EBRAISMO E DIRITTI UMANI
La spiritualità degli ebrei, analogamente a quella delle altre due grandi correnti del ceppo abramitico, ha sviluppato nel corso dei secoli vocazioni all’inclusione e apertura accanto a pericolosissime forme di esclusione e chiusura: con significativi riflessi anche circa il modo d’affrontare il grande, centrale, tema del rapporto con l’altro, il diverso, lo straniero. Come e più del cristianesimo e dell’islam, l’ebraismo fa riferimento a un deposito di sapere teologico elaborato in tempi remotissimi. E sulla base di tale sapere, attorno alla parola di Dio e alla divina rivelazione fa circolare un suo specifico discorso con proiezioni importanti nei campi dell’etica, dei rapporti e dei costumi sociali, della vita politica, dell’organizzazione economica, degli orientamenti che si presume debbano guidare la storia dell’umanità.
UNA PRIMA DOMANDA
Qui sorge una prima grande domanda: in questo mondo globalizzato, complesso, colmo di guerre, ingiustizie, tragedie umanitarie, un mondo che attraversa una fase di profonda metamorfosi che l’umanità nel suo insieme non sta agendo ma subendo, che tipo di contributo è lecito attendersi da parte ebraica per creare e ricreare, al proprio interno e fuori, uno spazio di civile convivenza? Non è forse vero che, al pari degli altri due monoteismi abramitici, anche l’ebraismo si trova di fronte al compito gravoso e urgente di rapportarsi, secondo modalità proprie, con la contemporaneità?
IL RUOLO DEL GRAN RABBINATO IN ISRAELE
Dopo la seconda guerra mondiale, cioè dopo la Shoah e la nascita dello Stato di Israele, i due poli maggiori, eminenti, di aggregazione della vita culturale, economica, sociale e politica degli ebrei sono lo Stato di Israele e la grande comunità ebraica nordamericana. Si tratta di realtà profondamente diverse, spesso in vivace, anche aspra dialettica tra loro. Il mondo ebraico vive ora la duplice condizione di essere maggioritario in Israele e minoritario in tutto il resto del mondo. Rilevo peraltro che sull’universo degli ebrei, considerato nel suo complesso, pesa in modo determinante la presenza, in Israele, del Gran Rabbinato: sentinella agguerrita dell’ortodossia, che svolge nel paese le delicate funzioni generali dell’anagrafe stabilendo chi è ebreo e chi non lo è, dispensando la cittadinanza secondo i propri esclusivi criteri, che non sono improntati a pluralismo, e controllando un’amplissima rete di posizioni di potere.
Spesso, quando si parla di ebrei, ci si riferisce a uomini e donne che professano e praticano la religione ebraica. Ma la maggioranza degli ebrei che oggi vive nel mondo non è religiosa, se non su un piano per così dire tradizionale e folclorico. Se è vero che la maggioranza non è religiosa, occorre anche aggiungere che essa non è ortodossa. L’ortodossia, che nell’immaginario collettivo è caratteristica predominante dell’ebraismo, è in realtà largamente minoritaria. Ciò non toglie che − grazie alla presenza del Gran Rabbinato − gli ortodossi continuino a esercitare in Israele, e indirettamente nella diaspora, un potere politico e culturale fuori misura. E tale invadente strapotere viene spesso vissuto dagli ebrei di Israele e della diaspora, in maggioranza secolarizzati o di orientamenti religiosi non tradizionali, con profonda insofferenza.
ISRAELE STATO “EBRAICO”
Israele si definisce uno Stato “ebraico”, ma ai filoni non ortodossi dell’ebraismo (reform, conservative e reconstructionist), largamente maggioritari negli Usa, le istituzioni israeliane non offrono pari opportunità d’espressione. Così, gli ebrei Usa incominciano a rendersi conto che Israele è diventato, oltre che un’etnocrazia, una teocrazia fondata sull’ebraismo ortodosso, imposto ope legis, oltre che di fatto, quale religione nazionale ufficiale. Con tutta evidenza, in Israele i rapporti tra Stato e religione sono molto più simili a quelli di alcuni paesi arabi limitrofi che non a quelli che contraddistinguono gli Stati moderni a regime democratico. In Israele i rabbini delle congregazioni non ortodosse non hanno il diritto di celebrare matrimoni o funerali. Ma soprattutto, le conversioni da loro operate non hanno valore. In Israele non esiste il matrimonio civile; i matrimoni misti tra ebrei e non ebrei devono celebrarsi all’estero. Molti ebrei statunitensi, per i quali la religione può contare ancora qualcosa, vivono Israele come un paese che limita in modo intollerabile la loro libertà religiosa.
PARI DIGNITÀ PER LE DONNE E PLURALISMO RELIGIOSO
Cerco di spiegarmi, e per farlo mi limiterò a menzionare un paio di temi che, quando non vengano elusi, si collegano anch’essi a quella dimensione di apertura che è implicita in un rapporto costruttivo con l’altro, il diverso, lo straniero. Il primo ha a che fare con le sempre più pressanti e diffuse rivendicazioni nei confronti di strutture clericali tradizionalmente maschiliste da parte dell’universo femminile, tanto sul piano dell’impegno diretto delle donne nella gestione delle istituzioni, quanto su quello della partecipazione, con pari dignità per le donne alla vita spirituale della comunità di fede, anche nelle sue manifestazioni liturgiche. Il secondo con la salvaguardia di una reale libertà religiosa, che viene di fatto calpestata o messa a repentaglio quando apparati istituzionali retrivi e ossificati neghino all’articolata pluralità delle espressioni religiose la necessaria legittimazione. Pari dignità per le donne, libertà e pluralismo religioso sono dunque alcuni dei principali temi attorno ai quali è auspicabile che, anche nell’ambito della cultura ebraica, emerga e si diffonda un grado di consapevolezza tale da consentirle di offrire risposte adeguate.
USCIRE DALL’ECCEZIONALISMO
All’interno delle sacre scritture della tradizione ebraica ritrovo spunti che autorizzano una certa esegesi − che si ispira alla più rigida ortodossia − ad attribuire al popolo ebraico, al suo patrimonio culturale, alla sua storia passata, presente e futura i caratteri dell’eccezionalità. Sono convinto che l’esasperazione di questo “eccezionalismo” porti al solipsismo culturale, alla negazione della possibilità di collaborare in termini efficaci con gli altri, con coloro, ebrei e non, che hanno alle spalle una storia o un sistema di convinzioni diverse.
Parlare di diritti umani, a mio avviso, significa anzitutto avvalorare il principio secondo cui, in quanto appartenenti alla specie homo sapiens, quando nasciamo siamo tutti titolari dei medesimi diritti. Auspico perciò che, all’interno di quel medesimo retaggio tradizionale, biblico e talmudico, cui ho accennato, il mondo ebraico sappia privilegiare filoni di pensiero che mettono l’eccezionalità fra parentesi per dare rilievo a orientamenti significativamente universalistici.







