Giovanni: 1a. missione di Gesù, Manifestare il Messia a Israele
Nel Vangelo secondo Giovanni è soltanto col cap. 4 che appare un interesse esplicito per coloro che non fanno parte del popolo ebraico: attraversando la Samaria (4,4-42), Gesù farà fare ai suoi discepoli l’esperienza di un primo raccolto missionario al di fuori dei confini del popolo eletto. Il racconto del passaggio attraverso la Samaria appartiene a quella parte del Vangelo che ha sullo sfondo la prima Pasqua (Gv 2,13-4,54), la prima di tre esplicitamente menzionate nel testo (2,13; 6,4; 11,55). Il racconto che Giovanni fa del ministero itinerante di Gesù sullo sfondo della prima Pasqua (Gv 2,13-4,54) è preceduto da quello della sua manifestazione a Israele (1,19-2,12): questa successione non è affatto casuale.
La modalità con cui l’evangelista ha composto il suo racconto veicola un significato profondo quanto al modo in cui egli concepisce l’annuncio del Vangelo: non è possibile parlare dell’interesse di Gesù per coloro che non fanno parte del popolo eletto, senza avere prima narrato di come egli si sia manifestato a Israele.
Vale allora la pena lasciarci condurre, anche noi, dall’intenzione dell’autore ed arrivare al primo esempio di missio ad gentes (se ci è consentito chiamare così la missione in Samaria) solo dopo aver contemplato il modo in cui il messia è stato accolto da alcuni veri Israeliti.
Accingendoci a riflettere sulla manifestazione di Gesù a Israele (Gv 1,19-2,12), come premessa indispensabile per comprendere l’evangelizzazione dei non ebrei (i samaritani di Gv 4), ci vengono alla mente le parole del Concilio che si trovano al numero 4 del decreto Nostra aetate: “Scrutando il mistero della Chiesa, questo sacro Concilio ricorda il vincolo con cui il popolo del Nuovo Testamento è spiritualmente legato con la stirpe di Abramo”. La Chiesa, che ha una natura missionaria ed è chiamata a predicare il Vangelo tra le genti, non può in nessun modo svolgere la propria missione se non ha adeguatamente presente il legame che la unisce a Israele; quando la Chiesa si interroga sul proprio mistero, lì trova quel vincolo spirituale che la unisce indissolubilmente con la stirpe di Abramo. “La manifestazione del messia a Israele” è il titolo che più ci aiuta a cogliere il senso di Gv 1,19-2,12.
In questa prima breve sezione narrativa del quarto vangelo (QV) il verbo “manifestare” s’incontra in effetti due volte, in Gv 1,31 e 2,11. La versione italiana riveduta, che è complessivamente più letterale della precedente, traduce così le parole di Giovanni Battista (1,30-31): “Egli è colui del quale ho detto: ‘Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me’. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele”; e la conclusione del racconto delle nozze di Cana (2,11) suona così nel nuovo testo CEI: “Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui”. In entrambi i casi il testo italiano, rispettando il greco, presenta ora il verbo “manifestare”.
La missione del Battista
Tutto il senso del ministero di Giovanni, della sua attività battesimale e della sua testimonianza, è raccolto in questa espressione: “perché egli (cioè il messia Gesù) sia manifestato a Israele” (1,31). Colui che manifesta è propriamente il Padre, ma il ministero del Battista rappresenta l’occasione, lo strumento, il contesto perché Dio possa rendere manifesto Gesù a Israele come l’atteso. In effetti tutta l’attività di Giovanni è orientata a Gesù.
Fin dal suo ingresso in scena al v. 19, si vede bene che il Battista non fa altro che rendere testimonianza a Gesù come al messia: prima indirettamente e poi direttamente, Giovanni applica a Gesù una quantità impressionante di titoli ed espressioni per esprimere il mistero dell’identità di colui che già è presente in mezzo al popolo, ma ancora non è conosciuto (1,26). Gesù viene presentato da Giovanni come il Cristo (1,20), come Elia tornato ad inaugurare i tempi escatologici (1,21a), come il profeta pari a Mosè (1,21b), come il Signore (1,23), come il messia nascosto (1,26), come l’unico che può vantare un diritto sulla sposa-Israele (1,27), come l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (1,29), come colui che esiste da prima della fondazione del mondo (1,30), come colui sul quale lo Spirito Santo dimora stabilmente (1,32) e che lo può dispensare (1,33), come il Figlio di Dio (1,34).
