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DIFESA E SANITÀ DUE SISTEMI DA RIFORMARE

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È ormai evidente a tutti. Il nostro paese non era preparato a fronteggiare l’epidemia da Covid-19. Per sopperire alle mancanze del sistema sanitario e della Protezione Civile è stato chiesto l’intervento delle Forze Armate. Sistema della difesa e sistema sanitario sono accomunati da due rilevanti caratteristiche: entrambi sono chiamati a tutelare dei diritti fondamentali dei cittadini italiani (sicurezza e salute) e, pertanto, devono essere in grado di rispondere alle emergenze che costituiscono una parte essenziale della loro attività. Ma lo sono? Per rispondere è necessario fare un raffronto esaminando quattro ambiti: produzione, controllo, investimenti e pianificazione.

PRODUZIONE MILITARE E MEDICO-SANITARIA

Dal confronto dei dati della produzione militare con quella medico-sanitaria emerge anzitutto un primo elemento: mentre l’Italia produce gran parte dei sistemi militari necessari alla difesa tanto da poter essere sostanzialmente autosufficiente, è invece ampiamente dipendente dall’estero per quanto riguarda diverse tipologie di apparecchiature medico-sanitarie. Gli ultimi tre anni mostrano infatti un saldo ampiamente positivo per le esportazioni di sistemi militari (2,5 miliardi di euro di esportazioni annuali a fronte di 500 milioni di importazioni) e positivo anche per gli apparecchi medico-sanitari (7,4 miliardi di euro di esportazioni annuali a fronte di 7 miliardi di importazioni), ma con un’evidente dipendenza dall’estero per le apparecchiature mediche.

Questo è un primo e fondamentale elemento che richiede una profonda revisione nella direzione della riconversione a fini civili di quella parte dell’industria militare ormai obsoleta e di una razionalizzazione programmatica dei settori industriali militari nel contesto di un rinnovato e diverso Piano di difesa europeo. Si tratta di un indirizzo già presente nella normativa vigente, purtroppo ampiamente inattuata, che prevede che lo Stato predisponga “misure idonee ad assecondare la graduale differenziazione produttiva e la conversione a fini civili delle industrie nel settore della difesa” (L. 185/1990, art. 1, c. 3).

CONTROLLO DEI SETTORI PRODUTTIVI DI INTERESSE NAZIONALE

Questi dati esplicitano un’evidenza poco nota. Lo Stato italiano – di fatto il Governo attraverso il Ministero dell’Economia e delle Finanze – è il principale azionista di tutte le maggiori aziende di produzione militare come il gruppo Leonardo e Fincantieri. Non solo: attraverso il golden power lo Stato esercita un controllo fondamentale anche sulle imprese private “operanti in ambiti ritenuti strategici e di interesse nazionale”. Tra queste aziende figurano tutte quelle nei settori dell’energia, dei trasporti, delle comunicazioni e anche tutte quelle del settore militare e degli armamenti, ma non quelle del settore medico-sanitario. Considerare strategica e di interesse nazionale l’industria militare e non quella medico-sanitaria manifesta un grave problema di comprensione non solo della tutela del diritto alla salute, ma anche della sicurezza che lo Stato deve garantire ai cittadini.

L’impatto dell’epidemia ha inoltre evidenziato diverse carenze del nostro sistema sanitario. Ciò è dovuto al costante indebolimento del Sistema Sanitario Nazionale a fronte di un’ininterrotta crescita di fondi a favore delle spese militari.  Mentre la spesa sanitaria ha subito una contrazione complessiva rispetto al Pil passando da oltre il 7 per cento a circa il 6,5 per cento previsto dal 2020 in poi, la spesa militare ha sperimentato un balzo in avanti negli ultimi 15 anni passando dall’1,25 per cento rispetto al Pil del 2006 fino a circa l’1,40 per cento raggiunto ormai stabilmente negli ultimi anni.

