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LA POLITICA: CHE COS’È?

Comincio con un aneddoto che apparentemente non c’entra nulla. Prima di entrare in politica, nel ‘94, Berlusconi invitò Martinazzoli ad Arcore per convincerlo a mettere insieme il Partito polare, Fini e la Lega. Al termine del colloquio, che Martinazzoli definisce sgradevole per entrambi, Berlusconi sempre più nervoso chiede: “Ma perché non possiamo fare politica insieme?”. E Martinazzoli: “Perché abbiamo un concetto diverso della politica: per lei la politica è fare i suoi interessi, per me la politica è fare gli interessi degli altri”.

Perché racconto questo aneddoto? Perché se è vero quello che ci ha spiegato il professor Revelli e cioè che in questi anni otto punti percentuali del Pil si sono spostati dai salari ai profitti, vuol dire che c’è stato qualcuno che ha fatto una politica che non era negli interessi degli altri, ma di se stesso. Dunque c’è una responsabilità molto forte da parte di chi ha avuto la possibilità di gestire le sorti del nostro paese, ma anche dell’economia mondiale, perché non è un fenomeno che si è verificato solo in Italia. Nella crisi economica che stiamo attraversando, dunque, è vero che c’è stata una contrazione dei profitti e una difficoltà negli investimenti, ma hanno patito più i lavoratori che non le imprese e si sono contratti più i salari e gli stipendi che non i profitti delle imprese.

Come vedrete non farò una vera sintesi. Vorrei invece, partendo dagli interventi dei relatori, elencare una serie di domande per continuare la riflessione.

1. Il quadro descritto dal prof. Revelli è per molti aspetti inquietante. La prima domanda che metterei in elenco pensando alla sua relazione è: perché sono soprattutto i deboli e i poveri a dare ai ricchi e ai forti la possibilità di agire politiche che sono contrarie agli interessi dei deboli? Quale meccanismo si scatena perché uno non premi o non cerchi di farsi rappresentare da qualcuno che ha veramente a cuore le sorti delle persone “normali”?

2. Un’altra domanda mi nasceva dal concetto di invidia. Guardandoci attorno è facile vedere che anche in noi, spesso, c’è quest’invidia dell’altro. Anche sul lavoro è passato il concetto per cui i diritti dei lavoratori a tempo indeterminato sono considerati privilegi, soprattutto da parte di chi ha un lavoro precario o addirittura non ha un lavoro. Non c’è l’idea che bisogna allargare i diritti e, dunque, che anche i precari devono usufruire dei diritti – che non sono privilegi – degli altri lavoratori. Si è fatta largo l’idea che bisogna togliere qualcosa a qualcun altro. Perché nelle nostre società si è insediato questo tarlo – pericolosissimo – che non porta ad un arricchimento di ciascuno, ma ad un indebolimento di tutti e in particolare delle classi più deboli?

3. Un altro interrogativo che mi sorgeva è: perché c’è questo senso di colpa dei poveri e com’è possibile pensare che la povertà sia una colpa? Si sente ormai dire, senza pudore: “Se sei povero è colpa tua; se sei povero sei un peso per la società; se sei povero le politiche sociali devono spendere risorse che potrebbero andare al benessere degli altri”.

4. Un’altra domanda riguarda le energie personali: perché è così difficile investirle nei propri paesi d’origine, nelle proprie città e regioni? Vengo dalla Calabria e mi faceva riflettere ed emozionare la testimonianza di Venera Protopapa, dall’Albania. Amo profondamente Brescia, anche se ci vivo solo da poco più di due anni, ma mi chiedo perché mi è così facile impegnare le mie energie qui e invece non riesco a spenderle per la Calabria, così come lei se lo chiedeva rispetto all’Albania. Quale meccanismo si è creato per cui ci sono nazioni, regioni che sembrano irrimediabilmente perse? Se penso alla Calabria, provo un profondo senso di disagio e di colpa e considero che non faccio abbastanza per la mia terra. Forse sono superficiale, non ho abbastanza forze, fatto sta che non ho il coraggio di tornare nella mia terra pur ammirando moltissimo quelli che ci sono rimasti. E questo succede a molte persone.

