Lampedusa, Un nuovo santuario contro una cultura di esclusioni
I SINTOMI DELLA CRISI ETICA
Vorrei partire da una frase di Martin Buber: “Noi siamo le persone che incontriamo”. In questo convegno abbiamo parlato di relazioni, condizioni di povertà, ma il dato che emerge in maniera prepotente è che ci troviamo ormai in un Occidente e in un’Italia in cui si diffonde una cultura dei recinti, delle esclusioni, degli steccati, dove diventa convinzione sempre più comune l’impossibilità di incontrarsi tra le differenze, di integrare ed includere cittadini stranieri, l’incompatibilità tra diverse culture e religioni, sicché continuiamo a ripetere stereotipi ricreando nuovi recinti, non solo virtuali, ma anche fisici.
Promuoviamo una cultura che deteriora le convivenze civili e legittima una malacoscienza politica, che caratterizza sempre di più le nostre comunità, una malacoscienza farcita di un vocabolario di morte: rancore, odio, xenofobia, spaccature, fratture sociali, esclusione, ripudio delle alterità. Tale vocabolario viene accettato e acquisito come legittimo, con il conseguente sdoganamento di atteggiamenti xenofobi e razzisti. Nel linguaggio corrente al bar, al lavoro, sul bus, viene introiettata una cultura della separatezza e della rottura delle relazioni solidali, in un contesto di normalità e banalità spaventose.
I tempi in cui viviamo stanno creando strati di contrapposizione tra le povertà, di concorrenzialità esasperata, invidie, in cui si incrociano, a livello sociale ed economico, gli interessi contrapposti di alcune categorie dominanti. I poveri spesso stanno a guardare. Stiamo vivendo una condizione di pluralizzazione delle nostre comunità che crea paure e angosce e richiede riposizionamenti delle funzioni e rappresentanze a livello sociale, oltre che un processo di rinnovamento nelle strategie di costruzione di relazioni sociali. Una complessa rinegoziazione delle strutture di organizzazione sociale e delle rappresentanze che costituiscono l’ossatura della nostra convivenza democratica.
È chiaro che un contesto di povertà diffusa e strutturale, che va al di là dell’economia e viene descritta con il paradigma della mobilità umana, sta portando ai nostri occhi le povertà del mondo, non quelle estreme, ma quelle che sanno prevedere e scegliere. Le miopie politiche e le ingiustizie, di cui è responsabile anche il nostro paese, hanno creato ai bordi dell’Italia un immenso cimitero qual è il mar Mediterraneo.
LE VITTIME DEL “MURO” MEDITERRANEO
Le vittime del muro di Berlino sono state circa 220, quelle del “muro” del Mediterraneo sono già salite a oltre 17mila. Tale situazione, orribile, non riesce a suscitare lo stesso allarme sociale e culturale che ha provocato il muro di Berlino, e questo perché c’è una complicità ottusa e diffusa, anche se talvolta non percepita, che fa dire: “io non c’ero”, “io non c’entro”. E questo pur avendo legittimato con il voto un atteggiamento di rottura, di condanna a morte di migliaia di persone; stando in poltrona abbiamo condannato migliaia di persone, senza la percezione di essere complici di questa deriva di esclusione e di chiusura di fronte alle povertà.
Basta vedere quel che sta succedendo a sud del Mediterraneo. Si è lanciato l’allarme sociale per l’invasione di tunisini e di altri popoli strumentalizzando paure e fragilità esistenti nella nostra comunità; per coagulare un consenso politico, che diventi di negatività nei confronti degli altri, si minimizzano le vittime o si cancellano bellamente dalla memoria. Per assurdo l’omicidio di una ragazza in Italia, avvenuto all’interno della cerchia familiare, tiene morbosamente banco più di migliaia e migliaia di omicidi, a dir poco colposi, messi in atto dal sistema Stato.
Ora nonostante queste situazioni, che potrebbero indurre ad uno stato depressivo, occorre saper vedere anche un “ascensore” che salga ai piani migliori, lasciando i sotterranei.
PROPOSTE DI SPERANZA
Quali proposte di speranza per il futuro? Mi sembra che la testimonianza di Venera Protopapa – giovane donna albanese, che ha dato una lettura di grande responsabilità nell’esercizio di una cittadinanza attiva condivisa da altri milioni di concittadini stranieri che vivono sul nostro territorio – e le riflessioni di don Colmegna e don Nicolini – che vanno ben oltre le questioni della politica o dell’economia – tocchino la responsabilità individuale di ciascuno di noi nella difesa di chi non ha voce.
