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ISPIRAZIONE PRE-PASQUALE  - Già al tempo di Gesù c’è un’incipiente organizzazione della comunità: l’esperienza di essere mandati (apostoli) a predicare, risale al tempo prepasquale. Era un comando del Signore, ma era anche un imitaree un continuare quanto lui faceva. Gesù è ospitato, insieme a coloro che lo accompagnano (non dovevano essere pochi), in case di amici, siano essi discepoli o persone interessate al suo messaggio; ci sono delle benefattrici insigni, tra cui Giovanna, moglie dell’amministratore di Erode; tra i Dodicic’è un economo incaricato anche della beneficenza. Ci si può chiedere se tale esperienza copia un modello già esistente. Sappiamo inoltre dal Nuovo Testamento che gruppi giudaici presenti a Gerusalemme o in Palestina hanno dei membri anche in altre regioni e città dell’impero romano: seguaci del Battista ad Efeso (At 19,3), gruppi di sacerdoti nella provincia di Asia (At 19,14; 21,27), Giudei di Cirene, della Cilicia, di Alessandria (At 6,9). E’ quindi possibileche anchele primecomunità avessero non solo un’organizzazione interna (cf. Fil 1,1), comprendente servizi di assistenza (At 9,39-41; 1 Tim 5,1-16), ma anche delle funzioni di collegamento tra loro, atte a mantenere e accrescere la loro unità.

CONOSCIAMO POCO DELLE PRIME COMUNITÀ CRISTIANE

Quello checonosciamo della vita delle prime comunità cristiane è molto poco, limitato a quell’essenziale che è utile ai cristiani di tutti i tempi per conseguire la salvezza. Ad esempio, non sappiamo molto dei rapporti tra le comunità e i loro capi, delle comunità tra loro, dei rapporti tra le comunità e i loro fondatori, dei capi e dei fondatori tra loro.

Ad esempio, cosa si può dedurre da quanto Paolo scrivein 1 Cor 9,1-6? Secondo questo testo, sulla base di due esperienze (l’aver visto Cristo risorto, l’aver fondato la comunità di Corinto) egli si equipara ad alcuni che sono chiamati apostoli, i quali viaggiano e fanno visita alle diverse Chiese, portando con sé delle donne che li servono, a spese delle comunità che li ospitano. Insieme a questo gruppo di apostoli,e probabilmente anchecome parte di esso, Paolo cita i fratelli del Signore e Cefa (Pietro). Che Pietro visitasse le Chiese risulta da At 9,32 e da Gal 2,11. At 18,27 ci parla poi di Apollo che va a Corinto; Rm 16,7 di Andronico e Giunia, parenti di Paolo, apostoli insigni e membri della Chiesa prima dello stesso Paolo.

Per quanto riguarda Apollo, mentre è a Efeso viene istruito nella fede da Aquila e Priscilla, la coppia che aveva aiutato Paolo a Corinto (At 18,2-3), e che poi a Roma riceve i suoi saluti (Rm 16,3): potremmo considerarli appartenenti al gruppo degli apostoli?

IL FONDAMENTO È SOLO CRISTO

In questo contesto si pone la domanda su quale fosse il rapporto che Paolo instaurava con les ue Chiese. Anzi tutto, Paolo non chiama sue le comunità che ha fondato o dove ha lavorato. Di fatto, mentre chiama i discepoli “figli” e dice che essi sono la sua gioia, la sua corona di gloria, non ritiene mai che una Chiesa sia sua. Riconosce certo, e vuole che si riconosca, la funzione speciale che egli ha avuto nella loro nascita alla fede, ma sa chela loro vita è Cristo, essi appartengono a lui, e nega con forza che essi siano suoi (1 Cor 1,10-16).

Nondimeno, la scelta di annunciare Cristo solo là dove non era ancora giunto il suo nome, “per non costruire su un fondamento altrui” (Rm 15,20) richiede spiegazione.

Sappiamo che, dopo un inizio in cui probabilmente evangelizza da solo, Paolo collabora con Barnaba, sotto l’egida della Chiesa di Antiochia, nel primo viaggio missionario in Asia Minore. Perchéi n seguito decide di continuare di nuovo da solo, o con altri, ma sotto la sua responsabilità (At 15,40; 16:3)? Sono possibili alcune congetture, che si legano alla sua visione del Vangelo, e anche all’importanza cheegli attribuisce al “porre le fondamenta sapientemente”, come dice in 1 Cor 3,10, precisando che il fondamento è solo Cristo.  Nello stesso tempo ci deve essere stata in Paolo una coscienza speciale dell’importanza della qualità dei rapporti sui quali si snoda il cammino di accesso alla fede, tale da suggerirgli di affrontare la sfida dell’annuncio soltanto quando era abbastanza sicuro di poter offrire un certo tipo di esperienza relazionale, quindi solo con dei collaboratori che avessero il suo stesso cuore (Fil 2,20-21).

