevole e realmente rappresentativa di tutti i popoli.

Da molti è stato detto: dopo l’11 settembre il mondo non è più come prima. Eppure sembra di assistere ad un film già visto: la guerra come unica risposta all’attacco, stavolta di un nemico feroce ed invisibile, capace addirittura di colpire al cuore la maggiore, forse unica, superpotenza mondiale. Una guerra che, giorno per giorno, si dipana in sequenze del tutto simili alle altre di quest’ultimo decennio (il Golfo, il Kosovo...); attorno ad essa, anche questa volta, il sistema dei mass media costruisce un’infinita quantità di “informazioni” virtuali, di metafore suggestive (bombe intelligenti, operazioni chirurgiche, effetti collaterali...), di scenari geopolitici, che occultano quasi del tutto la tragica realtà della guerra.

Potremmo chiederci, allora: ma se dopo l’11 settembre tutto era cambiato, perché la risposta invece è la stessa? È evidente il bisogno dell’amministrazione Bush di soddisfare la richiesta di buona parte dell’opinione pubblica americana perché gli Usa dimostrino di reagire con prontezza ed efficacia, perché si colpisca con determinazione chi ha prodotto la devastazione delle Torri gemelle, perché comunque si metta in campo contro il nemico tutta la propria potenza di fuoco. Tuttavia, fra gli osservatori più riflessivi, probabilmente anche all’interno del gruppo dirigente nordamericano, non può non affacciarsi il dubbio che la strada imboccata sia improduttiva, anzi alla lunga forse addirittura controproducente e che vi sia il rischio di ritrovarsi in un vicolo cieco.

Un dato nuovo e imprevisto complica la gestione della guerra: la perdita del monopolio dell’informazione e la presenza di una Cnn araba che a sua volta “manipola” anch’essa, come i mass media occidentali, la propria opinione pubblica, ma in un senso esattamente opposto. E così, come i morti innocenti delle torri annichiliscono gli animi angosciati degli occidentali, i caduti incolpevoli della guerra diventano per gli arabi e gli islamici uno stillicidio quotidiano di insopportabile orrore. E le sofferenze, la rabbia, i rancori, il bisogno di vendetta si incrociano nell’etere e nei sentimenti dei popoli e alimentano una spirale pericolosissima che prefigura, ancorché si voglia scongiurarlo ad ogni piè sospinto, lo “scontro di civiltà”, esito sciagurato e colmo di sofferenze per l’umanità futura.

Sta qui, al di là della propaganda, il grande tema su cui occorre riflettere con senso di responsabilità e con ponderatezza. Come sia possibile colpire e neutralizzare il terrorismo senza approfondire il fossato che divide una parte del mondo, l’Occidente, da quell’altra parte che da questo si sente oppressa, in certi casi umiliata, e che oggi si aggrappa all’islam come speranza di riscatto? E come evitare che in questo contesto la reazione sconsiderata dell’Occidente arruoli masse sempre più numerose fra i simpatizzanti degli estremisti islamici? Come togliere consenso agli agitatori della “guerra santa” come arma legittima dei popoli islamici per punire coloro che, gli Usa innanzitutto, si sono arbitrariamente assunti il ruolo di gendarmi del mondo?

RILANCIARE L’ONU

È del tutto evidente che l’Occidente, con la risposta secondo gli schemi consueti, sperimentati dalla fine del bipolarismo in poi, riproponendosi come “gendarme del mondo”, non fa che aggravare la situazione e annullare gli eventuali successi tattici, peraltro incerti (cattura di Bin Laden, sconfitta dei Talebani), in una prospettiva futura di un mondo sempre più devastato dal rancore, dall’odio, dal desiderio di rivalsa e di vendetta.

Nell’incertezza del primo mese dopo l’11 settembre si poteva pensare che questa consapevolezza albergasse anche nel gruppo dirigente nordamericano. I meccanismi infernali della guerra, il prevalere necessario della propaganda, sembrano invece aver oggi offuscato la complessità e pericolosità della situazione (ultimo arrivato il nostro paese, impaziente di mostrare comunque i muscoli, con un’irresponsabilità e leggerezza sconcertanti). Eppure non pare esservi una via di uscita stabile dal drammatico impasse in cui si trova il mondo, se non rilanciando l’idea e la pratica conseguente di un’autorità universale, davvero al di sopra dei particolarismi e rappresentativa non solo delle singole nazioni e popoli, ma anche delle diverse culture, religioni, civiltà, e quindi da tutti riconosciuta.

Un’autorità emancipata dai veti delle grandi potenze e dall’ingombrante predominio degli Usa, a cui viene affidato da tutti il compito di regolare i conflitti, di dettare le norme della convivenza, di giudicare con imparzialità chi trasgredisce e di neutralizzare con strumenti efficaci chi è riconosciuto colpevole.

Rilanciare l’Onu, quindi. “Utopia pacifista, aria fritta o, peggio, alibi offerto ai terroristi”, come dicono in molti? Sappiamo che questa ipotesi, di un sistema di regolazione internazionale dei conflitti, è una vecchia idea circolata inutilmente nel corso del Novecento dopo la prima guerra mondiale, consumata dal prevalere dei nazionalismi e dei fascismi, prima, e dal bipolarismo paralizzante dei due blocchi ideologici, poi.

E tuttavia oggi il problema è di straordinaria ed inedita attualità. L’alternativa è quella dell’unum imperium unus rex, dell’unico gendarme del mondo, gli Usa, con il suo corollario di alleati, che continua ad imporsi con la ragione della forza: ma con quali costi e con quali tragedie per l’umanità, con quali incertezze per un futuro di convivenza pacifica fra i popoli?

Oggi per la prima volta potrebbe apparire a tutti più ragionevole e più conveniente, perfino agli Usa, praticare quell’utopia, di un Onu efficace, autonomo, autorevole e realmente rappresentativo del mosaico di popoli e culture presente sul Pianeta.

MISSIONE OGGI.



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