CONVERSIONE MISSIONARIA
Fin dal Convegno di Palermo (20-24 novembre 1995), la Chiesa italiana ha iniziato la cosiddetta “conversione pastorale alla missione”, focalizzando nella missione ad gentes il suo costante orizzonte e il suo paradigma per eccellenza, come hanno detto i vescovi (Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, n. 32).
Siamo alla vigilia di un nuovo Convegno ecclesiale, quello di Firenze (9-13 novembre 2015), e ci chiediamo quali passi ha fatto nel frattempo la Chiesa italiana in questa direzione, oggi richiesta con forza anche da papa Francesco: “Ogni Chiesa particolare, porzione della Chiesa cattolica sotto la guida del suo vescovo, è anch’essa chiamata alla conversione missionaria” (Evangelii gaudium 30). Una provocazione in questo senso è venuta nei giorni scorsi dal IV Convegno missionario nazionale (Sacrofano/Roma 20-23 novembre 2014), il quale ha rilevato, alla luce delle risposte fornite dai Centri missionari diocesani, dalle parrocchie e dagli Istituti missionari, che la Chiesa in Italia, pur facendo molto per la missione ad gentes, non si è ancora convertita alla missione, in quanto non ha sufficientemente elaborato il lutto per la fine della “civiltà cattolica”.
Insomma, nonostante qualche isolata conversione, più a livello personale che istituzionale, l’orizzonte e il paradigma della Chiesa italiana non sono ancora quelli missionari, di chi cioè è disposto a “lasciare il centro per rischiare la vita nelle periferie”.
La Chiesa in Italia si percepisce prevalentemente tuttora “sotto assedio” e continua a sviluppare i vissuti tipici di tale condizione: “Vittimismo, chiusura, incapacità di cogliere i nuovi contesti e le diverse occasioni di interazione con essi, dogmatismo”.
A quando dunque la conversione missionaria della Chiesa italiana?
Quando, come il profeta Giona inviato da Dio nella città di Ninive, correrà “il rischio di camminare su spazi sconosciuti” e avrà “il coraggio di affrontare nuove domande e nuove sfide” (Relazione di Aluisi Tosolini). Oppure quando accetterà di “guardare con compassione questo nostro mondo, a partire dalle periferie della missione ad gentes” (Relazione di Ambrogio Spreafico).
E ancora, quando abbandonerà “ogni logica di proselitismo per diventare esperienza mistica del mistero di Colui che nella storia ha lasciato solo delle tracce di ricerca nell’alterità, nei percorsi di trasformazione e liberazione di donne e uomini e di interi popoli, nelle loro sapienze e nelle loro fatiche” (Relazione di Antonietta Potente).
Infine, quando deciderà di uscire dalla balena, cioè dall’assedio e dal pessimismo, come ha detto papa Francesco ai partecipanti al Convegno, evocando l’esperienza di Giona richiamata nel titolo dello stesso: “State attenti, che non vi mangi la balena”. Uno stimolo ad un rinnovamento pastorale in senso missionario della Chiesa italiana lo possono offrire alla Chiesa italiana anche i missionari e le missionarie “di ritorno”, siano essi/e fidei donum o membri degli Istituti missionari presenti in Italia.
Le testimonianze in questo senso dal variegato mondo missionario ad gentes sono state abbastanza eloquenti durante il Convegno, ma lo spread tra la missione ad gentes e i progetti pastorali della Chiesa italiana continua ad essere troppo elevato. Segno evidente che la missione ad gentes fatica ad entrare in un circolo virtuoso con la pastorale in Italia. Non mancano però i segni di speranza: la Chiesa di Brescia, per esempio, prima in Italia, sta elaborando un “Progetto pastorale missionario”. Ma siamo ancora a livello di progetto!







