DONNE E RIFORMA / LA QUESTIONE DEI MINISTERI ECCLESIALI
La questione delle forme di ministerialità delle donne nella Chiesa e il loro possibile riconoscimento è una delle tematiche dibattute al Sinodo dei vescovi per l’Amazzonia, nell’ottobre 2019, preceduto da una lunga fase di consultazione che ha coinvolto 87mila persone, nelle 103 circoscrizioni ecclesiastiche della regione.
DAL SINODO DELL’AMAZZONIA PROPOSTE CONCRETE
Il coinvolgimento attivo e la leadership delle donne che animano le comunità cristiane e che a volte coordinano centinaia di comunità sparse su territori vastissimi, il riconoscimento del determinante apporto di laiche e religiose alla formazione, missione, cura pastorale, sono stati indicati come uno dei tratti caratterizzanti l’esperienza delle Chiese locali dell’Amazzonia: una situazione che richiede cambiamenti rilevanti sul piano del riconoscimento di soggettualità ecclesiale delle donne, dell’organizzazione delle comunità, dell’esercizio di autorità, senza limitarsi a generiche affermazioni di valore o ininfluenti “elegie dedicate al genio femminile”. A questo riguardo il Documento preparatorio 14 e l’Instrumentum laboris 119 chiedevano di indicare quale “ministero ufficiale” potesse essere conferito alle donne. Il Documento finale 92-103 raccoglieva i numerosi interventi della fase di ascolto, in aula e nei gruppi di padri sinodali e uditrici/uditori, indicando i ministeri istituiti del lettorato, dell’accolitato, di un nuovo ministero di dirigente di comunità, e auspicando la ripresa degli studi sull’ordinazione diaconale delle donne. Il papa, in Querida Amazonia 99-103, riconosce l’imprescindibile contributo delle donne (in particolare religiose) all’evangelizzazione e cura pastorale in Amazzonia, ma si sposta dalla considerazione della leadership e dalla domanda sui ruoli e ministeri a una trattazione sulla specificità del femminile, sottolineando l’apporto che viene da uno “stile propriamente femminile”. Se nel discorso di conclusione del Sinodo il papa aveva indicato la ripresa del lavoro della Commissione di studio sul diaconato delle donne, per un confronto con l’esperienza viva delle Chiese, la costituzione di una seconda Commissione che vede la vistosa assenza di teologi /teologhe provenienti da Africa, Asia, America latina, non può non far riflettere. Non ci si sottrae all’impressione di una riforma apparsa possibile e vicina, sollecitata da tanti e tante nel popolo di Dio e sostenuta da molti vescovi, che sembra svanita, allontanata.
UNA DOMANDA CHE EMERGE IN CONTESTI SINODALI
Quanto avvenuto in questo recente capitolo della storia ecclesiale permette di cogliere con chiarezza, in modo essenziale, le domande aperte, gli apporti innovativi dell’esperienza maturata nel post-concilio, le sfide per il rinnovamento auspicato e, allo stesso tempo, le resistenze in atto, le “ritrosie”, il permanere di una cultura androcentrica e di strutture patriarcali nella Chiesa. Il tema è altrettanto avvertito nel Cammino sinodale della Chiesa tedesca, dove l’ordinazione delle donne e le richieste esplicite del diaconato, di accesso a ruoli di autorità e potere, sono sollevate da migliaia di fedeli e sostenute da centinaia di studi teologici e storici, oltre che da una prassi pastorale che da decenni vede il coinvolgimento di donne nelle parrocchie e diocesi (Pastoralreferentinnen). La cultura diffusa nella Chiesa, favorita dal costante confronto ecumenico, non registra l’opposizione se non di pochi all’idea di ordinare donne al ministero.
