PROSPETTIVE MISSIONARIE NELLA FORMAZIONE DEL CLERO
I vescovi e il clero, attraverso la cura pastorale, rendono un servizio mirabile alle loro diocesi, parrocchie o luoghi di ministero. Tuttavia corrono il rischio di essere a tal punto fagocitati dal posto in cui lavorano da perdere il senso della missione della Chiesa universale (cfr. Ad gentes 5).
E se non si sentono continuamente sfidati e arricchiti dalle altre Chiese, possono incorrere nella disastrosa conseguenza di separare la cura pastorale dalla missione; le Chiese locali rischiano di diventare enclave isolate – la mia responsabilità finisce dove comincia la tua giurisdizione –, senza una piena identità ecclesiale.
Senza missione la Chiesa universale diventa un’astrazione. La riflessione teologica sulla “reciproca interiorità” tra Chiese locali e Chiesa universale è una componente essenziale della formazione missionaria dei vescovi e del clero.
L’autoreferenzialità e l’autosufficienza, infatti, indeboliscono la Chiesa. L’essere orientati verso l’altro, il preoccuparsi delle altre Chiese, oltre che della propria, il vivere in comunione con le altre Chiese, l’agire bene localmente tenendo conto del bene della Chiesa universale, tutto ciò rende la missione e la cura pastorale reciprocamente inclusive.
Ciò richiede un solido studio ecclesiologico sulla relazione tra Chiesa universale e Chiese locali, sull’aspetto missionario della collegialità dei vescovi e della formazione di tutti i battezzati secondo le loro differenti vocazioni e condizioni di vita (cfr. Ad gentes 21). La missione di portare il Vangelo ai popoli richiede una comprensione dei loro mondi attraverso una solidarietà simile a quella di Cristo, supportata da studi sociali, culturali e antropologici.
Ma se, da un lato, noi missionari andiamo verso quei mondi, dall’altro, constatiamo che questi stessi mondi vengono a noi. Popoli e nazioni sono in costante movimento. Migranti, rifugiati, profughi, social media, tecnologie digitali ecc. hanno reso più porosi i confini.
Non c’è una Chiesa esclusivamente missionaria che manda, così come non c’è una Chiesa esclusivamente missionaria che riceve. Soltanto Dio invia e viene. Siamo tutti inviati e tutti riceviamo.
I vescovi e il clero devono comprendere i nuovi mondi a cui sono inviati, per affrontare meglio i fenomeni sempre più complessi e ambigui che li attraversano. In un mondo abitato dalla paura e dal terrore, i vescovi e il clero devono imparare come trasformare i conflitti in dialogo interculturale e interreligioso. Ascoltare, imparare, rispettare, avere pazienza e lasciarsi sorprendere consentono di discernere la presenza attiva dello Spirito Santo, che è il principale protagonista della missione. La missione di Gesù, che riunisce un nuovo popolo e testimonia la potenza in atto del regno di Dio, si è svolta soprattutto grazie al suo incontro diretto con le persone.
Ebbene, l’inizio della Prima lettera di Giovanni descrive la “metodologia” missionaria dell’incontro personale. Anzitutto dell’incontro con Gesù: gli apostoli partono in missione da un incontro personale con lui, che a loro volta condividono con le persone che incontrano, in modo che queste possano incontrare la persona di Gesù nella fede (cfr. 1Gv 1,1-4).
Oggi l’attività missionaria è molto razionalizzata, programmata e organizzata. In un mondo in rapida evoluzione sono senz’altro indispensabili approcci sistematici alla missione. I vescovi e il clero devono imparare e sviluppare nuove competenze per amore della missione locale e mondiale.
Devono però anche rendersi conto che quando le circostanze non consentono la realizzazione dei loro progetti, della loro organizzazione, la missione può e deve continuare attraverso l’incontro con le persone, anche in tempi e luoghi inaspettati. L’incontro personale non richiede nemmeno un grande impegno finanziario.
La missione non deve dipendere dalle risorse finanziarie. Quando due persone s’incontrano, lì si realizza la missione.
I vescovi e il clero devono sfruttare tutte le loro capacità relazionali e cogliere tutte le opportunità di incontro personale per promuovere la missione, per superare le divisioni e annullare i pregiudizi. Essi sono chiamati a rappresentare l’incarnazione contemporanea della missione di Gesù.







