PANDEMIA E LEGAMI SOCIALI: ALCUNE DOMANDE APERTE
Nella sua enciclica, Caritas in veritate, Benedetto XVI affermava lapidariamente che “la società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non fratelli” (n. 19). Paradossalmente, la crisi provocata dall’attuale pandemia, nonostante l’imposizione del “distanziamento sociale”, ci potrebbe rendere più responsabili e fraterni. Essa, infatti, mette a nudo alcune prerogative centrali della globalizzazione, come il neoliberismo e il darwinismo sociale. Vista con la lente della sociologia – e della dottrina sociale della Chiesa –, essa può offrire un’opportunità unica di conversione del nostro paradigma sociale (occidentale) individualista.
LA SOCIOLOGIA DEI “FATTI SOCIALI”
Uno dei padri della sociologia, Émile Durkheim, l’ha definita la scienza dei “fatti sociali”, dei “legami” di una società. Ebbene, il “fatto” della pandemia ha molto a che vedere con i “legami” che condizionano la coesione sociale e il senso di appartenenza a un’umanità comune e condivisa. La pandemia sta smascherando le strutture sociali che giustificano la globalizzazione: quella economico-finanziaria (dei flussi di capitali speculativi), quella etico-culturale (degli stili di vita individualisti con i rispettivi ideali e valori), quella politica (degli Stati che perdono la propria sovranità) e, soprattutto, quella ideologica del neoliberismo duro e puro e del darwinismo sociale.
L’attuale emergenza ci offre l’opportunità di verificare i “legami” che ci uniscono alla grande famiglia umana, per far fronte alle ingiustizie che ne minano radicalmente la vita. È un’occasione per sviluppare un umanesimo integrale, solidale e sostenibile, capace di avviare un nuovo ordine sociale, economico e politico, fondato sulla dignità e libertà di ogni persona. Un’occasione per combattere un altro virus – altrettanto pericoloso –, quello dell’egoismo, che mette a rischio la convivenza pacifica tra i popoli e lo sviluppo delle future generazioni. Un virus culturale, collettivo, più volte stigmatizzato da papa Francesco come “la cultura dell’indifferenza e dello scarto”.
L’ideologia neoliberista ha innescato un processo di disgregazione tra le persone e del tessuto sociale. È una delle problematiche chiave della sociologia di Durkheim, che usa il concetto di “anomia” – dal greco “a-” (senza) e “nomos” (norma) –, per indicare la disgregazione sociale. L’individualismo possessivo, che invade diversi ambiti – quello economico e soprattutto quello culturale –, genera una frantumazione a livello affettivo, la dissoluzione dei progetti collettivi e il disinteresse per il bene comune. Forse è la volta buona per contrastare questo processo di sgretolamento delle nostre società.
Di fronte al pericolo di disgregazione, la pandemia ci invita a curare le relazioni che ci costruiscono come comunità, collettività. Per questo servono una sana antropologia, un’etica amica dell’umano, un’idea di persona che consideri “l’altro” come parte di noi stessi. Bisogna insistere sui legami interpersonali (cfr. Francesco, Evangelii gaudium 66-67).
La pandemia ha fatto tornare a galla il senso della vulnerabilità e interdipendenza, smascherando uno dei presunti valori delle culture occidentali, l’individualismo postmoderno. Siamo “relazione”, a tal punto che essa è la prima, fondamentale, categoria dell’essere (cosa che ha a che vedere anche con la filosofia; la sociologia parla più volentieri di sociabilità). Siamo invitati a coltivare relazioni di reciprocità, di cura reciproca e corresponsabilità. Atteggiamenti e valori sociali basilari.
La pandemia ha evidenziato la violenza delle disuguaglianze e ingiustizie sociali. Mentre alcuni, pochi, possono vivere la quarantena in case o appartamenti idonei, la stragrande maggioranza dei poveri è più esposta al virus, dovendo uscir di casa per mangiare, per sopravvivere con il lavoro cosiddetto informale.
