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L’azione dello Spirito nella grande Pentecoste del concilio Vaticano II ha provocato un mutamento epocale, che può essere sintetizzato nel passaggio da una visione statica della fede, della Chiesa e del mondo a una visione dinamica ed evolutiva, come affermerà proprio alla conclusione del cammino conciliare la Gaudium et Spes (GS 5). E da questo cambiamento trae conseguenze che riguardano anche la Chiesa: “Le istituzioni, le leggi, i modi di pensare e di sentire, ereditati dal passato, sembra che non sempre si adattino bene alla situazione attuale” (GS 7).

All’interno di questa prospettiva, particolarmente importante è stata la recezione del movimento ecumenico sorto nel mondo anglicano e protestante, riconosciuto come opera dello Spirito sin dal primo paragrafo del decreto sull’ecumenismo Unitatis Redintegratio, che ha stabilito di inserire pienamente in esso la Chiesa cattolica (UR 4).

Si può dire che tutti i documenti del concilio Vaticano II sono stati elaborati in una prospettiva ecumenica, contribuendo così enormemente nell’epoca postconciliare a un riavvicinamento fra tutte le Chiese.

LE OCCASIONI MANCATE

Il nuovo rapporto instaurato con le altre Chiese sembrava consentire di sanare fratture secolari. La cancellazione delle scomuniche dalla memoria delle chiese d’Oriente e d’Occidente, avvenuta il 7 dicembre 1965, pareva rendere possibile e non lontana la loro piena riconciliazione.

Per diversi anni la possibilità di una concelebrazione eucaristica fra papa Paolo VI e il patriarca Atenagora di Costantinopoli, richiesta da quest’ultimo, significava l’apertura al ristabilimento della comunione eucaristica ed ecclesiale fra la Chiesa cattolica e quella Ortodossa. Una tale concelebrazione venne ritardata dalle incertezze di Roma e resa poi impossibile per la morte di Atenagora nel 1971, rimandando così di decenni il ristabilimento della comunione fra le due chiese sorelle.

Anche con le Chiese d’Occidente i rapporti erano comunque mutati: Paolo VI era convinto di poter realizzare nel corso del suo pontificato il pieno ristabilimento della comunione ecclesiale fra la Chiesa cattolica e la Comunione anglicana.

Le difficoltà sollevate nei confronti dei documenti del dialogo elaborati dalla prima commissione internazionale anglicano-cattolica richiesero però la redazione di alcune chiarificazioni, per cui quando nel 1981 poté essere pubblicato il Rapporto finale, che apriva la strada al ristabilimento della comunione, il nuovo clima instaurato a Roma non consentì di dare corso a questa possibilità.

L’UNITÀ NELLA DIVERSITÀ

In molti altri le conclusioni raggiunte dai teologi che avevano lavorato ai dialoghi ecumenici a nome delle loro Chiese e che mostravano che in linea generale non esistevano più motivi dottrinali che potessero giustificare le separazioni non vennero prese in sufficiente considerazione dai responsabili delle Chiese e dall’insieme del Popolo di Dio.

Il riconoscimento del fatto che la Chiesa deve essere definita come una comunione di fede, di sacramenti, di ministeri, di testimonianza e di servizio, è pienamente conciliabile con una visione di Chiesa aperta alla legittima diversità: l’unità non va confusa con l’uniformità (UR 4). Lo Spirito santo, principio dell’unità e della comunione, è anche la sorgente della diversità dei doni e dei carismi.

Per realizzare la riconciliazione delle Chiese, non è necessario che le Chiese rinuncino alle proprie tradizioni confessionali, ma è sufficiente che esse concordino in quanto è indispensabile per la fede cristiana alla luce dell’evangelo e si riconcilino fra di loro, pur conservando la propria identità e le proprie tradizioni specifiche.

La diversità che esiste già oggi all’interno della Chiesa cattolica, nella teologia, nella spiritualità, nella liturgia, una diversità che può comportare talora tensioni e conflitti, non esclude comunque che in essa si viva in pienezza la comunione ecclesiale.

UN IMPEGNO INSUFFICIENTE PER LA RIFORMA DELLA CHIESA

Le resistenze maggiori, anche se spesso inconsce, riguardarono però soprattutto quanto ha detto il Vaticano II sul rinnovamento e anzi sulla riforma della Chiesa nella prospettiva dell’unità (UR 6). Una tale riforma è resa necessaria non tanto da abusi o infedeltà, quanto piuttosto dall’incapacità di rispondere, come diceva il Congar, a quod tempus requirit.

