Il verde tenero delle foglie, Impressioni di un laico
Non ho conosciuto padre Ettore Fasolini [missionario saveriano] e non so se sarei stato capace di scoprirne la ricchezza umana che rivelano queste memorie da lui consegnate alla stampa poco prima di lasciare questo mondo (21 marzo 2010). Lo immagino, infatti, dimesso e sornione, forse scontroso, custode di una profondità d’animo celata sotto una scorza di distacco ironico dalle tribolazioni della vita.
L’ironia, infatti, è la cifra stilistica di questo libretto, scritto come un racconto di avventure salgariane, anche se tratta temi impegnativi, interpretati in particolare da un gruppo familiare dai legami saldi, raccolto attorno al grande papà, Francesco, sostanza e cornice del quadro narrativo delle memorie di Ettore:
il senso della vita, la nascita e la morte, gli affetti, i legami sociali, il rispetto per le culture “altre”, la missione, la fede.
Salgari era l’autore cult di Ettore adolescente a tal punto da sembrare quasi l’ispiratore della sua precoce scelta per la missione, che gli fece, senza quasi accorgersene, alzare la mano quando all’oratorio venne chiesto un cenno di assenso a chi desiderasse fare il missionario. Ricorda Ettore: “Mentre parlava [il missionario], davanti ai miei occhi la sua figura sfumava, fino a prendere le sembianze di Sandokan”. E Sandokan ci accompagna nei cinque anni di missione in Indonesia, nelle isole sperdute Mentawi, dove il grande unico compagno di Ettore è un albero con cui dialoga ogni giorno, infine nel tentativo fallito di caccia alla tigre.
Un racconto di avventure dunque, lieve, a volte giocoso, pieno di autoironia, ma punteggiato da improvvise riflessioni che vanno in profondità, squarci di umanità sorprendenti.
Così dopo pagine di tensione, degne di Salgari, che preparano l’incontro fatale con la tigre e dopo l’amara delusione di un’occasione mancata, Ettore scrutando in fondo al cuore, si accorge di un sentimento diverso: “un animale così splendido e misterioso non doveva essere ucciso. Esso è il simbolo della libertà e della vita”. Così dopo che abbiamo letto, con un qualche disappunto per noi imbevuti di politically correct, di “razza Minangkabau”, scopriamo come padre Ettore non solo riconosca nei cosiddetti “primitivi” semplicemente donne e uomini, ma sappia anche apprezzarne la ricchezza di esseri liberi “dall’angoscia, dall’alienazione o dall’incomunicabilità” che assillano l’uomo moderno del Nord sviluppato.
Queste memorie, infine, hanno regalato un messaggio di speranza anche a me, laico la cui fede non sa andare oltre l’idea tutta terrena, che l’autore evoca nelle ultime pagine: “i morti vivono nel cuore delle persone che hanno amato. Chi è amato non muore”. So bene che per padre Ettore il non morire ha anche un’altra valenza. Tuttavia, questo è il terreno che può unire tutte le donne e gli uomini di buona volontà, credenti nelle più diverse religioni o semplicemente “credenti” nella solidarietà e nella comunione che ci legano ai contemporanei, a quelli che percorsero l’avventura umana prima di noi e a quelli che verranno dopo. Riconoscersi in pace dentro questa grande unità e fraternità del genere umano, condividerne le tribolazioni, rispettarne le differenze, prendersi cura di chi ha più bisogno, agire insomma per la vita, è il messaggio che alla fine ci consegna padre Ettore, ritornando al suo amico inseparabile, l’albero.
“Noi tutti siamo un unico albero: tanti rami, ma un’unica radice. Quando le foglie cadono, vanno a posarsi ai piedi dell’albero; ma poi spuntano foglie nuove”.
È la riflessione che ci offre l’autore, a conclusione del libro, quando ritorna in Italia, nella sua città, dopo cinque anni in Indonesia, tra il 1965 e il 1970.
“Camminando, guardavo le foglie degli alberi: foglie tenere, foglie di maggio italiano. Stormivano leggere al vento e sembravano sussurrarmi: È primavera, sbocciano vite nuove”. Una folgorazione per me. Vent’anni fa mi capitò di star lontano dall’Italia per oltre un anno, ai tropici brasiliani, in un progetto di cooperazione. Che cosa mi mancò più di ogni cosa? L’alternarsi delle stagioni, il rinnovarsi della vita che esse hanno rappresentato nel nostro immaginario, da sempre. Mi ha sorpreso questa comunanza con padre Ettore. A chi gli chiedeva che cosa l’avesse colpito di più tornando in Italia dopo cinque anni, non accennò, secondo le aspettative, a qualche nuova diavoleria elettronica come la televisione a colori, ma, dopo un attimo di riflessione, rispose:
“Quello che mi ha colpito di più, tornando in Italia dopo tanto tempo, è stato ritrovare il colore verde tenero delle foglie in primavera”.






