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  • ROCCO ARTIFONI, Bergamo, 16 luglio 2012.

Le Borse sono nate per dare a tutti la possibilità di partecipare alla proprietà delle imprese. È scritto anche nella Costituzione italiana (cfr. art. 47). In realtà è sempre più evidente che le Borse sono diventate un’altra forma del gioco d’azzardo, consentito dalle leggi vigenti. Anzitutto la quotazione di un’azione dovrebbe essere in relazione con il valore di una società. Sappiamo invece che il prezzo dipende dal mercato della domanda/offerta.

Se le azioni vengono messe in vendita il prezzo scende, se invece c’è richiesta di acquisto il prezzo sale. Sembrerebbe normale, se non fosse che – tanto per fare un esempio – oltre il 50% degli scambi di Wall Street sono effettuati da HFT (High Frequency Trading), che operano transazioni in tempi sempre più ridotti (pochi millisecondi). Chi possiede azioni è in balia di una marea ascendente/discendente che non può controllare e che dipende da oscillazioni determinate da computer programmati per reagire alle diverse situazioni.

A peggiorare la situazione c’è la vendita allo scoperto di azioni che non si possiedono, per poi ricomprarle poche ore dopo e “pareggiare” il conto. Si tratta di solito di un’azione speculativa che scommette sul ribasso di un titolo. Ci si impegna a vendere a 100. La vendita innesca un ribasso del titolo che scende a 95. Si ricompra a 95 e si è guadagnato 5 senza possedere nulla e di fatto senza fare nulla. Si tratta di un sistema folle e fuori controllo. Spesso si dà la colpa dei crolli o rialzi delle quotazioni a speculatori internazionali. Sono affermazioni ridicole: è il sistema borsistico che è speculativo. Chi pensa che le Borse siano in sé buone e che si tratta di individuare i cattivi, è un ingenuo. Dirk Mueller, broker di Francoforte, ha dichiarato: “Con le azioni, le materie prime e i titoli di Stato non è poi tanto diverso dalle corse dei cavalli. Si scommette su un risultato: oggi possiamo scommettere sull’aumento o il crollo dell’euro, e possiamo vincere o perdere”. Ma in fondo la bisca delle Borse è secondaria, poiché si tratta “soltanto” di un giro d’affari di circa 50mila miliardi di dollari, che corrisponde a circa i 2/3 del Pil mondiale annuo (che è di circa 75 mila miliardi di dollari).

La vera giostra della finanza si chiama “Derivati”, che nel 2011 hanno raggiunto la cifra astronomica di 650 mila miliardi di dollari, cioè oltre 8 volte il Pil mondiale annuo, ossia della produzione di agricoltura, industrie e servizi insieme. Anche i Derivati sono stati inventati per un motivo utile: proteggere un produttore/investitore dall’oscillazione dei cambi delle monete o dei tassi di interesse. In particolare il CDS (Credit Default Swap) è un derivato che assicura contro il rischio di fallimento.

Attualmente il 95% del mercato dei CDS è controllato da 5 grandi banche. Eric Toussaint, economista di Liegi ha spiegato: “Con i CDS posso comprare un’assicurazione sull’incendio della casa del mio vicino. A questo punto io ho tutto l’interesse che la casa del vicino prenda fuoco per incassare il valore dell’immobile. Chi compra CDS sul rischio fallimento Italia senza possedere i titoli italiani, è chiaro che ha tutto l’interesse che l’Italia sia in difficoltà. È un sistema viziato, sono comportamenti che destabilizzano completamente le economie”. Andrea Fumagalli, docente di Economia all’Università di Pavia, ha portato un esempio di come il gioco della finanza sia perverso: “Le grandi società finanziarie, nel momento stesso in cui si liberano dei titoli di Stato innescando un meccanismo di speculazione al ribasso, con la liquidità guadagnata alla vendita acquistano i prodotti derivati che assicurano il rischio di default su quegli stessi titoli di Stato che loro hanno contribuito a far perdere di valore”.

Tutto ciò ha ripercussioni dirette e pesanti sulla condizione economica e sulla vita delle persone. Secondo Luciano Gallino, sociologo, “le politiche di finanziarizzazione dell’economia hanno avuto come risvolto la riduzione delle imposte sulle imprese, sui ricchi, sul patrimonio, sulla successione. Questa drastica riduzione ha cominciato a scavare nei bilanci pubblici enormi buchi”. Forse non è proprio un caso che la maggior parte degli Stati sia sempre più indebitata e che i governi adottino politiche di austerità che di solito vengono caricate sulle spalle dei più poveri. In Italia il debito pubblico sta avvicinandosi ai 2.000 miliardi di euro, mediamente circa 33mila euro per cittadino. Spesso però non si dice che anche la ricchezza “mobiliare”, cioè la liquidità finanziaria supera i 3.000 miliardi di euro. In altre parole, il paese non è povero e indebitato, ma è indebitato perché una minoranza di ricchi sempre più ricchi sta guadagnando grazie al debito di una maggioranza di più poveri.

Quello che vale per l’Italia indebitata, vale a maggior ragione nello scenario mondiale.

Basti ricordare che – secondo la rivista americana Forbes – la persona più ricca del mondo è Carlos Slim Helù, imprenditore messicano delle telecomunicazioni, cattolico, che possiede un patrimonio stimato in 70 miliardi di dollari. È il caso di ricordare che le statistiche della Banca Mondiale ci dicono che a livello planetario sono circa 1.400 milioni le persone (cioè il 20% del totale, dato che la specie umana è composta da circa 7 miliardi di individui) che cercano di sopravvivere con meno di 1 dollaro al giorno, cioè meno di 365 dollari all’anno.

Sapendo che ogni anno nel mondo muoiono per denutrizione circa 14 milioni di persone e che questa strage potrebbe essere impedita con 5 miliardi di dollari, cioè con il 7% del patrimonio di un solo uomo,

è difficile trovare un senso all’attuale sistema economico e finanziario.



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