Nagasaki e Novara, Insieme per la pace
Sul numero di gennaio 2009 di “Missione Oggi” è stata pubblicata la testimonianza di Akira Fukahori, sopravvissuto all’esplosione atomica di Nagasaki, che è stato ospite della diocesi di Novara alla fine del 2008 – inizio 2009 per una serie di incontri sulla pace, in cui ha rievocato le sofferenze fisiche e il tormento psicologico dei sopravvissuti. Proponiamo ora ai lettori il commento alla sua testimonianza del vescovo di Novara, mons. Renato Corti, il messaggio di mons. Giuseppe Mitsuaki Takami, arcivescovo di Nagasaki, e una riflessione di don Mario Bandera, direttore del Centro missionario diocesano, cui va il merito, insieme al padre Pier Giorgio Manni, Regionale dei Missionari Saveriani in Giappone, dell’iniziativa.
Ama ogni uomo come te stesso
Risonanza di mons. Renato Corti (Vescovo di Novara) al termine della Veglia per la pace, dopo aver ascoltato la testimonianza di Akira Fukahori (Nagasaki) Gravellona Toce (VB), 31 dicembre 2008
La tragedia del 6 e del 9 agosto 1945 a Hiroshima e a Nagasaki non deve ripetersi più: è ciò che sento urgente dire al termine di questa veglia così intensa e che ha messo in primo piano la questione della guerra e soprattutto dell’uso delle armi nucleari […]. Akira Fukahori è venuto tra noi dal Giappone per raccontare quanto ha visto e sofferto dal giorno in cui la bomba atomica piovve su Nagasaki. Il suo intervento ha avuto l’intensità drammatica del testimone diretto. Mentre ascoltavo, avvertivo la differenza che vi è tra la semplice presentazione di un tema nella forma di una conferenza e il racconto di chi ha sofferto l’evento sulla propria pelle e l’ha visto con spavento come distruzione di persone che gli stavano accanto. […]
Solo quando ci sentiamo feriti nel cuore dalle sofferenze dell’uomo, siamo finalmente in grado di fare delle scelte che tengano conto di tale realtà.
La veglia di stasera ci ha permesso di guardare in volto la sofferenza di decine di migliaia di persone investite dal fuoco della bomba atomica alle ore 11.02 del 5 agosto 1945. Giustamente, dopo il racconto, abbiamo lasciato uno spazio di silenzio. Voleva dire rispetto per le vittime. Ancor più, era un modo per dire a noi stessi: “Ascolta; medita; non dimenticare; lasciati coinvolgere; disponiti a fare la tua parte!”. Il racconto di Akira Fukahori mi ha condotto a riflettere anche su coloro che, non so con quale consapevolezza, hanno portato i loro aerei su Hiroshima e Nagasaki: che cosa avranno provato, prima e dopo tale mostruosità? E come hanno potuto i vertici politici e militari decidere un simile progetto di morte? Mi pone una domanda inquietante, in particolare, il fatto che la catastrofe sia venuta dall’Occidente; da un mondo che ha alle spalle duemila anni di civiltà cristiana: come non rilevare una grave contraddizione con il Vangelo? […]
Come non essere inquieti al pensiero che anche in Italia sia depositato un notevole quantitativo di ordigni nucleari?
E come sarebbe possibile guardare a cuor leggero al fatto che sul nostro territorio sia previsto l’assemblaggio di aerei di guerra capaci di portare ordigni atomici? Nella veglia per la pace di questa sera Akira Fukahori ci ha ricordato un santo della bomba atomica: un giovane medico giapponese, di nome Paolo Nagai, colpito dalle radiazioni mentre era al lavoro nell’ospedale di Nagasaki. Quando tornò a casa, trovò sua moglie totalmente consumata dalla fiamma atomica. Unico segno della presenza della moglie fu la sua corona del rosario. Dopo essersi dedicato a pieno tempo alla cura dei malati colpiti dal fuoco e dalle radiazioni, venne egli stesso ridotto alla immobilità totale. Si dedicò a studiare gli effetti delle radiazioni atomiche. Lasciò uno splendido testamento, suggerito dal Vangelo:
“Ama ogni uomo come te stesso”. In queste parole si può riconoscere la decisione da maturare anche attraverso questa veglia per la pace […].
Mentre inizia un nuovo anno, ciascuno di noi preghi per la pace e rinnovi l’impegno di fare la propria parte. Buon anno a tutti!
Messaggio da una delle vittime dell’atomica su Nagasaki
A mons. Renato Corti (Vescovo di Novara), 20 dicembre 2008
Fui colpito dalle radiazioni della bomba atomica sganciata su Nagasaki mentre ero ancora nel grembo di mia madre. A causa dell’immensa distruzione causata da quella bomba, mia madre perse due sorelle e un genero. Una mia cugina, moglie del sig. Fukahori, riportò ferite così gravi, che è davvero un miracolo che sia riuscita a salvarsi. Un suo fratello a causa delle radiazioni atomiche, è morto 16 anni dopo il 1945.