In ogni contesto ecclesiale, dove ci si riunisce per dibattere di futuro della Chiesa, il tema della ministerialità delle donne emerge; dove sono in atto dinamiche sinodali, in cui le donne possono esprimere i propri pensieri e desideri, raccontare esperienze già in atto nella quotidiana pratica pastorale, o presentare le ragioni del loro coinvolgimento pastorale con competenza e senso ecclesiale, la domanda viene alla luce. Non ci potrà essere autentica riforma della Chiesa che non veda protagoniste le donne, e che non contempli un riconoscimento di soggettualità delle donne, che sono ben più della metà dei battezzati, dei praticanti abituali, degli operatori pastorali. Non ci sarà riforma che non passi attraverso una revisione sostanziale dell’esercizio del ministero ordinato e delle relazioni di partecipazione, decisione, autorità: la Chiesa cattolica che, come ogni altra istituzione umana è gender-strutturata, vede oggi un gender gap percepito come contraddittorio alla parola inclusiva del Vangelo del Regno, dinamiche di esclusione che richiedono un urgente superamento nella linea di quella gender-justice che non esclude asimmetria di carismi e ministeri, ma è testimonianza delle logiche evangeliche antigerarchiche.
UN PARTNER DIMENTICATO CHE APRE ALLA RIFORMA
Nel quadro della ministerialità dei laici, diffusa e plurale, che caratterizza il volto della Chiesa post-conciliare, le donne non sono più “partner dimenticato”, come Elisabeth Schüssler Fiorenza intitolava la sua tesi di licenza, o un “partner impensato” come nei documenti del Vaticano II: le donne sono soggetti attivi, che fanno Chiesa; operano, pensano, parlano, modificano seppur lentamente gli equilibri complessivi con una indefessa, generosa, fedele attività pastorale. Un passaggio è indubbiamente avvenuto: la parola delle donne risuona non più dalla buca del suggeritore o da dietro le quinte, come nel passato, ma direttamente sulla scena. L’irrompere delle donne rappresenta una rottura, comporta un’interruzione dell’ordine simbolico tradizionale, basato sulla differenza di genere statica finora gestita in una separazione di sfere, spazi, ruoli cultuali. Ma ugualmente rimane un non-pensato: le donne sono “l’ovvio che diventa invisibile” e la Chiesa tace a se stessa la sua forma di “istituzione di uomini e donne”, non riconosce le dinamiche di genere all’opera, non affronta le implicazioni della trasformazione silenziosa avvenuta, che chiede dignità di parola, di discussione pubblica, di voto. La riforma della Chiesa auspicata comporta l’abbandono di un androcentrismo che impoverisce il corpo ecclesiale. La riforma è anche, forse prima di tutto, uscita dalla “forma patriarcale”, superamento delle logiche kyriarchiche, di dominio dell’“uno”, signore e padre, su “tutti”, che segnano tutte le relazioni ecclesiali: tra clero e laici, tra uomini e donne, tra Chiese locali.
Non è tanto, o solo, in gioco una “questione femminile”, di rivendicazione di potere, quanto una riflessione sulla Chiesa, perché venga a compimento quella visione di popolo di Dio che il Concilio ci ha consegnato. La questione dell’irrilevanza del soggetto femminile e la domanda sul riconoscimento giuridico e ministeriale delle donne devono essere affrontate non tanto con intenti di rivendicazione, ma perché portano con sé un’istanza ecclesiale complessiva, che tocca le donne come gli uomini.
