PAPA FRANCESCO / LINEE DI RIFORMA
Nell’insegnamento di Francesco si possono rinvenire alcune fondamentali linee di riforma: la sinodalità della Chiesa e il superamento di una sua visione universalista; l’importanza di una collegialità intermedia; il papato e la realtà del sinodo dei vescovi.
LA SINODALITÀ
Con Francesco, il tema della sinodalità è tornato prepotentemente alla ribalta. Il papa l’ha riportato al centro dell’attenzione ecclesiale ed ecclesiologica, soprattutto attraverso il discorso tenuto nel 50° dell’istituzione del Sinodo dei vescovi, il 17 ottobre 2015, divenuto ormai fondamentale per la sua visione di Chiesa. Francesco vi afferma che la strada della sinodalità consente di attivare sinergie in vista della missione; e che la sinodalità è “dimensione costitutiva della Chiesa”. Il fondamento è da rintracciarsi nel fatto che la Chiesa è il popolo di Dio; che tutti i cristiani sono unti dallo Spirito ed esiste perciò un sensus fidei che la rende infallibile in credendo (nel credere); e che non si può separare rigidamente Chiesa docens (docente) da Chiesa discens (discente). All’interno della Chiesa nessuno può essere, infatti, al di sopra degli altri. Chi assume il ministero è piuttosto al servizio altrui.
Occorre richiamare soprattutto il fatto che, affinché sia realmente percepito il sensus fidei, vi è – secondo il papa – la necessità di un ascolto, che investe la Chiesa a tutti i livelli e in tutti i soggetti: nella consapevolezza – ha suggerito con finezza antropologica – che ascoltare sia più del semplice sentire (cfr. anche EG 171). La sinodalità riguarda, pertanto, la Chiesa ad ogni livello; ed è essenziale perché nell’ascolto di tutti si oda la voce dello Spirito.
Tale discorso concerne la questione della riforma, in quanto obbliga a chiedersi dove si dia la Chiesa, quale sia il primo e fondamentale livello nel quale si tratta di realizzare l’ascolto reciproco, che fonda il camminare insieme.
IL SUPERAMENTO DI UNA VISIONE UNIVERSALISTA
Si sa come al Vaticano II ci sia stato un ripristino della visione secondo cui quelle locali sono realmente Chiese e della prospettiva che vede la Chiesa quale communio Ecclesiarum (comunione di Chiese). È risaputo, altresì, come il ricupero di tale ecclesiologia sia avvenuto all’interno di una cornice ancora tendenzialmente universalista di Chiesa. Un emblema di ciò è dato dal fatto che il collegio dei vescovi è visto ancora come realtà in parte slegata dalla comunione delle Chiese (cfr. H. Legrand, “Communio Ecclesiae, communio Ecclesiarum, collegium episcoporum”, in A. Spadaro-C.M. Galli, a cura di, La Riforma e le riforme nella Chiesa, Queriniana 2016, pp. 159-164).
Francesco pare orientarsi con decisione verso una concezione dell’universalità non come realtà previa all’esistenza concreta delle Chiese locali (cfr. W. Kasper, Papa Francesco. La rivoluzione della tenerezza e dell’amore, Queriniana 2015, p. 73). È significativo il modo in cui in EG 30 parla della Chiesa particolare, quale porzione della Chiesa cattolica, in cui è veramente presente la Chiesa di Cristo: significativo è il rimando, in nota, a Christus Dominus 11, uno dei testi nei quali in modo più maturo il Vaticano II ricupera ed esprime una teologia della Chiesa locale.
Si comprende allora perché, con queste premesse, la sinodalità debba anzitutto realizzarsi per il papa a livello di Chiesa locale e comporti una necessaria riforma degli organismi di partecipazione, di cui ciascuna Chiesa si dovrebbe servire. Nel suddetto discorso Francesco dichiara infatti: “Il primo livello di esercizio della sinodalità si realizza nelle Chiese particolari”. E quanto agli organismi di partecipazione afferma: «Soltanto nella misura in cui questi organismi rimangono connessi col “basso” e partono dalla gente, dai problemi di ogni giorno, può incominciare a prendere forma una Chiesa sinodale: tali strumenti, che qualche volta procedono con stanchezza, devono essere valorizzati come occasione di ascolto e condivisione».
Le parole del papa mostrano la coscienza, comune a molti oggi, che tali istituti abbiano attraversato una crisi e debbano essere rivitalizzati. Egli rimanda al Diritto e non pare offrire soluzioni preconfezionate. Si può interpretare ciò nell’orizzonte di una reale soggettualità di ogni Chiesa locale, chiamata a prendere in mano il proprio destino. È tuttavia opportuno notare come vi sia nelle parole del papa un chiaro indirizzo: tali organismi di partecipazione non devono essere solo luoghi di organizzazione delle attività ad intra, in quanto devono partire dai problemi di ogni giorno che la gente vive; e non risolversi solo in luoghi di ascolto, ma anche di condivisione. Non si dice che cosa si è chiamati anzitutto a condividere ma, alla luce delle linee di fondo dell’ecclesiologia presente in Francesco, si può sensatamente pensare che si tratti primariamente della fede concretamente vissuta e trasmessa.
