MYANMAR / ELEZIONI TRA AUTORITARISMO E DEMOCRAZIA
L’8 novembre i birmani sono stati chiamati ad assegnare i 1.100 i seggi in gioco per il rinnovo del Parlamento federale, delle assemblee dei vari Stati e delle rappresentanze dei gruppi etnici che formano il 32 per cento dei 54 milioni di abitanti complessivi. Alla Lega nazionale per la democrazia – partito di governo uscente – è andata, con 920 seggi vinti, la maggioranza necessaria a governare per un altro quinquennio il Myanmar (ex Birmania), al principale avversario solo 71 seggi.
Il percorso elettorale è stato tutt’altro che facile e alla fine la contesa politica è stata quella che meno ha influito sull’attenzione internazionale, sollecitando in modo discorde all’interno l’interesse degli elettori. Anzitutto perché si è inserita tra i conflitti aperti nell’ex Birmania, il diffondersi del Covid-19 (con una recrudescenza del contagio proprio durante la campagna elettorale), le forti piogge monsoniche… ma non solo.
UN PROCESSO ELETTORALE VIZIATO
Su un deragliamento del processo elettorale avevano puntato i vertici delle forze armate, che nonostante il dialogo in corso con il governo e la Lega nazionale per la democrazia, entrambi guidati dalla Premio Nobel Aung San Suu Kyi, faticano a rinunciare alle proprie prerogative, incluso il controllo su aree ricche di risorse naturali o di importanza strategica.
Tra queste, le zone frontaliere dello Stato occidentale di Arakan (Rakhine), teatro di una persecuzione che nel tempo ha costretto alla fuga la quasi totalità dei musulmani di etnia Rohingya e che, più di altre nella complessità del paese, segnalano i limiti della sua democrazia.
A oltre 1,1 milioni di elettori residenti dell’Arakan, equivalenti ai due terzi della popolazione, è stato di fatto impedito il diritto di voto. Una situazione evidenziata dalla stessa Commissione elettorale, che non solo ha confermato l’esclusione della metà dei 600mila Rohingya che si stima siano rimasti in Myanmar dopo l’ultima ondata persecutoria dall’agosto 2017, che ne ha spinti oltre il doppio a cercare rifugio nel confinante Bangladesh, ma anche di altri 800mila abitanti che risiedono in aree di conflitto. Di questi 130mila sono in campi profughi nell’Arakan centrale, un limbo in cui molti si trovano dal 2012, proposto anche ai rifugiati in Bangladesh, che viene però rifiutato per timore di ritorsioni.
“Mentre non si può non guardare con soddisfazione a queste seconde elezioni multipartitiche e alle code ai seggi elettorali, non si può nemmeno negare di essere davanti a un voto falsato. Non si può parlare di libere elezioni quando un quarto dei seggi sono riservati ai militari, l’accesso dei mass media è sbilanciato a favore di quelli ufficiali e i critici del governo rischiano censura e arresto. Anche quando viene negata la partecipazione al voto dei Rohingya”, ha ricordato prima del voto Brad Adams, direttore per l’Asia-Pacifico di Human Rights Watch.
DISCRIMINAZIONI E OSTACOLI PER GLI ELETTORI
Un’aperta discriminazione in alcuni casi (come la negazione della cittadinanza ai Rohingya, che li espone a discriminazione e abusi o come l’attribuzione del termine “bengalesi” sui certificati elettorali, ma anche a candidati di origini Rohingya o comunque di fede musulmana) s’interseca con la crisi pandemica in atto che, se ha relativamente risparmiato il paese, ha visto proprio nelle settimane precedenti il voto un incremento, spingendo la Commissione elettorale a moltiplicare i seggi per evitare il sovraffollamento e garantire adeguate protezioni al personale. Il diffondersi della pandemia ha così fornito ulteriori ragioni ai fautori della cancellazione delle elezioni, e ai militari di richiedere un maggiore controllo sui media e sui gruppi di opposizione. Gravi i sospetti di un uso strumentale delle quarantene di vario livello, con movimenti limitati se non per necessità. “Necessità” non riconosciuta ai mass media, con molti operatori dell’informazione impossibilitati a coprire la campagna elettorale e tanti giornali costretti a limitare tirature e diffusione mentre i quotidiani governativi non hanno subito alcuna restrizione.
L’APPELLO DEL CARD. BO, VOCE DELLA DEMOCRAZIA
C’è una voce che più di altre si è espressa con decisione a favore della democrazia e dei diritti umani in Myanmar in vista del voto di novembre ed è quella del cardinale Charles Bo, arcivescovo di Yangon.