I primi discepoli-missionari sono Israeliti
L’effetto di questa testimonianza resa dal Battista è che effettivamente un gruppo di Israeliti si mette alla sequela di Gesù: la dichiarazione di Gesù a Natanaele “Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità” (1,47) non vale soltanto per questo personaggio, che è l’ultimo di una serie di cinque che si mettono alla sequela di Gesù. La qualifica di Israelita accomuna tutti i primi discepoli. In Gv 1,35-51 viene raccontata in rapida successione l’adesione al messia di Andrea, di un altro discepolo che resta anonimo, di Simone il fratello di Andrea, di Filippo e di Natanaele: in questo si tocca con mano come Dio abbia davvero manifestato il messia a Israele, per mezzo dell’attività del Battista.
Attraverso il termine Israele/Israelita l’evangelista Giovanni fa riferimento al popolo dell’alleanza contemplato in termini esclusivamente positivi: si tratta del popolo che scruta le Scritture e che attende il messia. Da quel popolo vengono i primi discepoli del messia di Nazaret: nessun allargamento dell’orizzonte è possibile se prima non si raccolgono attorno al messia i credenti che provengono dal popolo eletto, il popolo dell’alleanza, il popolo che possiede le Scritture.
A Cana l’alleanza definitiva con Israele
A Cana di Galilea è Gesù stesso che si manifesta a questo gruppetto di autentici Israeliti. Dire che Gesù manifestò la sua gloria (2,11) equivale semplicemente a dire che manifestò la sua identità profonda, il mistero della sua persona. Sulla carta di identità rilasciatagli dall’anagrafe dell’epoca sta scritto semplicemente: “Gesù figlio di Giuseppe, da Nazaret” (cfr. 1,45).
I suoi discepoli hanno, però, già capito che c’è in lui molto di più di un’origine dall’insignificante Nazaret e di una discendenza da un oscuro Giuseppe: essi lo hanno riconosciuto come il messia atteso da Israele definendolo espressamente come «il messia/cristo» (1,41), “colui del quale ha scritto Mosè nella legge e i profeti” (1,45), “il figlio di Dio adottivo, nel senso del re di Israele discendente di Davide” (1,49).
Alle nozze di Cana Gesù si manifesta loro come il messia che viene come sposo, per celebrare con Israele le nozze dell’alleanza definitiva e perenne, secondo le promesse dei profeti. Nel donare agli invitati alle nozze quella quantità smisurata di vino eccellente egli adempie gli antichi oracoli, in particolare quello pronunciato da Giacobbe sul letto di morte all’indirizzo del figlio Giuda (Gn 49,10-11): “finché verrà colui al quale esso [lo scettro] appartiene e a cui è dovuta l’obbedienza dei popoli. Egli lega alla vite il suo asinello e a una vite scelta il figlio della sua asina, lava nel vino la sua veste e nel sangue dell’uva il suo manto”.
Giacobbe aveva associato i tempi del messia ad una straordinaria abbondanza di vino: il messia legherà il suo asinello alla vite senza preoccuparsi minimamente del fatto che l’animale divorerà in un batter d’occhio i grappoli d’uva matura; egli potrà tranquillamente impiegare vino laddove prima si usava l’acqua.
La missio ad gentes riparte sempre da Israele
Ecco allora il senso della prima sezione narrativa di Giovanni all’interno del discorso missionario complessivo del QV. Il messia, che proviene dal popolo ebraico, ha iniziato la sua missione nel mondo manifestando se stesso a Israele. La sua comunità si allargherà presto ad accogliere anche uomini e donne che non fanno parte del popolo eletto: essi non potranno però mai dimenticare che il dono di Dio offerto a loro mediante il Vangelo è precisamente quello di poter partecipare alla benedizione un tempo (prima della venuta del messia) riservata esclusivamente a Israele.
La missio ad gentes è svolta da una Chiesa che deve essere consapevole di portare nel suo DNA l’Israele che ha creduto.
La Chiesa è il luogo in cui le genti possono partecipare ai beni di Israele entrando in comunione con quegli Israeliti che furono i primi discepoli di Gesù ma anche, oserei dire, in comunione con quegli ebrei (pochi o molti che siano non ha importanza) che anche oggi riconoscono in Gesù il messia di Israele.







