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Da tanti anni ho esperienza come insegnante di religione e delle missioni al popolo. Quello che mi pare il vescovo abbia detto fra le righe e mi sembra emergere molto bene anche dalle parole di chi si occupa della scuola, è l'esistenza di intenzionalità e di un modello che bisogna assolutamente risolvere. Il vescovo ha detto che l'iniziazione cristiana è il grande problema. Perché altrimenti si sgancia Parola e Kerigma e le due conflittualità di cui parlava  p. Ferrari vengono fuori immediatamente. E si rischia di dividersi di nuovo tra chi fa cultura con la Parola e chi con la Parola fa Kerigma.

La domanda è:

da tanti anni frequento migliaia di gruppi biblici in Italia e ormai vi vedo il rischio di uno spiritualismo borghese. Allora quali sono le pre-comprensioni perché le persone, nel post-umano o nel post-secolarizzato, si aprano a un ascolto della Parola nello Spirito, una Parola non solo culturale o apologetica? (Mario)


Padre Mario Menin: Io sento molto bisogno che la Chiesa ritorni alla Parola. Per diventare più credibile a tutti i livelli. Tutti vi dobbiamo ritornare. Ogni giorno, con fatica, sconfitti, ma non vinti, mai da trionfatori. Perché la nostra è una Parola inchiodata al legno. "È risorta", mi dice subito qualcuno. Sì, ma è risorta con le stigmate. E quindi è una Parola crocifissa. Da una Parola che attraversi tutti i luoghi, gli spazi, i tempi del nostro essere, del nostro fare Chiesa, del nostro fare comunità, guadagneremmo in giovinezza, in freschezza, in credibilità.

Chiaramente perderemo su tanti fronti. Ma è la sorte di Gesù Cristo: solo chi perde vince. Perderemo anche pesi e modelli di azione, ma la Parola è la nostra vera ricchezza. Soprattutto dopo il Vaticano II, quando siamo stati ricondotti a essa. Ma è possibile che nel momento in cui la Parola ci è stata messa in mano siamo diventati analfabeti della Parola? Sono i paradossi del nostro mondo, della nostra cultura. Quando era proibito leggere la Bibbia se ne conoscevano le storie e i personaggi; oggi abbiamo l'accesso immediato, anche via internet, alla Bibbia, però non è più un grande racconto. Come riguadagnare la grande narrazione della Bibbia senza imporre a nessuno moralismi? Leggere il Cantico dei Cantici fa scoprire che la Bibbia non è quello che io  immaginavo. Quindi per me questo ritorno è decisivo, anche alla luce dell'espereinza che sto facendo a Parma con due o tre gruppi di lectio, che stanno insieme per la Parola di Dio, perché fanno fatica alla domenica ad ascoltare certe omelie, però non si scandalizzano più, perché hanno la Bibbia in  mano e la condividono tra loro. Sono gruppi di famiglie giovani che dopo il matrimonio hanno voluto riprendere un cammino cristiano altrimenti difficile nelle parrocchie.

Lorenzo Marzona: Circa il rapporto tra Parola e dottrina, credo che il problema sia quello della responsabilità dell'adulto cristiano. Io non credo che le parrocchie riusciranno a fare molto più di quanto fanno, perché i preti sono sempre di meno. È una responsabilità del laico adulto l'annuncio o il racconto della Parola. Alla sera si può raccontare al proprio figlio Cappuccetto Rosso, ma anche la storia di Ruth o quella di Davide. Ci sono tanti libri bellissimi lin cui queste storie sono narrate o rielaborate. Non c'è neanche bisogno di leggere per forza il testo originale. Credo che questo analfabetismo si supererà solamente se l'adulto cristiano si fa carico di narrare, senza la pretesa di proporre un trattato di teologia, ma come facevano i padri nella cena ebraica: "Ricordati di quello che è accaduto... Dio ti ha liberato, ti ha fatto fare questo, quest'altro, ecc.". Il bambino chiedeva: "Perché questa notte è una notte così particolare?" "Perché..." e si racconta una storia. Io credo sia questo a mancare. Delle precisazioni dottrinali, teologiche, ecc. si occuperanno poi gli esperti.

Padre Gabriele Ferrari: Con la Bibbia si corre un duplice rischio: da una parte, quello di una lettura "umana", che la mette sullo stesso piano di una favola, di un racconto "mitico", nel senso il cui lo si intendeva una volta; dall'altra, quello di una Parola così tanto di Dio che rischia di essere incomprensibile. Io non credo che i due rischi siano inevitabili. Mi domando però se c'è una connessione tra questi due approcci: una Parola presentata come una delle tante parole possibili, magari in una lezione allo stesso modo in cui si possono proporre l'Eneide, l'Iliade o l'Odissea, e una Parola di Dio così forte, così testimoniata, come è presentata da suor Zanoletti e padre Menin. Tra questi due ci sarà un contatto. Io credo ci debba essere e sono convinto che c'è. Però tante volte questo passaggio non viene fatto. Cioè, da una parte ci si accontenta del primo livello, che magari è il massimo che si può ottenere, ma basta? D'altro canto richiedo se non sia possibile rendere la Parola di Dio più accessibile, quotidiana, feriale? Credo che questo sia il problema.



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