Non ci può essere autentica riforma che non comporti un ripensamento delle figure ministeriali, dell’esercizio di autorità ecclesiale, della teologia del ministero ordinato e più in generale dei ministeri. Ma questo oggi non potrà che darsi con un’esplicita tematizzazione del binomio “donne e ministero/i”. I processi di trasformazione di un’istituzione complessa ed eterogenea, qual è la Chiesa cattolica, comportano una rivisitazione della visione ideale del soggetto collettivo e della sua missione insieme a un ripensamento sostanziale della forma delle relazioni interne, dello stile di presenza pubblica. Nell’orizzonte della Tradizione, sul fondamento vivo della parola evangelica, nella recezione del Vaticano II, la Chiesa cattolica è chiamata a impegnativi cammini di ripensamento della sua figura e della sua teologia dei ministeri. Una rilettura coraggiosa della sua storia secolare permetterà di riaffermare la ratio teologica di esistenza del ministero ordinato (cfr. At 20; Ef 4,7-16; Lettere pastorali) e insieme di superare elementi ulteriori, forme storiche transeunti, che, necessarie nel passato per rispondere alla perenne missione di evangelizzare, oggi non sono più giustificabili o appaiono inadeguate per un’autentica opera missionaria. Per tanti aspetti, affermava Chisthian Duquoc nel suo saggio di ecclesiologia ecumenica, Chiese provvisorie (Queriniana 1985), la forma attuale di governo della Chiesa non è il risultato di uno sviluppo omogeneo di un’essenza originaria, ma qualcosa di contingente e provvisorio. Prendere sul serio gli interrogativi posti dalle donne alla Chiesa (EG 103), accettare la sfida di una trasformazione nella linea da loro aperta, permetterà di camminare verso la riforma auspicata nella prospettiva che suona ancora profetica – perché non ancora realizzata – di Gal3,28: non c’è giudeo né greco, non c’è schiavo né libero, non c’è maschio e femmina: tutti voi siete uno in Cristo Gesù.
LA REALTÀ CI INTERPELLA
“Esiste […] una tensione bipolare tra l’idea e la realtà. La realtà semplicemente è, l’idea si elabora. Tra le due si deve instaurare un dialogo costante, evitando che l’idea finisca per separarsi dalla realtà […]. La realtà è superiore all’idea. Questo implica di evitare diverse forme di occultamento della realtà” (EG 231). Le parole di Francesco prospettano un punto di partenza per questa delicata questione. C’è un dato di realtà che ci interpella. Con il Vaticano II assistiamo a un cambiamento profondo che ha trasformato il volto e le dinamiche di vita comunitaria di base: le donne acquisiscono parola autorevole, competente, pubblica. Una parola non più confinata nelle mura di casa, del monastero o convento, o nel circolo di un’associazione femminile, ma una parola pubblica. Un apporto segnato dalla competenza, che la lettura biblica diffusa e l’accesso alla teologia portano, come anche da tante capacità e preparazione professionale. Una parola autorevole, perché riconosciuta capace di operare trasformazioni e condurre processi collettivi sul piano sociale, politico, economico, e anche ecclesiale. L’impatto della leadership delle donne, espressa in una diaconia dalle molteplici forme, è oggi leggibile in tanti settori della vita della Chiesa, in tutto il mondo.
E non mancano i segnali di resistenza. Per come è impostata l’istituzione ecclesiale la logica in atto è quella del mandato conferito da chi gode di autorità (clero, vescovo, parroco); ad alcune viene concesso di entrare in contesti e campi finora appannaggio esclusivo della componente maschile e clericale della Chiesa. La scelta, la nomina, la cooptazione sono totalmente nelle mani del clero. La questione evidentemente non è solo quella delle donne, ma più in generale dei laici. Innumerevoli gli interventi del papa in favore di un maggior coinvolgimento delle donne in contesti decisionali o elaborativi ai massimi livelli. Possiamo ricordare la nomina di Alessandra Smerilli come consigliere dello Stato del Vaticano e consultore del Sinodo. Si tratta per ora di poche donne; sono azioni pensate nella logica di operare a favore di “gruppo svantaggiato”, con cooptazione in struttura immutata quanto ai processi di selezione e cooptazione dei leader o dirigenti.
Spessi soffitti (glass ceiling) e recinti di cristallo impediscono di assumere posizioni apicali anche là dove non è in gioco una questione di ordinazione ministeriale, ma di competenze ed esperienze; è di poche o meglio pochissime la possibilità di decidere e orientare i processi collettivi di Chiesa. Visioni stereotipate portano le donne ad assumere i più tradizionali ministeri di cura ed educazione, in cui il lato materno, sensibile, di servizio e accudimento vengono “valorizzati” e “accentuati”. Soprattutto non sono le donne a definire nella Chiesa quelle che Virginia Woolf chiamava le “linee di demarcazione mistica” che definiscono i rapporti sociali e il campo del lecito o dell’opportuno.







