GIAPPONE / IL CORONAVIRUS IN UN PAESE IN CERCA DI RISCATTO
Con il contrasto al dilagare dell’epidemia da coronavirus, il Giappone sta affrontando una seconda crisi nazionale in un decennio dopo quella dovuta alla doppia catastrofe del terremoto e dello tsunami dell’11 marzo 2011, le cui conseguenze non sono state del tutto superate, anche per l’emergenza nucleare causata dall’impatto dell’onda anomala sui reattori della centrale n. 1 di Fukushima, che ha evidenziato le carenze nella sicurezza dell’impianto e costretto all’azzeramento o quasi l’intera produzione elettronucleare del paese.
LE OLIMPIADI E LA FINE DI UN PERIODO TORMENTATO
Anche per questo, per arrivare finalmente a chiudere un periodo tormentato della sua storia recente, in un Giappone in ristrutturazione, interessato da sommovimenti economici e sociali di necessaria ma difficile soluzione, a partire dall’invecchiamento accelerato della popolazione, i Giochi olimpici previsti per la prossima estate erano considerati come la possibilità di ospitare per la seconda volta, dopo il 1964, il meglio dello sport internazionale, ma anche di riproporre positivamente all’attenzione globale un paese che la débâcle di Fukushima aveva messo in cattiva luce. Inoltre, non è un mistero che il Giappone aveva sperato di uscire da un ventennio di stagnazione economica proprio con i Giochi ora rinviati all’estate 2021, le terze più costose Olimpiadi della storia, con un bilancio finale previsto di 25 miliardi di dollari. Con la prospettiva di ospitare oltre 15mila atleti per le Olimpiadi e Paralimpiadi 2020, sostenendo la promozione turistica con incentivi e con la concessione di visti d’ingresso a viaggiatori provenienti da molti paesi, l’arcipelago aveva visto esplodere il turismo, cresciuto del 263 per cento tra il 2010 e il 2018, arrivando a 31,2 milioni di visitatori con l’aspettativa di arrivare in quest’anno olimpico a 40 milioni. Un mosaico di provenienze – con in testa cinesi e coreani – che fino allo scorso febbraio aveva avuto modo di visitare una realtà ben diversa da quella del 1964, quando il Giappone post-bellico aveva appena iniziato a porsi come fiero concorrente dei paesi più avanzati.
LA CHIESA GIAPPONESE TRA CHIUSURE E RICERCA DI SOLUZIONI
Dal 27 febbraio la Chiesa giapponese affronta le misure restrittive suggerite e a volte imposte dal governo per evitare la trasmissione del coronavirus. Al momento in cui questo articolo viene consegnato, c’è ancora la possibilità di celebrazioni comunitarie per gruppi ridotti di fedeli, evento peraltro non eccezionale nel contesto di un cattolicesimo assolutamente minoritario. Non a Tokyo, tuttavia, o in altre grandi città, dove ai fedeli locali abitualmente si aggiungono consistenti presenze straniere e le difficoltà attuali si fanno più evidenti.
“Non è facile per la Chiesa prendere la decisione di sospendere le Messe giornaliere, ma spero che i fedeli possano comprendere la serietà della situazione. Nelle parrocchie dell’arcidiocesi di Tokyo ci sono molte chiese visitate da numerose persone di varia provenienza, inclusi i turisti. Tuttavia, anche pensando al numero crescente di anziani tra i fedeli, è importante impegnarci per evitare i rischi, come la possibilità di contatti ravvicinati con altri durante la celebrazione e la possibilità che siano infettati durante il tragitto per recarsi in chiesa”. Così l’arcivescovo di Tokyo, mons. Tarcisio Isao Kikuchi, ha voluto ricordare che l’isolamento diffuso deve rafforzare l’unità nella preghiera e il senso di appartenenza, pur continuando a dare un contributo solidale alla società giapponese in questa nuova crisi. “Siamo assolutamente convinti del potere della preghiera e niente ci impedirà di pregare soltanto perché il contagio si è esteso indiscriminatamente. Mentre prendiamo misure pratiche per rispondere al Covid-19, la Chiesa non avrebbe ragione d’essere se non includessimo la risposta spirituale nel nostro impegno contro il coronavirus”, proseguono le riflessioni indirizzate dall’arcivescovo alla diocesi. “È vero che ci sono piccole parrocchie in Giappone dove soltanto da 10 a 50 fedeli assistono alla Messa domenicale. Ad esempio, la diocesi di Sapporo (Hokkaido) ha chiarito che le celebrazioni possono tenersi soltanto per gruppi fino a 10 partecipanti. Il problema è che a Tokyo ci sono chiese con una frequenza superiore ai 500 fedeli. Risulta difficile – ricorda l’arcivescovo – ordinare a grandi parrocchie di chiudere le proprie attività e consentirle invece per piccole comunità. Quello che si potrebbe verificare è che fedeli della nostra arcidiocesi decidano di partecipare a Messe in piccole parrocchie di diocesi limitrofe”.