5. Un’altra domanda riguarda il perché non ci indigniamo quando le parole non corrispondono ai fatti. Si è fatto riferimento al Family day: si fa un gran parlare di famiglia, ma poi non ci sono politiche sociali adeguate. Nel governo precedente c’era un ministero, presieduto dalla Bindi, che ha fatto molte cose per la famiglia, ma è ricordato solo per i “Dico”. Fra l’altro, se esaminiamo di cosa si trattava davvero, percepiamo che era un modo per allargare i diritti. Non era un disegno di legge per legittimare i matrimoni gay ma per facilitare la collaborazione tra le persone. Purtroppo ci siamo fidati dei titoli della stampa e della strumentalizzazione politica, non siamo andati a vedere a fondo cosa significava e cosa avrebbe portato in più e meglio quel disegno. Allora perché anche noi, pur avendo a disposizione tanti strumenti, a partire da internet, non riusciamo mai ad approfondire le questioni e andiamo avanti per slogan? Su questo punto dovremmo fare un esame di coscienza, anche rispetto agli altri paesi.

6. A proposito di altri paesi, padre Battistella ci spiegava il fenomeno migratorio nelle Filippine e nel Sudest Asiatico. Su questo vorrei porvi un’altra domanda: perché consideriamo le cose sempre e soltanto dal punto di vista economico? Anche la migrazione è affrontata senza riguardo alle motivazioni e ai diritti di chi emigra, ma verificando soltanto se c’è un vantaggio economico da trarre dal migrante e dall’immigrazione. Non vengono considerati i diritti dei migranti neppure in un paese come l’Italia che ha una Costituzione all’avanguardia su questo punto. L’articolo 10 ci dice, infatti, che lo straniero al quale nel suo paese non sono riconosciuti i nostri diritti e le nostre libertà democratiche ha diritto di chiedere asilo. Perché i nostri costituenti hanno voluto questo? Perché loro stessi durante il fascismo erano stati accolti e ospitati dai paesi che avevano diritti e libertà democratiche che noi non avevamo. Oggi, quando si parla di immigrazione e di emergenza non si fa mai riferimento al fatto che da noi ci sono diritti che in altri paesi sono negati e dunque c’è un principio, da rispettare, di allargamento di uguaglianza esteso al di là dei confini della nostra nazione. Non si tratta di un privilegio o di buonismo, è un altissimo livello di civiltà.

7. La nostra Costituzione prevede anche il diritto al lavoro. In questi giorni stiamo sentendo l’attacco all’articolo 1 (la Repubblica fondata sul lavoro). Anzitutto bisognerebbe ricordare che i principi fondamentali della Carta costituzionale non sono modificabili. In ogni caso non c’è da far riferimento soltanto all’articolo 1. La Costituzione prevede anche che il lavoro sia remunerato in misura tale da consentire al lavoratore di mantenere sé e la propria famiglia. È questo che manca oggi. Abbiamo sentito che tra i nuovi poveri ci sono anche persone che hanno un lavoro. È la prima volta che accade. In passato avere un lavoro dava garanzie di non cadere in povertà. Come mai allora questo stato di fatto, che non sarebbe consentito dalla Costituzione?

8. Tornando alle migrazioni, padre Battistella diceva che emigra chi può emigrare. Continuando nelle domande mi chiedo: e chi resta? Chi resta è il più povero dei poveri. E allora quali politiche, quali azioni anche internazionali dovremmo mettere in campo? Oppure dobbiamo rassegnarci a questa separazione tra poveri e ricchi, tra intoccabili e casta superiore.

9. Padre Paggi e Munda ci raccontavano l’esperienza dei fuoricasta in Bangladesh. Ma anche noi abbiamo dei fuoricasta. È stato toccato brevemente il capitolo dei nomadi. Per noi i nomadi sono degli intoccabili. Mi veniva in mente, durante l’intervento di don Colmegna, che quando noi parliamo dei nomadi non lo facciamo mai in termini concreti, indicando soluzioni. Per noi sono persone che non devono stare nei campi, avere case popolari e neppure altre case. Se la Caritas riesce ad affittare qualche appartamento, il condominio insorge. E allora dove devono stare queste persone? Se sono italiani, non possono neanche essere espulsi. Qual è la soluzione? Devono scomparire? Essere invisibili? Ecco, i nomadi sono i nostri fuoricasta. Ma per noi cristiani è possibile che ci siano dei fuoricasta, dei senza casa, dei senza terra?

Abbiamo sentito Munda, il primo laureato della sua tribù, che diceva che senza terra non c’è vita e che la grande opera che stanno facendo i missionari è quella di ridare la terra.

Ecco, credo che noi, rispetto alle povertà di casa nostra, siamo chiamati, da cristiani, a ridare la terra agli altri.



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