CONFERENZE EPISCOPALI E COLLEGIALITÀ INTERMEDIA
Dal momento che ciascuna Chiesa esiste, però, nella communio con tutte le altre e anzitutto con la Chiesa di Roma, che presiede nella carità (secondo la nota espressione di Ignazio di Antiochia), ne consegue che la sinodalità debba allargarsi ad altri livelli; e venga a coinvolgere i vescovi che presiedono le Chiese e devono “rappresentarle”. Si tratta, in questo caso, di ciò che va sotto il nome di collegialità episcopale. A tal riguardo e, specificamente, a livello di quanto viene espresso in termini di collegialità intermedia, pare di percepire le principali istanze di riforma da parte di Francesco.
È stato un tema piuttosto dibattuto nei decenni postconciliari. A dispetto di quanti hanno sostenuto che vi sarebbe un “effettivo” esercizio di collegialità episcopale anche nel caso di conferenze episcopali nelle quali partecipano solo i vescovi di un determinato territorio, vi sono stati quanti hanno invece ritenuto che un effettivo esercizio di collegialità si avrebbe solo con la partecipazione di tutti i vescovi: negli altri casi si esprimerebbe solo una collegialità “affettiva”. Assumendo quest’ultima posizione, sarebbe praticamente impossibile, però, superare una forte centralizzazione. Da una tale prospettiva consegue infatti che – a parte il concilio, che rimane un fatto eccezionale – si avrebbe il governo del papa, per quel che concerne la Chiesa universale e di ogni singolo vescovo, per la Chiesa locale. Oltre a dover rimarcare come tale visione contraddica la prassi della Chiesa antica, è bene rilevare come essa sarebbe poco funzionale ad una Chiesa missionaria, che necessita di istanze intermedie per prendere decisioni che possano favorire l’annuncio evangelico in Chiese che vivono in culture sensibilmente diverse tra loro.
Francesco sembra andare decisamente nella linea di una decentralizzazione e, dunque, di una valorizzazione effettiva delle istanze di collegialità intermedia, proprio perché rilancia una nuova fase di evangelizzazione, nella quale si auspica che il Vangelo della misericordia incontri le persone nelle loro situazioni e differenti culture (cfr. J. Xavier, “Spalancamento del dinamismo ecclesiale: l’identità ritrovata”, in H.M. Yañez (a cura di), Evangelii gaudium: il testo interroga. Chiavi di lettura, testimonianze e prospettive, Gregorian & Biblical Press 2014, pp. 39-52.46-49). Ciò richiede, evidentemente, che il discernimento e le decisioni vengano assunte dagli episcopati locali e non demandate a Roma (cfr. EG 16). Nell’ottica di una Chiesa in uscita missionaria, infatti, una centralizzazione è di ostacolo invece che di aiuto (cfr. EG 32).
Sul tema, è tornato nel succitato discorso del 50° del Sinodo dei vescovi; e ha dato prova di sostenere chiaramente una riforma in tale direzione per il fatto che, nei suoi documenti, sin dagli inizi non ha citato soltanto i suoi predecessori, ma diversi interventi di differenti conferenze episcopali.
A chi abbia a cuore una Chiesa capace di evangelizzare nel mondo attuale – più globalizzato sul piano economico, ma sempre attraversato da diverse culture –, apparirà evidente l’importanza di dar valore effettivo alle conferenze episcopali e di creare, all’occorrenza, anche nuovi patriarcati sulla base della distribuzione, oggi, dei cristiani nel mondo. È una proposta che, all’indomani del Concilio, aveva avanzato Joseph Ratzinger (cfr. Il nuovo popolo di Dio, Queriniana 19924, pp. 155-156), ma che è rimasta, di fatto, lettera morta.
Il pontificato di Francesco ha quanto meno il merito di renderla nuovamente plausibile; e con ciò, com’è chiaro, di aver rimesso in primo piano l’impellenza di un ripensamento dello stesso papato.
PAPATO E SINODO DEI VESCOVI
Pur limitando l’attenzione a tempi relativamente recenti, non si può dire che la necessità di realizzare una riforma che coinvolga lo stesso papato sia nuova, né sul piano teologico (cfr. J. Ratzinger, Il nuovo popolo di Dio, cit., pp. 155-156) né su quello magisteriale (cfr. Giovanni Paolo II, Ut unum sint 95-96).
Francesco si muove in modo nitido – e con decisione – sulla stessa scia, anche con i suoi gesti. Lo ha poi esplicitamente dichiarato, in vista di una Chiesa in uscita missionaria: “anche il papato e le strutture centrali della Chiesa universale hanno bisogno di ascoltare l’appello ad una conversione pastorale” (EG 32). Vedendo la chiara portata ecumenica di ciò e riconoscendo quanto ci sia da imparare dai fratelli ortodossi in ordine alla collegialità episcopale e sinodalità, Francesco ha inoltre detto: “Voglio proseguire la riflessione su come esercitare il primato petrino, già iniziata nel 2007 dalla Commissione mista, e che ha portato alla firma del Documento di Ravenna. Bisogna continuare su questa strada” (A. Spadaro, “Intervista a papa Francesco”, in La Civiltà Cattolica 164/2013, p. 466).