IL CONTENUTO DEL VANGELO

Per quanto riguarda il contenuto del Vangelo, sembra di poter dire che Paolo vuole un annuncio che evidenzi l’immediatezza della mediazione del Cristo. Ciò chesalva èl’atto della sua donazione. In questo contesto ogni altra legge o miracolo o sapienza (1 Cor 1,22-24) diventano secondari, e perfino possono ostacolare la semplice e limpida adesione di fede che Paolo sente e sa necessaria alla salvezza. Questo si rispecchia storicamente nelle forme di vita che propone ai cristiani chelo seguono, forme il cui archetipo sembra già presente nella comunità di Antiochia.

In primo luogo, le comunità vivono nella consolazione dello Spirito e nell’abbondanza dei suoi doni, che probabilmente Paolo ha insegnato a riconoscere, a condividere e valorizzare.

La lista di 1 Cor 12,28-30 deve aver un riscontro nell’esperienza della Chiesa di Corinto. In questo clima spirituale i credenti toccano con mano la vita del Risorto, la loro appartenenza a lui, l’essere insieme parte del suo corpo mistico. Questa atmosfera deve essere stata la forza capace di attrarre molti alla fede. In secondo luogo, Paolo propone la libertà e il rispetto per i modi in cui spontaneamente (il che significa anche: secondo la propria tradizione) ciascuno vive al servizio del Signore. Egli non omologa tutti sotto le stesse forme di vita, ma invita continuamente a scegliere “ciò che è degno e vi tiene uniti al Signore, senza distrazioni” (1 Cor 7,35, CEI 1971).

Su due punti Paolo è molto chiaro.

Il primo è la necessità di condurre una vita santa, secondo la tradizione biblica:“Non illudetevi: né immorali, né idolatri, né adulteri, né effeminati, né sodomiti, né ladri, né avari, né ubriaconi, né maldicenti né rapaci erediteranno il regno di Dio” (1 Cor 6,10, CEI 1971).

Il secondo deriva dalla reciproca appartenenza, mediata da Cristo, vissuta all’interno della Chiesa. Per cui, se un comportamento, in sé possibile, dà scandalo al fratello debole turbandone la coscienza, Paolo dice che è bene rinunciare al proprio diritto per il vantaggio del fratello, perché per lui Cristo ha rinunciato perfino alla propria vita (1 Cor 8,11; Rm 14,15).

CHIESE COME ASTRI NEL MONDO

È facile vedere come queste comunità splendano come astri nel mondo (Fil 2,15),e abbiano una grande forza di attrazione. Per questo Paolo non vuole costruire su fondamento altrui. Anche perché è cosciente che agli inizi dell’esperienza cristiana, come nel tempo dell’infanzia, è facile ricevere ferite le cui conseguenzesi portano poi per tutta la vita.

Questa consapevolezza lo rende cauto nell’entrare nel mondo spirituale di una comunità dicui non conoscela storia, quale quella dei Romani (cf. Rm 6,17; 16,17-20); e lo fa reagire quando qualcuno distoglie i pensieri dei suoi cristiani dalla loro semplicità e purezza neiriguardi di Cristo (2 Cor 11,3). Egliè anche sensibile a come viene considerato dai suoi cristiani: non per un qualche senso di autorità e di orgoglio personale, ma perchésa che dimenticare la qualità dell’esperienza vissuta (2 Cor 12,11)significa allontanarsi dalla concretezza della fede e cominciare a perdersi nel labirinto di inconcludenti dialettiche dottrinali (cf. 1 Cor 4,6-15).

Quanto ai rapporti all’interno del gruppo dei collaboratori di Paolo, possiamo supporre che fossero molto profondi, e il gruppo rappresentasse una sorta di bozzetto di quanto l’apostolo proclama. Diversamente non si spiegherebbe l’importanza attribuita al tema dell’imitazione: egli chiede ai cristiani di imitarlo, come lui imita Cristo, e propone i suoi collaboratori come visibilità del suo tenore di vita (1 Cor 4,17; 11,1; 2 Cor 7,13; 12,17-18; Fil 2, 20-21; 4,9).

L’esperienza di Chiesa passa attraverso la percezione reale, vissuta nella concretezza delle relazioni interpersonali, della presenza del Risorto.



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