CENTO PER CENTO CATTOLICO E CENTO PER CENTO INDONESIANO?
Durante un incontro della Conferenza episcopale indonesiana, nel 2022, l’arcivescovo di Giacarta, card. Ignatius Suharyo, ha proposto una bella riflessione sul rapporto tra la Chiesa e la politica, più precisamente tra la spiritualità cristiana e la politica, ricordando un adagio famoso tra i movimenti sociali cattolici indonesiani del Novecento: “Cento per cento cattolico e cento per cento indonesiano”. Insomma, si è cattolici (cristiani) in forma piena nella misura in cui ci si impegna socialmente, si vive una fede incarnata nella storia di un popolo, di una nazione. Lo dice, con altre parole, anche la Costituzione Lumen gentium: “Tutti coloro che credono nel Cristo di qualsiasi stato o rango, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità… che promuove nella stessa società terrena un tenore di vita più umano” (n. 40). Secondo l’arcivescovo di Giacarta, questa consapevolezza del legame tra la vocazione cristiana e l’impegno politico dovrebbe essere instillata nei cattolici indonesiani come priorità nella catechesi. Anche se non è facile declinare questo legame senza strumentalizzazioni da una parte e dall’altra.
Una illuminazione in questo senso può venire dalla storia della Chiesa indonesiana. Infatti, nel 1922, padre Franciscus Georgius Josephus Van Lith (1863-1926), gesuita olandese, primo missionario ad annunciare il Vangelo ai nativi di Giava, scriveva: “È risaputo che noi missionari svolgiamo un ruolo di mediatori [tra il potere coloniale e popoli indigeni: ndr], ma tutti sanno anche che, in caso di conflitto – cosa che non ci auguriamo –, staremo dalla parte dei nativi”. Tale spirito di identificazione con le popolazioni locali è stato fatto proprio dal primo vescovo indonesiano, Albertus Soegijapranata (1896-1963), il quale durante la guerra d’indipendenza ha compiuto azioni simboliche in questa direzione, come spostare la sede dell’arcidiocesi da Semarang a Yogyakarta, quando la capitale dell’Indonesia fu dislocata da Giacarta a Yogyakarta. Fu lui stesso a coniare il motto: “Cento per cento cattolico, cento per cento indonesiano”. Altrimenti detto, i cattolici per essere tali devono farsi carico anche del bene comune della nazione. Pur essendo minoranza, non devono essere di parte, cioè farsi un partito, una lobby in difesa di interessi particolari, confessionali, perché l’unica parte che amano e indicano liberamente a tutti, secondo il Vangelo, è quella del bene di ogni persona, soprattutto dei più fragili, degli scartati, direbbe papa Francesco.
Va letto in questo senso anche il Messaggio di Francesco per la Giornata mondiale della pace (1° gennaio 2021), La cultura della cura come percorso di pace, dove si propone una spiritualità politica attraverso la cura. Il papa ne elenca i principi: a) la cura come promozione della dignità e dei diritti della persona; b) la cura del bene comune; c) la cura mediante la solidarietà; d) la cura e la salvaguardia del creato. Nello stesso Messaggio, il ministero di Gesù viene proposto come modello di cura: “Nella sua compassione, Cristo si avvicina ai malati nel corpo e nello spirito e li guarisce; perdona i peccatori e dona loro una vita nuova. Gesù è il Buon Pastore che si prende cura delle pecore; è il Buon Samaritano che si china sull’uomo ferito, medica le sue piaghe e si prende cura di lui”. La cultura della cura consente ai cristiani impegnati in politica di dare voce ai poveri, che non vanno ridotti a bacino elettorale, ma accompagnati a rialzarsi nella loro dignità.