È riconosciuto da molti come uno dei luoghi simbolici e strategici sui quali intervenire, a tal fine, sia la curia romana, affinché non sovrasti i singoli vescovi e le conferenze episcopali, ma aiuti il papa e i vescovi. Anche Francesco ha mostrato l’intenzione di apportare reali mutamenti in tale direzione, soprattutto attraverso l’istituzione di un Consiglio dei cardinali e il suo lavoro in questi anni. Il papa ha peraltro dichiarato che si è trattato di una decisione maturata tra i cardinali nelle Congregazioni generali prima del Conclave (cfr. A. Spadaro, “Intervista a papa Francesco”, cit., 458).
In relazione a un’effettiva riforma del papato, uno degli istituti fondamentali che domanda di essere riformato è il Sinodo dei vescovi. Francesco non ha mancato, sin dall’inizio del suo pontificato, di dire espressamente che si tratta di un’istituzione fondamentale che richiede, però, un cambiamento (cfr. A. Spadaro, “Intervista a papa Francesco”, cit., p. 466). Non si è limitato a denunciarne i limiti; ha già operato significativi mutamenti: sia con un maggior coinvolgimento del popolo di Dio negli ultimi Sinodi, sia con quanto stabilito nella costituzione apostolica Episcopalis communio.
Infatti, una delle più apprezzabili novità in essa contenute è che i vescovi vengano visti – come si richiama al n. 5 – quali “maestri” e “discepoli” nella Chiesa. Da ciò deriva che sono certamente dotati di un magistero, ma, al contempo, necessitano di ascoltare quanto lo Spirito dice alle Chiese ascoltando i fedeli, dotati dello stesso Spirito.
Da questo “statuto” dei vescovi deriva che il Sinodo deve anzitutto essere strumento di ascolto profondo di quanto lo Spirito dice alla Chiesa attraverso l’ascolto reciproco dei vescovi che vi prendono parte, oltre che dei cristiani delle Chiese che presiedono. È particolarmente apprezzabile che per realizzare tale ascolto si punti all’utilizzo effettivo di quegli strumenti di partecipazione, come il Consiglio presbiterale e i Consigli pastorali, che sono stati spesso svuotati di senso in questi decenni.
Altro grande elemento di novità concerne il fatto che venga pensato anche il momento della ricaduta nel tessuto del Popolo di Dio e nella vita delle Chiese dei risultati raggiunti dal Sinodo (n. 7).
Non deve poi sfuggire che l’orizzonte teologico in cui viene collocato il Sinodo è, appunto, quello della sinodalità della Chiesa e della collegialità episcopale. Nel già citato discorso del 50° della sua istituzione, il papa aveva osato parlare della collegialità dei vescovi al Sinodo non solo come una realtà “affettiva”, bensì talvolta anche “effettiva”.
Su questo aspetto permangono, però, ambiguità in Episopalis communio. In Apostolica sollicitudo di Paolo VI, con cui lo si istituiva, e in Christus Dominus 5, il Sinodo dei vescovi è pensato, infatti, non tanto come momento di esercizio della collegialità episcopale, quanto come aiuto alla potestà del papa. Il recente documento colloca il Sinodo nell’orizzonte della collegialità, ma ne conferma chiaramente lo statuto di strumento a servizio del ministero del papa. Su questo aspetto emergono dunque incertezze e ambiguità. Ciò va probabilmente letto come appello alla responsabilità di teologi e canonisti che, su questo punto come su altri, devono continuare a riflettere e offrire il loro indispensabile contributo.
SPUNTI PER CONTINUARE A PENSARE
Accogliendo il magistero di Francesco nel contesto di fine della cristianità e di secolarizzazione, che contrassegna (insieme ad altri aspetti) l’humus in cui vive la Chiesa europea, si può almeno accennare a due aspetti fondamentali che richiedono una recezione creativa e uno sforzo di pensiero suppletivo.
La fine della cristianità e il contesto culturale odierno implicano di considerare attentamente come, per la missione, ciò che non può più essere dato per scontato è che nelle comunità cristiane si viva ancora un’esperienza ecclesiale autentica. Il grande problema di una Chiesa in uscita, oggi, è se esista davvero qualcosa di avvincente che possa essere comunicato all’esterno e rappresenti un annuncio evangelico. Non prendere in considerazione con serietà questa problematica – sul piano pastorale e teologico – significa fare della prospettiva di una “Chiesa in uscita missionaria” l’ennesimo slogan a cui non si dà profondità.
In secondo luogo, anche le linee di riforma rinvenibili nel magistero di Francesco chiedono che si realizzi un circolo virtuoso tra riforme strutturali e riforma delle persone, senza il quale, le prime sono destinate al fallimento. Lo si è già potuto constatare. In ogni caso, il fatto che Francesco parli della necessità di avviare processi e non abbia preso troppe decisioni strutturali rappresenta quanto meno un invito a considerare che non si può parlare di autentica riforma ecclesiale che non implichi un’altrettanta autentica conversione dei cristiani.