OCCORRE PIANIFICARE L’EMERGENZA

L’Italia, dunque, investe sempre più per la difesa armata e sempre meno in cure sanitarie. Non solo: mentre il personale militare è tuttora ampiamente sovradimensionato rispetto alle reali esigenze del paese, il Servizio sanitario nazionale dal 2009 al 2017 ha perso 46 mila addetti. Inoltre, mentre alla sanità è stata applicata la “spending review” non altrettanto può dirsi per il settore militare e in particolare per il “procurement militare”, cioè per l’acquisto di armamenti, la cui spesa negli ultimi bilanci dello Stato si è sempre aggirata tra i 5 e i 6 miliardi di euro annuali.Non è, però, solo una questione di stanziamenti, di mezzi e personale. Il problema è soprattutto di modello e di pianificazione. Lo evidenzia l’ultimo rapporto della Fondazione Gimbe dal quale emerge la “mancanza di un disegno politico di lungo termine per preservare e potenziare la sanità pubblica” e la necessità di “aumentare le capacità di indirizzo e verifica dello Stato sulle Regioni nel rispetto delle loro autonomie”. Come noto, a seguito della riforma del Titolo V della Costituzione, il “Piano sanitario nazionale” viene predisposto dal Governo, ma la sua adozione spetta, nel concreto, alle Regioni sulla base dei propri Piani sanitari regionali: una differenza fondamentale rispetto al “modello di difesa” che, invece, è definito a livello nazionale dal Ministero della Difesa. Così, mentre esiste un Libro Bianco della Difesa allo scopo di “affrontare con razionalità, metodo e lungimiranza il problema della sicurezza e della difesa del paese, non limitandosi alla pur doverosa gestione degli eventi improvvisi”, non esiste invece a livello nazionale un simile Libro Bianco della Sanità (l’ultima edizione è del 2008) e lo stesso Piano sanitario nazionale di fatto risale al 2006.

Di pari passo, la gestione delle emergenze nel settore della difesa, pianificata in ambito Nato, è ampiamente prevista nel Libro Bianco della Difesa che a tal fine prevede, tra l’altro, forme specifiche di addestramento ed esercitazioni. Non altrettanto può dirsi per quanto riguarda il settore della sanità che da un lato rinvia alle decisioni assunte a livello europeo, dall’altro rimanda alle funzioni di competenza della Protezione Civile. In particolare appare carente, per entrambi i settori, la predisposizione di specifici piani per affrontare emergenze che implicano un ampio e diretto coinvolgimento della popolazione come l’evacuazione in caso di incidenti, ma anche per gestire una prolungata quarantena. Il problema non consiste, infatti, solo nell’intensificare i livelli di sinergia e di cooperazione tra settore sanitario, Protezione Civile e Forze Armate: si tratta, invece, di pianificare, prepararsi e gestire le emergenze con la diretta partecipazione delle associazioni della società civile.

RIPARTIRE DALLA COSTITUZIONE

I capisaldi della convivenza tra i cittadini e gli ambiti dell’azione delle strutture pubbliche sono ben definiti dalla Costituzione, in particolare da due articoli. Anzitutto l’articolo 32 stabilisce che “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti” e – per quanto riguarda la difesa – l’articolo 52 esplicita che “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino”. L’articolo in questione non si riferisce solo ed esclusivamente alla “difesa armata”, cioè alla difesa attraverso lo strumento militare: diverse deliberazioni della Corte Costituzionale, del Consiglio di Stato e della Cassazione hanno riconosciuto e parificato le forme di difesa armata a quella civile e nonviolenta.

È in questa direzione, di pieno coinvolgimento della società civile e delle sue associazioni che dovrebbe essere ripensato sia il “modello di difesa” che deve comprendere a pieno titolo e con eguale dignità e valore la difesa civile e nonviolenta (si veda la Proposta di Legge di iniziativa popolare per la difesa civile, non armata e nonviolenta), sia la ridefinizione del Piano Sanitario Nazionale e della gestione delle emergenze. 

IL CRINALE DEMOCRAZIA-AUTORITARISMO

L’attuale pandemia ha mostrato chiaramente che l’emergenza non è solo di tipo sanitario, economico o di ordine pubblico: è anzitutto una crisi umana e sociale e come tale va affrontata. Proprio per questo le questioni attinenti alla sanità, alla sicurezza e alla difesa non dovrebbero essere il monopolio delle rappresentanze politiche e neppure dei soli specialisti del settore: devono essere coinvolte a pieno titolo, anche nella fase decisionale, le associazioni della società civile.

Diverse misure che vengono adottate in questi giorni dall’impiego delle Forze Armate alla quarantena obbligatoria, dal dispiegamento di militari nelle strade alle restrizioni per le aziende fino alle possibili modalità di tracciamento degli spostamenti individuali) possono collocarsi sul crinale tra uno Stato democratico e forme autoritarie di controllo sociale. La differenza non sta solo nell’approvazione parlamentare o nel consenso popolare più o meno generalizzato verso queste misure, ma anche nella partecipazione della società civile e delle sue associazioni. Torna utile ricordarlo sin da ora, per poter programmare meglio appena l’emergenza sanitaria sarà passata.



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