La Chiesa è incarnata nella storia e quindi gli incessanti cambiamenti che hanno luogo nella storia dell’umanità rendono necessaria una sempre rinnovata incarnazione del vangelo e della Parola di Dio nelle diverse epoche.

Questa è la ragione per cui ogni rinnovamento deve essere realizzato non guardando indietro, a un passato ritenuto migliore dell’oggi, ma guardando avanti, ai nuovi orizzonti che siamo chiamati a riconoscere attraverso una corretta lettura dei “segni dei tempi”, senza trascurare l’ascolto di ciò che ci possono insegnare le altre Chiese. La mancata riforma va collegata all’insufficienza di quella conversione sulla quale insisteva il Vaticano II quando affermava che “non c’è autentico ecumenismo senza conversione interiore” (UR 7).

Quando parlano dell’ecumenismo spirituale, ancora oggi i responsabili di Chiesa parlano solo della preghiera, senza avere coscienza del fatto che per il Concilio la conversione del cuore e la santità della vita costituiscono la prima e più importante componente dello stesso ecumenismo spirituale (UR 8). Tale conversione esige un cambiamento della mente e del cuore nei rapporti con gli altri cristiani, riscoprendo con gioia che essi sono fratelli e sorelle nel Signore.

Si deve imparare a non considerarsi migliori degli altri, ma “in tutta umiltà ciascuno consideri gli altri superiori a se stesso” (Fil 2, 3).

La mancanza di questa autentica conversione interiore ha come conseguenza che molti, ancora oggi, in perfetta buona fede, continuano a pensare al movimento per l'unità dei cristiani nelle categorie mentali proprie dell'unionismo, che mirava al ‘ritorno’ delle Chiese Orientali alla comunione con Roma (senza esigere che anche la Chiesa cattolica intraprendesse un cammino di riforma e di riconciliazione), e che è stato esplicitamente superato proprio dalla decisione del Concilio di far entrare la Chiesa cattolica nel cammino ecumenico a fianco delle altre Chiese cristiane.

I CAMBIAMENTI POSSIBILI

Pur nella nuova primavera ecclesiale aperta dall’elezione di papa Francesco un nuovo Concilio può essere auspicabile solo a condizione che si tratti di un Concilio veramente ecumenico al quale partecipino la Chiesa d’Oriente insieme a quella d’Occidente. Infatti il decreto sull’ecumenismo ha costituito un tale miracolo nel senso del rinnovamento e dell’apertura che ancora oggi è imperfettamente compreso e attuato nella stessa comunità cattolica.

E tuttavia, se si dovesse dare qualche indicazione per andare oltre si potrebbe proporre di chiarire meglio l’esistenza di un’unica Chiesa, al di là delle attuali divisioni. Poiché per il battesimo tutti entrano a far parte del corpo di Cristo (UR 3) non si può non riconoscere che tutti i battezzati sono membra dell’unica Chiesa e che quindi anche le loro comunità ne fanno parte.

Inoltre va ribadito quanto dice LG 8 quando afferma che la Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica, senza escludere che sussista anche in altre Chiese cristiane, come nelle Chiese ortodosse (come si desume proprio da UR 15, secondo cui attraverso la celebrazione dell’Eucaristia “in queste chiese la chiesa di Cristo è edificata e cresce”).

Occorrerebbe infine ribadire che la Chiesa è una comunione nella quale da una comunione non piena si deve passare a una comunione piena, chiarendo meglio il ruolo svolto dall’eucaristia, che è insieme segno ma anche sorgente della piena comunione ecclesiale, e il compito dei ministeri, che sono tutti ministeri al servizio della comunione ecclesiale (a partire dal ministero petrino del vescovo di Roma).

Soltanto così d’altra parte la comunità cristiana potrà veramente corrispondere alla sua ultima vocazione, che è quella di essere al cuore della storia “come un sacramento o segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (LG 1), un’umanità capace di affrontare, in un dialogo e in un cammino comune di tutti gli uomini (GS 91-93), le grandi sfide che sono davanti a noi per garantire anche alle prossime generazioni pace, giustizia e salvaguardia del creato.



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