CORPI DI FRATELLI… TUTTI
“Non abbiamo un corpo, siamo un corpo”. L’essere umano è un’unica realtà, spirituale-materiale, e il corpo è ciò che gli permette di relazionarsi con le cose e le persone, che lo espone alla prossimità, con cui l’interiorità si esprime e manifesta; è l’epifania dell’anima, con cui l’io comunica il pensiero e la propria identità profonda. L’assunto di Rudolf Bultmann sull’inscindibile unitarietà dell’antropologia biblica, è paradossalmente vera anche quando ci si riferisce ad un corpo senza più vita: ancora parla, anzi a volte grida, racconta e chiede di dare risposte alle sue domande, appella a scelte e prese di posizione, mette in crisi e cattura in ostaggio la mente e l’emozione.
Quante immagini in questi ultimi mesi di corpi senza vita hanno ferito il nostro sguardo, fino a desiderare di volgerlo altrove; quante urla insopportabili nel silenzio di mute sequenze fotografiche. L’elenco sarebbe infinito.
I corpi uccisi dal Covid-19, intravisti confusamente attraverso i vetri dei reparti di cura intensiva, morti nella solitudine e chiusi velocemente in bare anonime caricate su camion militari, di notte, verso destinazioni ignote. Corpi bruciati sulle pire improvvisate dell’India o gettati a centinaia nelle fosse comuni dell’America latina.
E ancora i corpi uccisi dall’incuria e superficialità sul luogo del lavoro, dove a fatica si guadagnavano da vivere uomini e donne che hanno avuto in salario la morte: il corpo giovane e snello di Luana D’Orazio, mamma bambina, dagli occhi di cerbiatto ed il sorriso sbarazzino e triste o i corpi robusti dei due operai del Pavese soffocati dal gas, ingannati dal veleno invisibile e micidiale, che non ha dato scampo, mentre uno cercava di salvare l’altro. Nei primi cinque mesi dell’anno 306 morti sul lavoro: una strage!
Abbiamo fatto ormai l’abitudine a veder galleggiare come fantocci gonfiati i corpi dei migranti sul blu del Marenostro, o schiaffeggiati dalla risacca, sulle spiagge assolate di una terra che avevano sognato, per trovare pane, dignità e futuro. Ma si può fare davvero l’abitudine?
E i corpi straziati nello schianto tragico e assurdo della funivia di Stresa? Azzardo, incoscienza, miopi e gretti calcoli, che trasformano una festosa scampagnata in un dramma atroce, con un unico piccolo superstite, rimasto solo al mondo. Come non provare dolore, pietà e rabbia?
Quei corpi non sono dissimili ai corpi degli israeliani colpiti alla cieca dalla pioggia criminale, quanto velleitaria, di Hamas e a quelli dei palestinesi che i bombardamenti “chirurgici”, hanno sepolto sotto i palazzi accartocciati della striscia di Gaza, in una truce rappresaglia numericamente degna di Lamec, discendente di Caino.
E infine i corpi scheletriti per la fame e quelli delle ragazze stuprate e trucidate nella guerra miserrima del Tigrai o i corpi bersaglio dell’esercito liberticida in Myanmar. Come non indignarsi?
Corpi di diverso colore, dalle fattezze diverse, e dalle storie più varie, eppure tutti della stessa razza umana: due occhi e due orecchi, un naso, una bocca, due braccia e due gambe, un cervello da sapiens e un cuore… che non batte più. Corpi accumunati da una morte causata dall’avidità di potere e denaro. “Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato… ecco io vengo per fare, o Dio la tua volontà” (Eb 10,5-7). Di questi giorni è la festa del Corpus Domini a ricordarci la volontà del Signore che non siano più immolati altri corpi, perché il corpo di Gesù “dato per gli altri” doveva bastare, per renderci umani, veramente umani, fratelli tutti.







