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L’attuale governo del Guatemala rappresenta gli interessi economici della classe dominante di sempre. Il presidente della Repubblica, Otto Perez Molina, è stato eletto nel 2011 perché il popolo sperava che avrebbe risolto il problema della delinquenza: la sua promessa di usare la “mano dura” contro chi ruba, uccide, compie sequestri ed estorsioni, ecc. sembrava credibile, venendo da un ex generale che aveva avuto un ruolo di rilievo durante la guerra civile.

Ma nulla è cambiato, specie nelle regioni in cui passa il traffico di droga e quello di esseri umani, gestiti dagli stessi gruppi criminali.

Gli imprenditori speravano pure che usasse il pugno di ferro contro i movimenti sociali. La repressione c’è stata, ma le licenze assegnate alle multinazionali per lo sfruttamento minerario sono state poche, solo due o tre delle circa 200 previste. Quindi Perez Molina ha acquisito a livello internazionale una certa notorietà proponendo di legalizzare la droga, ma le riforme annunciate sul piano interno sono state bloccate dai suoi stessi padrini.

Gli indicatori macroeconomici non sono tra i peggiori in America centrale. La maggior parte della popolazione, specie quella indigena, è abituata a resistere e le rimesse degli emigrati, pur essendosi ridotte, permettono a molte famiglie di tirare avanti. I movimenti sociali, pur restando frammentati e privi di leader, sono in crescita, specie quelli che si oppongono ai progetti minerari e alla costruzione di dighe idroelettriche.

Sono stati realizzati molti referendum locali in cui ha sempre prevalso il “no” agli impianti, anche se la magistratura, compresa la Corte costituzionale, ha ripetuto che tali consultazioni non sono vincolanti; hanno però un notevole significato politico, che ha frenato i programmi. Manca ancora un progetto politico alternativo o un leader capace di catalizzare queste resistenze. Ci sono figure interessanti, indigeni e non, ma i partiti politici, se ancora si possono chiamare così, sono influenzati dal narcotraffico e dalle mafie, che investono milioni di quetzales per comprare voti ed eleggere propri uomini. Gli accordi di pace siglati nel 1994 tra il governo e la guerriglia dell’Unità rivoluzionaria nazionale guatemalteca sono purtroppo rimasti sulla carta.

La Conferenza episcopale è unita, anche se al suo interno convivono diverse sensibilità e analisi della realtà. C’è un gruppetto di vescovi di “avanguardia”, capeggiato da mons. Alvaro Ramazzini, un altro più conservatore e un blocco centrale che oscilla tra i primi due a seconda dei temi.

Ci accomuna l’attenzione alla popolazione. Il lavoro missionario di base aggrega molta gente.

Di recente ho presieduto una riunione con 500 persone, in maggioranza donne e giovani, di tre parrocchie per preparare la Missione popolare a Santa Cruz del Quiché. Abbiamo riflettuto su come nel Vangelo si trovi un progetto di vita, di comunità e di società basata sul bene comune, e su come difendere la persona maya, con i suoi valori, la sua storia, il suo senso comunitario. Da qui viene una grande speranza.

Anche in Guatemala abbiamo partecipato alla discussione in vista del Sinodo sulla famiglia. Pure qui ci sono famiglie che si rompono a causa di separazioni. Da noi il disagio va al di là del problema dell’accesso ai sacramenti perché la Chiesa si caratterizza per una grande partecipazione dei laici e chi ha formato una nuova famiglia dopo un divorzio vuole essere protagonista e assumere responsabilità nella comunità cristiana. Perciò anche noi vescovi guatemaltechi abbiamo chiesto di affrontare in modo approfondito il problema dei divorziati risposati.

Negli Stati Uniti, dove emigrano molti guatemaltechi, la dichiarazione di nullità si ottiene facilmente, perché si dà assai più peso alle ragioni psicologiche che in Guatemala, dove però, specie in passato, molti erano i matrimoni frutto di pressioni sociali, se non combinati dai genitori. Questi potrebbero essere dichiarati nulli, permettendo la celebrazione delle seconde nozze con la persona con cui è stata formata una nuova famiglia.

Serve snellire le procedure e avere criteri maggiormente pastorali per affrontare queste situazioni.

D’altro canto da noi i giovani, pur avendo accesso alle nuove tecnologie, vivono coi genitori e moltissimi partecipano alla vita delle comunità o alla Messa. Negli ultimi anni hanno assai rivalutato la famiglia.



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