IL CORONAVIRUS SULLA “PRINCESS DIAMOND” E IN HOKKAIDO
In Giappone, quella contro il nuovo coronavirus è stata una lotta precoce. Inizialmente, va ricordato, l’arcipelago aveva sperimentato due focolai di contagio. Il primo, sulla sfortunata nave da crociera Diamond Princess, ancorata nel porto di Yokohama per settimane a partire dal 4 febbraio, con la maggior parte dei 3.800 imbarcati posti in quarantena e successivamente in parte evacuati verso i paesi di appartenenza. Furono 720 i contagiati a bordo e almeno sette i deceduti. Ultimi a uscire per accedere a loro volta alla quarantena prima del rientro in Italia, una decina di marinai e il comandante Gennaro Arma, nostri connazionali. Sulla nave, diventata simbolo della difficoltà ad accostarsi a una situazione nuova che ha come difesa primaria il distanziamento sociale, si era inizialmente concentrata l’attenzione internazionale, anche per sottolineare le mancanze delle autorità sanitarie che già stavano affrontando un’altra situazione di crisi in Hokkaido. Nella più settentrionale delle quattro isole maggiori dell’arcipelago giapponese, il contagio si era presentato precocemente e dopo una traiettoria di crescita sostenuta, si era praticamente annullato entro marzo per poi riemergere, al punto da spingere il governatore Naomichi Suzuki a dichiarare per la seconda volta, il 12 aprile, l’emergenza, dopo quella di due mesi prima. Lo stesso giorno in cui a Tokyo si erano superati i duemila casi accertati di Covid-19, nonostante da quattro giorni fosse in vigore lo stato d’emergenza chiesto dal premier Shinzo Abe e applicato inizialmente nelle aree metropolitane di Tokyo, Osaka e Fukuoka. Misure restrittive basate anzitutto sul convincimento e con garanzie di sostenibilità produttiva e funzionale, successivamente estese geograficamente e rese più costrittive sul piano del distanziamento sociale.
PROVVEDIMENTI ECONOMICI CONTRO LA RECESSIONE
Ovviamente, l’economia è stata posta da subito in primo piano per evitare fenomeni recessivi e non acuire le sofferenze a livello sociale. I provvedimenti che hanno accompagnato il blocco parziale hanno privilegiato le attività d’impresa e lo sviluppo di infrastrutture per garantire ricadute positive su occupazione e redditi. Il governo a trazione liberal-democratica guidato da Abe ha lanciato nella terza settimana di aprile un insieme coordinato di misure a sostegno dell’economia che hanno coinvolto il 20 per cento del Prodotto interno lordo per complessivi 108mila miliardi di yen, ben 912 miliardi di euro. Una manovra ingente, anche se inclusiva dei fondi equivalenti a 220 miliardi di euro già indirizzati a contrastare i rischi della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, finalizzata, secondo Abe, “ad attuare un’iniziativa economica su una scala senza precedenti come conseguenza dei danni economici del nuovo coronavirus”.
L’impegno governativo è stato accolto con segnali positivi dai mercati e la popolazione ha reagito con compostezza alle indicazioni di limitare l’accesso a supermercati, farmacie e servizi pubblici, ma con freddezza all’esortazione ufficiale a privilegiare il telelavoro e utilizzare ferie e permessi. Pressante, invece, e registrata nei sondaggi, la richiesta di sostenere in particolare le piccole e medie imprese, essenziali nella struttura produttiva del paese del Sol Levante come del nostro.
AIUTI ALLE PICCOLE E MEDIE IMPRESE E ALLE FAMIGLIE
Nel “pacchetto” di provvedimenti governativo approvato a fine aprile della Dieta sono stati previsti e gestiti come prioritari i contributi a fondo perduto per 50,6 miliardi di euro destinati alle Pmi e alle famiglie, come pure ad esse sono stati destinati i prestiti forniti dalle istituzioni finanziarie pubbliche e private a sostegno dell’occupazione. Alle aziende in difficoltà è stata altresì concessa una dilazione dei versamenti fiscali e contributivi per complessivi 220 miliardi di euro.
In vista di una ripresa che ancora una volta farà leva sul rilancio delle infrastrutture, potrebbe essere determinante la stretta cooperazione tra governo e Banca del Giappone che consentirà, tra l’altro, probabilmente già dal prossimo mese di luglio, un’ulteriore emissione di bond per il valore di 16mila miliardi di yen (136 miliardi di euro) che si aggiungeranno ai 1.225 miliardi di euro già previsti per la collocazione sul mercato nell’anno fiscale in corso, portando il debito pubblico a superare del 205 per cento il Pil del 2019. La crisi incentiverà probabilmente un ulteriore riflusso di investimenti delle imprese giapponesi dall’estero verso la madrepatria a salvaguardia anche dei livelli occupazionali.