IMPRIGIONATI DAL SISTEMA ECONOMICO
Il paradigma dei "legami sociali" è stato messo in alternativa con quello della salvezza individuale (del “si salvi chi può”). Il generale degrado delle relazioni umane – e con il creato (la natura) – deve stimolarci ad optare per atteggiamenti rigenerativi dei legami sociali, come la solidarietà e la cooperazione. Atteggiamenti necessari per garantire un futuro degno all’umanità e alla vita. Purtroppo il sistema economico che ci incapsula ha elevato il mercato a criterio regolatore degli scambi, non più basati sulla cooperazione, ma sulla competizione. Da qui le tante – dolorose e clamorose – disuguaglianze sociali che mettono in pericolo la stessa democrazia (cfr. Caritas in veritate 32; Evangelii gaudium 52 e 62).
Le nostre democrazie sono diventate a bassa intensità, troppo condizionate dai poteri economici e finanziari. In questo senso, il neoliberismo è un’ideologia insostenibile, perché esclude settori sempre più ampi di popolazione, come non indispensabili (surplus people), scarti di umanità.
È “la cultura dello scarto”, che ha permesso anche la depredazione delle risorse naturali del pianeta. Da qui il grido dei poveri e della terra, l’antropocentrismo esagerato, denunciato da Francesco nella Laudato si’: “Molte cose devono riorientare la propria rotta, ma prima di tutto è l’umanità che ha bisogno di cambiare. Manca la coscienza di un’origine comune, di una mutua appartenenza e di un futuro condiviso da tutti. Questa consapevolezza di base permetterebbe lo sviluppo di nuove convinzioni, nuovi atteggiamenti e stili di vita. Emerge così una grande sfida culturale, spirituale e educativa che implicherà lunghi processi di rigenerazione” (n. 202).
LA SOCIOLOGIA DEI VALORI E DELLE EMOZIONI
L’attuale pandemia evidenzia la problematica sociologica dei valori socioculturali, significativa nella sociologia di Max Weber, ma anche in altre correnti sociologiche che analizzano i cambiamenti sociali dal punto di vista dei valori. La pandemia ci spinge ad individuare i valori che dovrebbero guidare le politiche pubbliche in questioni fondamentali, come la difesa della dignità umana, prima e al di là di qualsiasi criterio tecnico ed economico. È in gioco la convivenza umana.
In questo senso, la pandemia ci offre l’opportunità di mettere in questione radicalmente le presunte virtù e i valori dell’ordine imperante, imposto dall’ideologia neoliberista del capitalismo sregolato: l’accumulazione senza limiti, la concorrenza, l’individualismo, l’indifferenza di fronte alla miseria di milioni di persone, la riduzione del ruolo dello Stato. Abbiamo l’opportunità di mettere decisamente in questione l’economia di mercato, che commercializza tutto, riducendolo a valore monetario, ma anche la logica dell’analisi costi-benefici, la logica del mercato, dello sfruttamento delle risorse naturali e umane.
Non va dimenticato poi che il degrado della natura è strettamente legato alla cultura che modella la convivenza umana: quando si rispetta l’ecologia umana (cfr. Giovanni Paolo II, Centesimus annus 38), ne beneficia anche l’ambiente (cfr. Caritas in veritate 51). Chissà che, in questa pandemia, l’istinto di sopravvivenza non ci renda più socievoli, fraterni, collaborativi e solidali. Possiamo passare dal tempo della competizione a quello della cooperazione.
La pandemia non si può combattere solo con misure economiche e sanitarie – pur sempre necessarie e indispensabili –, ma ci chiede con urgenza di cambiare tipo di relazione con l’altro e con la natura. Il passaggio dall’interdipendenza di fatto alla solidarietà necessaria e desiderata non è automatico: «Si tratta, anzitutto, dell’interdipendenza, sentita come sistema determinante di relazioni nel mondo contemporaneo, nelle sue componenti economica, culturale, politica e religiosa, e assunta come categoria morale. Quando l’interdipendenza viene così riconosciuta, la correlativa risposta, come atteggiamento morale e sociale, come “virtù”, è la solidarietà. Questa, dunque, non è un sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone, vicine o lontane. Al contrario, è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti» (Giovanni Paolo II, Sollicitudo rei socialis 38).
