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Giovanni Paolo II, un papa missionario

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  • DON MARIO BANDERA, Direttore CMD Novara, 3 maggio 2011.

Con l’unità d’Italia, cancellato lo Stato Pontificio (1870), i papi rimasero “prigionieri” in Vaticano. Ruppe gli schemi Giovanni XXIII che in treno si recò ad Assisi e Loreto; dopo di lui Paolo VI iniziò le visite alle diocesi italiane e in diverse nazioni del mondo toccando i cinque continenti. Dopo la breve parentesi di papa Luciani, “l’irruzione” sulla scena mondiale di Giovanni Paolo II, segnò una tappa fondamentale nei viaggi papali, basti dire che nei suoi 27 anni di pontificato fece ben 104 viaggi fuori dall’Italia.

Una cifra impressionante che rivela l’ansia apostolica di Wojtyla. […]

Giovanni Paolo II compì il suo primo viaggio da papa nel febbraio del ’79 visitando la Repubblica Dominicana, le Bahamas e il Messico, dove a Puebla si stava realizzando la IV Conferenza degli episcopati latinoamericani (Celam). È opinione comune che quel viaggio segnò una svolta nella prospettiva di papa Wojtyla, abituato a confrontarsi duramente con l’ideologia comunista in Polonia dove il cristianesimo era un baluardo di giustizia e di libertà. Egli dovette confrontarsi con una realtà diversa dove i vescovi gli fecero notare quanto le dittature militari opprimevano, torturavano e uccidevano persone innocenti motivando queste loro scelte come operazioni necessarie in difesa della così detta “civiltà cristiana occidentale”.

Il papa fu particolarmente scosso e pur restando guardingo nei confronti della Teologia della liberazione, fece propria la visione di una Chiesa schierata in difesa dei campesinos e degli oppressi. La sua “conversione” circa queste problematiche la si ebbe quando visitando El Salvador, volle andare a pregare sulla tomba di mons. Romero col quale aveva avuto delle incomprensioni non indifferenti, tant’è vero che sia l’episcopato salvadoregno come le autorità militari avevano escluso una visita alla cattedrale dove era sepolto.

In una cattedrale deserta, con le sole persone al seguito, Wojtyla volle entrare ad ogni costo e si inginocchiò con le braccia stese sulla tomba di Romero dove rimase per lunghi interminabili minuti in un sofferto momento di preghiera e di commozione sulla tomba di un martire ucciso per la sua tenacia in difesa dei poveri e degli oppressi mentre celebrava l’eucaristia. Sempre in America latina, fece sentire la sua voce quando in Bolivia un minatore piangendo gli si presentò con una pentola vuota, e in Brasile quando un menino de rua (ragazzo di strada), sgattaiolando tra le maglie della sicurezza, riuscì ad arrivare sul palco abbracciando Wojtyla con tutta la sua forza. In entrambe le occasioni, come in altri discorsi rivolti alla gente accorsa a sentirlo, il linguaggio di Giovanni Paolo II fu chiaramente impregnato di quelle istanze di cui la Teologia della liberazione si era fatta interprete.

Specularmente si può dire che un identico processo era avvenuto in terra d’Africa quando Wojtyla si trovò di fronte al più sfruttato e depredato continente della storia umana; non esiste parrocchia in Africa ove non sia appesa ad una parete quella stupenda foto di Giovanni Paolo II appoggiato allo stipite della porta di Gorè, l’isola di fronte a Dakar ove venivano ammassati gli schiavi catturati all’interno del continente per essere deportati nelle Americhe: milioni di esseri umani sulle soglie di quella porta venivano incatenati e imbarcati sulle navi negriere, un crimine compiuto dalle cristianissime potenze coloniali europee, di cui Wojtyla ebbe a dire: “Nessuna parola potrà mai cancellare questa ignominia”.

Anche per quanto riguarda l’Asia ci sono momenti particolari legati alle visite di Wojtyla, quando in Armenia si inginocchiò di fronte al memoriale che ricorda il “Grande Male” ovvero l’eccidio perpetrato dai turchi sull’inerme popolazione cristiana, mentre Ch. Aznavour, figlio della diaspora armena, cantava un lamento musicale della grande tradizione di quella terra, da far rabbrividire i presenti. La stessa emozione si provò quando Wojtyla a Gerusalemme davanti al muro del pianto introdusse tra le fessure di quelle pietre millenarie un biglietto in cui veniva chiesto perdono agli ebrei, nostri fratelli maggiori nella fede, per le vessazioni subite da parte dei cristiani lungo i secoli. […]

In un certo modo si può dire che ogni suo viaggio corrispondeva ad una lezione di vita che si aggiungeva al suo straordinario magistero vissuto e dispiegato a livello planetario.

Anche per ciò che riguarda i viaggi in Italia ci è caro ricordare la sua invettiva nella Valle dei templi di Agrigento, contro gli uomini della mafia. Non furono parole diplomatiche, quello che bisognava dire Wojtyla lo disse con chiarezza e anche con forza: un esempio di predicazione più attuale che mai.


Un convegno stimolante e coinvolgente

  • PIERGIORGIO TODESCHINI. Brescia, 9 maggio 2011.

Caro p. Mario, capita di rado di partecipare ad un convegno che dall’inizio alla fine riservi stimoli intensi e articolati, profondi e coinvolgenti come il vostro. Senza cadute, né di stile né di contenuto. Quello che riferisco vale anche per gli amici partecipanti che ho ‘sentito’. Poiché la mia tesi è che un buon convegno dipende sì dalla qualità degli “oratori” (è banale), ma dalla sapiente organizzazione e regia di chi lo promuove, onore a te e a tutto lo staff.



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