L’uomo che cerca parole, Un missionario mediatore culturale
Cercare parole in Africa può essere l’impresa di una vita. Soprattutto se le parole che si cercano riguardano pratiche che i Masa di Djougumta, nel Nord Camerun, non conoscono. Il sardo, missionario saveriano e antropologo Antonino Melis, impegnato nella realizzazione del primo dizionario masa-francese, non sembra stupito del fatto che i Masa non abbiano un termine per dire “superfluo”. Questo infatti, significa una relazione dissipata con le cose, mentre i Masa non buttano via nulla “neppure il riso che ha fatto i vermi”.
E così, nonostante cerchi di dare una immagine visiva del superfluo, nonostante la minuziosa indagine sulla quotidianità dei Masa, al missionario-linguista non resta che ammetterne l’assenza. Il materialismo dell’Occidente è ancora lontano da qui. Forse, non per molto. Nella sua ricerca, il missionario trova però molte parole “superflue” e molte mancanze. Se non c’è la parola per descrivere il nuoto, pratica che i Masa non conoscono e neppure comprendono, ci sono invece molti termini per l’atto del lavarsi, a seconda della parte del corpo interessata; ci sono cento villaggi e cento modi per definire il sorgo, il cereale-base dell’alimentazione.
Tonino Melis trova tutto il vocabolario della vita sociale e cerimoniale, della relazione con l’Assoluto, le parole per descrivere la bellezza e l’amore. Trova frammenti rituali, insulti, maledizioni e benedizioni. Trova i riti, specie quelli degli indovini che “non vanno mai contraddetti” e quelli dei cercatori di anima. Trova il vocabolario musicale, che distingue tra i diversi tipi di flauto a seconda del legno con cui sono costruiti, trova i termini della preghiera e quelli dei proverbi, giocati sul registro pragmatico e su quello metaforico: wue nik ga kù gumù (Il frutto di kigelia cade vicino al suo tronco), ma anche: “l’uomo che sta dritto in piedi” per definire la giustizia.
Non trova, invece, molte altre parole: manca un vocabolo per definire la fretta, uno per il futuro, per descrivere il quale si fa riferimento all’incertezza: “kilà” che significa “può darsi” o anche “domani non si sa”. Segno che l’esperienza esistenziale dei Masa non si è costruita sull’ansia quanto piuttosto sull’attesa, sulla pazienza, sulle relazioni sociali. E ci sono parole, come nusnà che forse, vuol dire “anima” ma forse significa semplicemente ombra. E ciò anche se i Masa, “animisti veri” per i quali tutte le cose hanno un’anima, venerano l’anima e, quando cadono malati, impegnano i “cercatori di anima” per ritrovarla e guarire con ciò, dalla infermità che li ha colpiti. Non trova, infine, vocaboli tradizionali per gli oggetti, ormai giunti dall’Occidente, come le biciclette e le moto, per descrivere le quali, con una splendida capacità creativa, i Masa prendono in prestito il vocabolario del corpo umano maschile e femminile.
“L’uomo che cerca parole” è la documentazione del lavoro di un missionario (nipote di pastori sardi e perciò, immagino, dedito alla contemplazione e capace di solitudine) per salvare una lingua minoritaria africana. Scriveva Hampâté Bâ, il filosofo e antropologo peul nato a Bandiagara nel Mali: “In Africa quando muore un vecchio, è una biblioteca che brucia”. A maggior ragione una lingua che muore è un mondo che scompare portando via con sé la testimonianza preziosa di una possibilità originale di essere uomini e donne. Non è, però, solo un salvataggio: è molto di più.
È, anzitutto, la possibilità offerta ai Masa di dare “sistema al caos sublime di una cultura orale e dimenticata” e con ciò di affacciarsi all’epoca della globalizzazione e della omologazione contemporanea con gli strumenti linguistici per comprenderla e per difendersene, se necessario. Il missionario, antropologo e linguista è, come si afferma nel testo, un “mediatore culturale”, della generazione che succede ai padri missionari “dispensatori di cultura”.
E le 5450 parole del dizionario masa-francese sono il suo contributo alla civiltà Masa. Perché l’Africa resta il continente nel quale la parola è vita.







