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IL MONDO UN DUE PARTI: IN UNA SI CREPA NELL'ALTRA SI SPRECA

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I criteri per misurare il numero dei poveri e i livelli della loro condizione sono assai arbitrari. Si parla di povertà "estrema" quando il nucleo familiare non riesce a soddisfare i bisogni fondamentali di sopravvivenza e quindi: fame cronica, mancato accesso all’acqua potabile e alla sanità, istruzione solo per alcuni bambini e carenza di un tetto decente e di capi di abbigliamento fondamentali come le scarpe. Se si prende in considerazione il reddito monetario, i poveri "estremi" sono quelli che vivono con meno di un dollaro al giorno e quindi non possono acquistare un paniere di beni minimi per vivere. La povertà relativa è generalmente definita come uno stato in cui il reddito del nucleo familiare è inferiore a una certa proporzione del reddito medio nazionale.

La Banca mondiale, nel 2001, ha stimato circa 1,1 miliardi le persone sotto la soglia dell’estrema povertà, contro i 1,5 miliardi nel 1981. Il 93% degli estremamente poveri vive in tre aree geografiche: Asia orientale, Asia meridionale e Africa subsahariana. Dal 1981 il numero di questi ultimi è aumentato nell’Africa subsahariana e diminuito nelle altre due aree.

Molti preferiscono parlare anche di disuguaglianza di accesso al cibo, alla sanità all’istruzione. La concentrazione eccessiva di ricchezza e di risorse in un parte del mondo impone quindi una riflessione non sulla carità, ma sulla giustizia. La povertà è il risultato di strutture sociali e di categorie mentali e culturali.

È frutto di mani umane, da abolire al più presto e relegare nella storia, eliminando la divisione fra le terre dell’indigenza e quelle dell’abbondanza.



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