Sono riflessioni che vanno a grattare le nostre coscienze, ma che possono diventare anche un progetto politico, una cornice su cui lavorare: come ricostruire tessuto sociale, connettere le maglie slabbrate delle nostre relazioni di solidarietà, che anche nella città di Brescia, storicamente solidale e riformista, cattolica, sono ormai rotte.
Abbiamo avuto nella nostra città la denuncia di alcuni cittadini marocchini per istigazione all’odio razziale. Ci vien da chiedere come mai i tribunali italiani non abbiano ancora condannato per istigazione all’odio razziale un Borghezio, un Calderoli e un Bossi. Questo può portare l’istituzione a perdere significato, autorevolezza, per cui ciascuno è legittimato ad istigare, condannare, discriminare o addirittura ad uccidere persone. L’Italia di questi tempi vede imprenditori, padroni, che uccidono i propri dipendenti solo perché chiedono di essere pagati per il lavoro svolto.
In un contesto di paraschiavismo diffuso non viene accettato che venga richiesto il dovuto.
È uno dei segni del grande decadimento culturale di questo paese, che non è più in grado, anche a causa delle sue istituzioni, di riconoscere giustizia e diritti che dovrebbero essere garantiti ad ogni cittadino, straniero incluso. In molti comuni d’Italia, soprattutto nel Nord e nel bresciano in particolare, si escludono a priori e a prescindere dai diritti sociali molti cittadini immigrati, spesso anche cittadini italiani dei comuni limitrofi. Sono state fatte 23 cause per discriminazione nei confronti di amministrazioni comunali, sostenute dalla Fondazione Guido Piccini, dalla Cgil di Brescia e dall’Asgi, e quel che è curioso è che praticamente tutte sono state vinte. La destrutturazione dello Stato è già iniziata con il municipalismo esasperato della cosiddetta “riforma federalista”, che creerà 5.600 staterelli autonomi in molte decisioni che riguardano i cittadini intaccando l’assioma costituzionale della uguaglianza di tutti i cittadini.
Così come lo stato sociale è stato pesantemente intaccato da una ideologia sussidiarista, che spesso poco o nulla ha a che vedere con una corretta sussidiarietà.
Il rapporto fiduciario cittadino-Stato viene delegato a realtà intermedie che gestiscono per suo conto uffici e servizi, senza aver prima interpellato sulla questione la popolazione affinché possa esprimere eventualmente un suo consenso dichiarato. La relazione cittadino-Stato viene deresponsabilizzata. A fronte di 23 cause vinte è evidente l’esistenza di un sistema discriminante messo in atto a livello istituzionale, ma c’è anche una cultura politica che lo sostiene e che lo propone raccogliendo ampio consenso. Questo rappresenta i sintomi di una grave crisi etica e morale delle nostre comunità, altro che le enfatizzate comunità solidali.
Abbiamo un collettivo di singoli egoisti e di comunità che creano steccati, spaccature e sezionano, contrapponendole, le stesse rappresentanze sociali a livello locale, nei nostri comuni.
DAL CONVEGNO SEI PROPOSTE DI SPERANZA
1. Imparare a leggere gli eventi
Per essere in grado di rappresentare una minoranza etica e responsabile, che cerca di andare a fondo delle questioni, è necessario imparare a leggere gli eventi, per comprenderli e farli conoscere ad un pubblico più ampio.
2. Avere il coraggio della profezia
Urge il coraggio della parola per non essere complici di derive che vanno a delegittimare le dignità delle povertà che ci stanno intorno. I poveri non sono poveri per colpa. Occorre proporre una parola che sappia creare relazioni e generare incontri.
3. Non abbandonare le posizioni civiche
É obbligo dimostrare coerenza nella resistenza, non abbandonando le posizioni civiche che sono lo strumento per salvaguardare i rapporti democratici tra cittadini e garantire l’assetto democratico del nostro paese.
4. Fare l’opzione dei poveri
Avere il coraggio di prendere parte e di prendere partito, facendo l’opzione dei poveri senza cedere a lusinghe. Lusinghe fatte anche alla Chiesa: può accadere che non si denuncino povertà e ingiustizie per avere il tempo di negoziare con mammona.
5. Avere il coraggio di una pedagogia di riconciliazione
Per sostenere un rapporto di giustizia che faccia pendere l’ago della bilancia verso le fragilità, in modo da dare sostegno ai deboli, fiducia e speranza ad una comunità solidale, è necessario avere il coraggio di una pedagogia di riconciliazione sociale.
6. Organizzare nuovi pellegrinaggi della memoria
Non solo verso i campi di concentramento di tutti tempi, ma anche verso l’abissale campo di concentramento che è diventato il Mediterraneo: Lampedusa potrebbe essere un nuovo santuario.