Ancor oggi, a distanza di oltre 63 anni, moltissima gente soffre le conseguenze di quell’evento. L’esplosione dell’atomica su Hiroshima causò la morte immediata di 160.000 persone. Quella su Nagasaki ne uccise all’istante 70.000, ma la cosa che certamente ci rende più tristi è che la città di Nagasaki fu scelta come laboratorio scientifico per sperimentare direttamente sull’uomo. Mentre, infatti, l’atomica sganciata su Hiroshima era all’uranio, quella su Nagasaki era al plutonio; subito dopo l’esplosione, perciò, si dette avvio ad una minuziosa ricerca sugli effetti causati dalle radiazioni sul corpo umano.
Se poi consideriamo che a lanciare quell’orribile arma è stato un paese che si professa cristiano, la cosa appare ancora più spaventosa.
I cristiani infatti non solo sanno che “non si deve uccidere”, ma anche che “non c’è amore più grande di quello di offrire la propria vita per un amico” (Gv.15,13). Nessun motivo può giustificare l’uso di un’arma come questa, che oltre a togliere la vita a numerosissimi esseri umani, ne danneggia gravemente quella di molti altri, e produce effetti disastrosi sull’ambiente. Non solo vanno eliminate tutte le bombe atomiche esistenti, ma ad ogni costo si deve impedire che se ne costruiscano di più potenti e sofisticate.
Con le armi e con la violenza non è infatti possibile costruire la pace.
- GIUSEPPE MITSUAKI TAKAMI, Arcivescovo di Nagasaki.
Perdonare sempre, dimenticare mai
- MARIO BANDERA
La veglia di preghiera che da decenni la Commissione Diocesana Giustizia e Pace organizza come momento di meditazionee preghiera sulletematiche della paceè diventata un forte momento diriflessioneche ha interessato un considerevole numero di persone impegnate su vari fronti della vita pubblica, sociale e pastorale, desiderose di trovare uno specifico momento liturgico per consolidare un cammino di pace profondamente legato al Vangelo (e non a mode passeggere!) e caratterizzato da importanti scelte nonviolente.
Questo cammino siè progressivamente “saldato”con altre occasioni in cuicristallini testimoni di speranza hanno portato in mezzo a noi messaggi di pacee di giustizia,che hanno toccato ilcuore di molte personeed hanno segnato alcunescelte pastorali,evidenziando una sintonia che non restava legata alsingolo evento, ma sapeva trasformare questi richiami in scelte significative che permeavano il tessuto pastorale della nostra diocesi. Lungo gli anni, molti testimoni hanno lasciato cadere nella nostra terra semi di speranza, tutti evocando il dovere della memoria! Un imperativo richiamato anche dal card. Martini, qualche anno fa, alla presentazione di un libro di Liliana Segre,ebrea scampata miracolosamente alle camere a gas del campo di sterminio di Auschwitz, in cui veniva ribadita la responsabilità da parte dei sopravvissuti di raccontare quanto avevano passato eil dovere morale delle nuove generazioni di ascoltarein rispettoso silenzio letestimonianze narrate dai superstiti di questi orrori.
Il signor Akira Fukaori, sopravvissuto alla bomba atomica di Nagasaki, ci ha resi consapevoli della difficoltà da parte dei superstiti di narrare quanto avevano sofferto. Tutti gli scampati - ha detto alla veglia di Gravellona - avevano quasi un senso di colpa per essere vivi e molti preferivano non dire nulla per non essere “accusati” di avere contratto delle radiazioni nucleari; la stessa riluttanza la si ritrova in tante sofferte testimonianze dai sopravvissuti dei lager nazisti,che palesavano angoscia nel rivivere narrando quanto avevano passato sotto il tallone delle SS, conservando inconsciamenteil timore diessere accusati come pavidi per non essersi ribellati e quindi preferivano rimuovere quanto avevano vissuto.
Per Fukaori, il superamento di questo “blocco psicologico” avvenne durante la visita di Papa Woytjla in Giappone nel 1981, quando raccomandò ai superstiti di raccontare quanto avevano subito, al fine di spiegare ai giovani che simili tragedie non abbiano mai più a ripetersi. Fare memoria di queglieventi, ricordarele vittime di Hiroshima, Nagasaki, Auschwitz e di tanti luoghi dove si consumò un tragico calvario di morte e distruzione, scandire i nomi di coloro che sacrificarono la loro vita per un mondo ed una umanità più libera, più giusta e solidale; attingere al tesoro prezioso di chi, passato attraverso il crogiuolo della seconda guerra mondiale può ancora ai nostri giorni essere testimone autorevole per un futuro di pace, fare memoria di un tesoro così immenso è molto più di un semplice rituale d’obbligo,
è dare linfa vitale come costruttori di pace alla vita di tutti i giorni, sia come cittadini sia come credenti in tutte le nazioni del mondo.