ALCUNE DOMANDE APERTE
La situazione creata dalla pandemia ha senz’altro sconvolto alcuni valori socioculturali: quali e come? Quali possibilità ci offre la pandemia di introdurre o provocare cambiamenti sociali significativi?
Come ho già evidenziato, alcune correnti sociologiche insistono sulla forza dei valori per conseguire il cambiamento sociale, sottolineando che essi, con la loro carica emotiva, mantengono la coesione sociale. Sono criteri simbolici che guidano l’azione. Su quali valori socioculturali o evangelici possiamo fare affidamento – tenendo conto dell’ambiente socioculturale in cui viviamo – per affrontare la sfida creata dalla pandemia o per ricostruire e rafforzare il legame sociale, la coesione sociale?
In relazione alla domanda precedente, è celebre la tesi di Weber in L’etica protestante e lo spirito del capitalismo (1905), che stabilisce un’affinità (non una relazione di causalità) tra una credenza religiosa e lo sviluppo di un determinato tipo di società; in altre parole, come una credenza solida, vissuta e praticata da un gruppo sociale – religioso in questo caso – può riconfigurare un’intera società. Allora possiamo chiederci: “Come le convinzioni di fede offrono ai cristiani, e in parte anche ad altri credenti, grandi motivazioni per la cura della natura e dei fratelli e delle sorelle più fragili... poiché è un bene per l’umanità e per il mondo che i credenti riconoscano meglio gli impegni ecologici che scaturiscono dalle nostre convinzioni?”. Gli impegni che possono scaturire da queste convinzioni sarebbero – secondo la sociologia di Weber – azioni di valore razionale, molto diverse da quelle guidate dalla ragione strumentale, propria del paradigma tecnocratico e dell’antropocentrismo moderno. A questo proposito papa Francesco afferma che “l’attuale sistema mondiale è insostenibile da diversi punti di vista, perché abbiamo smesso di pensare ai fini dell’agire umano” (Laudato si’ 61). Infatti, la tecnoscienza e la sua logica si lasciano guidare solo dalla ragione strumentale. La vulnerabilità sofferta in questo tempo pandemico e l’interconnessione sottolineata in tutte le analisi possono diventare un accorato appello alla solidarietà. In che modo tutto questo può tradursi in un rinnovamento culturale (cfr. Caritas in veritate 21 e 32), in una rivoluzione culturale (cfr. Laudato si’ 114) e dei nostri stili di vita? Qual è la forza e l’autorità morale della fede che predichiamo e quale la sua capacità di trasformazione?
LA SPIRITUALITÀ DELLA SOLIDARIETÀ
“Il rischio del nostro tempo è che all’interdipendenza di fatto tra gli uomini e i popoli non corrisponda l’interazione etica delle coscienze e delle intelligenze, dalla quale possa emergere come risultato uno sviluppo veramente umano. Solo con la carità, illuminata dalla luce della ragione e della fede, è possibile conseguire obiettivi di sviluppo dotati di una valenza più umana e umanizzante” (Caritas in veritate 9). “Serve un nuovo slancio del pensiero per comprendere meglio le implicazioni del nostro essere una famiglia; l’interazione tra i popoli del pianeta ci sollecita a questo slancio, affinché l’integrazione avvenga nel segno della solidarietà piuttosto che della marginalizzazione. Un simile pensiero obbliga ad un approfondimento critico e valoriale della categoria della relazione” (Caritas in veritate 53).
Pertanto, la spiritualità della solidarietà globale – d’accordo con i nn. 216 e 240 della Laudato si’ – ci sembra adeguata per vivere in modo umano l’interdipendenza, rafforzare i legami e affrontare la nostra vulnerabilità così impietosamente svelata dalla pandemia. Solidarietà che, “intesa nel suo significato più profondo e di sfida, diventa così uno stile di costruzione della storia” (Evangelii gaudium 228).







