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Morte e distruzione ad Haiti. Sbriciolati migliaia di edifici, il palazzo presidenziale, quello dell’Onu, alcuni ospedali, molte scuole, la cattedrale di Port-au-Prince. Distrutti i centri nevralgici del paese, 170 mila cadaveri recuperati, migliaia di dispersi. Tra le macerie anche il corpo senza vita di mons. Joseph Serge Miot, arcivescovo della capitale. Quanti anni ci vorranno per rimettere in piedi la “Perla delle Antille”? Mentre guardiamo le immagini alla televisione o al computer, è difficile non rimanere impressionati, lacerati nel cuore, soprattutto ascoltando l’urlo dei superstiti: “Non ho più casa, ho perduto due, tre, quattro figli, mio marito, mia moglie”. Per fortuna, la solidarietà internazionale non si è fatta attendere, anche se deve fare i conti con “il caos assoluto”, dichiara il sociologo Laënnec Hurbon, che continua: “Tre milioni di persone dormono sulle strade, a fianco dei cadaveri. Non disponiamo di mezzi per tirar fuori i corpi dalle macerie. Lo Stato non esiste più. La gente dice che è la fine del mondo”.

Fine del mondo o rinascita per il paese più povero dell’emisfero occidentale?

Per un popolo flagellato da una sessantina di calamità naturali dal 1900 e che aveva appena ristabilito lo Stato di diritto, dopo le estenuanti dittature di Duvalier padre e figlio (1957-1986) e le alterne vicende politiche di Jean-Bertrand Aristide (1990-2004), il terremoto del 12 gennaio ha azzerato l’ancor timida speranza che cominciava ad insinuarsi nella vita degli haitiani.

Haiti sembra una maledizione infinita, il paradigma insuperabile della miseria latino-americana.

I due famosi cantautori brasiliani, Caetano Veloso e Gilberto Gil, volendo denunciare le miserie del Brasile non hanno trovato ispirazione migliore di Haiti: “Pensa ad Haiti, prega per Haiti. Haiti è qui, Haiti non è qui”.

Ma il terremoto è anche un’occasione storica perché la “Perla delle Antille” si riappropri del suo destino e del suo sorriso. Ci auguriamo che in queste ore Haiti non diventi il palcoscenico degli aiuti internazionali per mostrare davanti alle telecamere di tutto il mondo chi è più bravo: gli Stati Uniti, la Francia o l’Italia.

Per la rinascita di Haiti è importante non dimenticare la storia. La Francia pretese compensazioni impossibili, dopo che gli schiavi si ribellarono e conquistarono l’indipendenza nel 1804, innescando una spirale di povertà e debito ingiusto che si prolunga fino ai nostri giorni. Prima repubblica nera della storia, Haiti ha ottenuto la libertà al caro prezzo della spoliaziane di tutti i suoi beni, meno della sua cultura. La comunità internazionale è chiamata oggi a prestare il suo aiuto credendo nella trasformazione del paese, sconfiggendone la povertà.

Figura emblematica di questa ardua lotta alla povertà è una donna brasiliana, missionaria laica, pediatra, madre di cinque figli, Zilda Arns. Fondatrice della “Pastorale dell’infanzia” – che oggi, con 260mila volontari assiste quasi due milioni di bimbi, 95mila donne incinte in oltre 42mila comunità in Brasile –, Zilda è morta a Port-au-Prince sotto le macerie della chiesa del Sacro Cuore, dopo aver tenuto una conferenza sul tema della denutrizione. Secondo l’anziano fratello Paulo Evaristo Arns, cardinale emerito di São Paulo, Zilda “è morta come avrebbe desiderato: combattendo per la causa cui aveva dedicato tutta la sua vita”.

Un seme di speranza tra le macerie di Haiti.



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