GLOBALIZZAZIONE E TEOLOGIA / MISSIONE COME GLOBALIZZAZIONE DAL BASSO
Il libro di Rieger, teologo ed attivista statunitense docente presso la Southern Methodist University a Dallas (Texas/Usa), mette a confronto l’antico e complesso fenomeno della globalizzazione – intimamente connesso all’emergenza di una varietà di imperi nella storia umana – con la teologia cristiana.
La globalizzazione, infatti, nelle sue varie forme, ha goduto sempre di un approccio teologico: a) ora funzionale alla logica del potere duro dall’alto (come la teologia del Gott mit uns, denunciata da Karl Barth nella Dichiarazione di Barmen); b) ora a favore del potere morbido, sempre dall’alto (come le teologie dello sviluppo e della prosperità, che non sono resistenti al potere duro imperiale del capitalismo, ma ne attenuano solo la durezza); c) oppure organiche alla logica della “via di Gesù”, che incontra il divino in basso, in quelli che sono in difficoltà (come la teologia della liberazione, nelle sue varie forme, che innescano processi alternativi di globalizzazione solidale).
L’A. studia gli intrecci fra globalizzazione e teologia e giunge alla conclusione che, in un mondo globalizzante come il nostro, la teologia non può restare nelle “torri d’avorio accademiche”, ma deve scendere in campo, scegliere, altrimenti rischia di ridursi ad appendice innocua (e complice) di processi di globalizzazione che non sono all’altezza della “comprensione del divino come incarnato nella persona e nell’opera di Gesù Cristo” (p. 17).
Nella tradizione cristiana – scrive Rieger – né Gesù, né Paolo, né Bartolomé de Las Casas possono essere compresi, se non si considera la lotta che hanno condotto con i poteri della globalizzazione dall’alto del loro tempo, “una lotta che essi hanno svolto collegandosi a forme alternative di globalizzazione e di potere e proponendo essi stessi forme realmente in alternativa”. Senza questa coscienza – continua l’A. – “non saremo capaci di identificare il loro contributo nel mezzo delle lotte contemporanee” (pp. 105-106). In altre parole, la teologia o insegue il modello abituale di globalizzazione dall’alto, oppure persegue la dinamica indicata dalla nascita, dalla vita, dal ministero, dalla morte e risurrezione di Gesù. “Purtroppo – afferma Rieger –, per molti cristiani la vita e il ministero di Gesù hanno avuto soltanto un significato provvisorio e il Cristo risorto, che ‘siede alla destra del Dio’, si è unito a forze che hanno un potere diverso da quello manifestatosi nella sua vita. In questo modo le componenti sovversive delle tradizioni ebraico-cristiane sono state addomesticate, comprese le tradizioni su Gesù. Questa impostazione tradisce l’idea paolina dello scandalo della croce e il paradosso del potere che è reso perfetto nella debolezza, testimoniato dallo stesso Paolo” (p. 110).
“Gesù – scrive l’A. – è stato condannato a morte da un’alleanza fra le élite. Questa condanna non è stata la fine, bensì l’inizio di una lotta permanente tra il cristianesimo e l’impero romano che sarebbe durata a lungo”. La stessa lotta che Paolo denuncia attraverso l’uso del termine “Signore” applicato a Gesù, che avrebbe un’intenzione “esplicitamente sovversiva”. Siamo di fronte a due visioni opposte e confliggenti di globalizzazione: “Appropriandosi e rovesciando un’antica immagine imperiale della società come corpo, Paolo richiama l’attenzione su due punti importanti (1Cor 12): la Chiesa in quanto corpo di Cristo crea una situazione in cui il potere non richiede la distruzione delle differenze, come invece la globalizzazione dall’alto” (p. 43). La globalizzazione fa così scoprire al cristianesimo le sua missione “fino alla fine del mondo” (Mt 28,20) come globalizzazione alternativa, dal basso, capace di accogliere e apprezzare le differenze nella “differenza cristiana” (cfr. E. Bianchi) e in una “nuova cattolicità” (cfr. R. Schreiter).
Anche oggi siamo di fronte a modelli di globalizzazione contrapposti: “Mentre la globalizzazione violenta dei conquistatori produce paure, risentimenti e morte, quella pacifica di Gesù produce fiducia, felicità e vita” (p. 48). Il libro di Rieger è un invito alle Chiese – e ai teologi – affinché riscoprano, grazie anche ad uno studio “storico-autocritico” della Bibbia e della tradizione cristiana, “forme alternative di globalizzazione” rispetto a un fenomeno planetario oggi dominante che spinge ai margini la maggioranza dell’umanità. I teologi – e le Chiese – sono chiamati a fare un’opzione, a prendere posizione.







