Michele Do: Amare la Chiesa
“Amare la chiesa”: è sempre il momento, è proprio questo il momento! C’è chi parla di tempi duri, oscuri, di sbandamento del Papato, di interventi aggressivi di persone di Chiesa (vedi il caso Eluana, in Italia, e quello di Recife, in Brasile). Senza nascondere niente e con il cuore che a volte piange, credo di poter dire che sono piuttosto tempi di “crisi”, di passaggio, di germogli di vita nuova.
Tempi di possibile rinnovamento a tutti i livelli, di ripresa a fondo del Concilio Vaticano II, perché è vero che tutti, credenti e/o no, abbiamo bisogno di chiarirci nella mente e nel cuore che cosa significa dire “Chiesa” (parola cosi vasta) oggi, vivere nella Chiesa, amarla e restarci dentro, nonostante tutto.
Che un Papa un giorno dica una cosa e dopo ci ritorni su, è cosa che ci sveglia, credenti e non.
Se accettiamo la sfida, siamo tutti provocati a credere che il Papa è solo Papa, non infallibile nei suoi interventi quotidiani; che la gerarchia non è tutta “la Chiesa”; che se la Chiesa fa politica, dovrebbe farla in maniera evangelica, più con la vita che con le parole, non come potere, ma consapevole che essa è soprattutto l’ultimo atto dell’incarnazione di Dio nella storia, nell’uomo, per imparare ad amare.
Questo è il messaggio delle due conferenze di Michele Do, raccolte in questo libretto.
Due conferenze da lui donate a malincuore, perché uomo schivo e umile, nei primi anni del dopo Concilio. Esse ci risvegliano alle profondità del mistero della Chiesa e al restarvi attaccati, proprio come un nodo alla fune (secondo l’immagine di don Mazzolari).
Dalla prima conferenza leggiamo: “Dio si fa uomo non per demagogia, ma per essere meglio Dio […]. La chiesa è l’ultimo atto dell’incarnazione. Cristo rimane nell’uomo, nellecose dell’uomo, sicolloca, si fa ospitare nellecose: nell’acqua, semplice e necessaria, nell’olio, succo dei frutti della terra; nell’amore umano, ancor oggi così sospettato; nella sofferenza umana, nell’invalicabile solitudine agonica, in cui Cristo entra… Cristo non ha schifo degli uomini, tocca il lebbroso, prende gli uomini non selezionati […]. La chiesa, «una povera cosa vuota che Dio riempie, una cosa smarrita che Dio raccoglie» (fra Silvestro con Guido Gozzano)” (pp. 24-25).
Amare la Chiesa quando appare anti umana, aggrappata solo a legge e potere, quando si dice “la Chiesa” e si parla solo di gerarchia, quando appare razzista. Amare la Chiesa, le sue povertà, perché sono anche le nostre.
Questo è il legato di Michele Do, che sulla gerarchia osa dire: “La gerarchia occorre, è nell’evangelo. E’ quella che dice Ireneo: «Colei che presiede all’amore», che serve all’amore, che serve la verità, ma quella evangelica. Se il cristiano ha il dovere di non relativizzare l’assoluto, la gerarchia ha il dovere di non assolutizzare il relativo: questo è un delitto. Siamo nella libertà. Il compito del magistero è dire: «Questo mi sembra evangelo, ma non ve lo garantisco». Faccia piuttosto la gerarchia lo sforzo di impegnarsi sugli assoluti dell’evangelo. Contesti il mondo ma con dei veri valori […].La chiesa deve respirare nella dimensione delle beatitudini” (pp. 26-27).
È in questa dimensione delle beatitudini che va pensata e vissuta anche la missione della Chiesa, secondo Michele Do: “Il missionario non va per salvare, per portare Dio che già lavora in loro [non credenti, non cristiani], ma per aiutarli a conoscere Dio incarnatosi, a riconoscere tutta la misura dell’amore di Dio, a dire: «Dio vi ama più di quanto possiate immaginare»” (pp. 27-28).
- TOMMASO BOGLIACINO, Piccolo Fratello – Comunità Betania di Padenghe sul Garda.