Convinta e ripetuta la sua posizione sul dialogo, indispensabile in un paese multi-etnico e multi-culturale, segnato dalle divisioni. “Non esiste altra via che quella del dialogo. Il dialogo scorre da cuori e menti aperte, da quella passione per la verità senza la quale le società si disintegrano”, ha ricordato in un messaggio lo scorso agosto, anticipando l’ennesima tornata di incontri del colloquio tra governo ed etnie (21st Century Panglong Peace Conference) nella capitale Naypiydaw. “Siamo grati a tutti coloro che ci guidano su questa via attraverso un dialogo rispettoso e il potere persuasivo del negoziato”, ha aggiunto. Una necessità, più che una vocazione, per il paese e per la sua leadership, che deriva dall’esperienza dei martiri dell’indipendenza birmana e del “padre della patria”, il generale Aung San, padre di Aung San Suu Kyi, assassinato a pochi mesi dalla fine del dominio coloniale britannico (1947). Brutalità che hanno inaugurato per il popolo birmano un’epoca di divisioni, conflitti e povertà. Il cardinale, che è pure presidente della Federazione delle Conferenze episcopali dell’Asia, ha più volte richiamato i responsabili del paese a un ruolo costruttivo. “Le armi più forti di una democrazia sono riconciliazione e giustizia. La pace è possibile – ha detto rivolgendosi ai vertici militari –. Pace significa sviluppo, la pace è il nostro destino”.
VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI E DELLA LIBERTÀ D’INFORMAZIONE
Una situazione che Human Rights Watch, tra gli altri, aveva denunciato: “Il governo della Lega nazionale per la democrazia, che per decenni ha sofferto sotto il regime militare, dovrebbe riconoscere che un’elezione senza libertà d’informazione non è imparziale” e, ha sottolineato ancora Brad Adams, “è scioccante che Aung San Suu Kyi sia determinata a tenere elezioni che escludono elettori e candidati Rohingya. Lei sa che una vera democrazia non può fiorire in un regime di apartheid”. Sulla stessa linea sono molte organizzazioni che dall’estero hanno monitorato il processo elettorale, segnalando le incongruenze di un governo guidato da una donna dedita alla lotta nonviolenta contro la dittatura militare ma che una volta al potere è sembrata disconoscere i valori per cui è stata insignita del Nobel per la Pace nel 1991, quando si trovava agli arresti. Incongruenze evidenziate, tra gli altri, da Fortify Rights, che il 20 ottobre, alla vigilia della conferenza mondiale dei paesi che sostengono i Rohingya profughi in Bangladesh e le comunità locali che li ospitano, ha sottolineato come “i governi donatori che cercano di raccogliere miliardi di dollari di aiuti per i Rohingya dovrebbero riconoscere i crimini perpetrati contro di essi in Myanmar come genocidio e crimini contro l’umanità”.
AUNG SAN SUU KYI ANCORA CONDIZIONATA DAI MILITARI
Affermazioni che non possono non ricadere su Aung San Suu Kyi, riconfermata dagli elettori nel suo seggio parlamentare e con esso in un ruolo di governo che andrà definito formalmente (dopo quelli finora detenuti di ministro degli esteri e consigliere di Stato, fondamentale per indirizzare le politiche dell’esecutivo). Ancora una volta, le sarà negato quello di presidente, perché la pressione costante sui vertici delle forze armate per modificare la Costituzione da essi redatta e fatta approvare nel 1998, prima che cedessero ufficialmente il potere nel 2011 e consentissero le prime elezioni democratiche in oltre mezzo secolo nel 2015, non ha ottenuto risultati. La posta, infatti, resta ancora troppo alta e le garanzie che i militari chiedono sul piano giuridico (piena amnistia per i reati commessi dal regime) e su quello economico (controllo di ingenti risorse – in parte illegali – in aree perlopiù abitate da etnie che hanno combattuto per anni per mantenere la loro identità e autonomia) per lasciare definitivamente la presa sul paese sono incompatibili con una democrazia compiuta e con la piena realizzazione dello Stato di diritto.
Se cinque anni fa la maggior parte delle formazioni politiche aveva puntato alla conquista di seggi a livello di Stati o regioni, lasciando alla Lega nazionale per la democrazia e al filo-militare Partito per l’unione, la solidarietà e lo sviluppo il confronto sul piano nazionale, l’8 novembre l’aggregazione di più gruppi in alleanze pre-elettorali ha inserito un elemento di incertezza, alla fine non determinante nel modificare il grande favore verso la Lega e con esso, potenzialmente, il consenso necessario a chiudere definitivamente la partita con i militari e la loro presa sul paese.







