BENEDETTI RAGAZZI / I MARTIRI DI UVIRA / INTERVISTA A LISA ZUCCARINI
Il suo libro è la storia di quattro persone vere, in carne e ossa, come lei le definisce. In che senso i padri Luigi Carrara e Giovanni Didonè, il fratello Vittorio Faccin e l’abbé Joubert sono persone vere, in carne e ossa?
Nel senso più letterale possibile dei due termini: persone, vere.
Ciò che mi premeva ribadire, a me stessa come ai lettori del libro Benedetti ragazzi. Vita e pensieri dei beati Carrara, Faccin, Didonè e Joubert, martiri in Congo, è esattamente questo: attenzione, qui parliamo di gente concreta, con due gambe due braccia una testa e un cuore, insomma persone vere. È chiaro come il sole di mezzogiorno che la vita di qualunque santo e beato, martire o no, tenda oggi a interessarci meno che niente (basti pensare a quanto sappiamo poco noi cattolici dei santi più comuni, per intenderci quelli da calendario). Il motivo principale di questo disinteresse a mio parere sta nel difetto di percezione: li avvertiamo totalmente scollati dal reale. Gente estatica con gli occhi persi verso gli orizzonti celesti, niente a che vedere con i problemi seri e quotidiani di noi comuni mortali. Se tu non mi assomigli, se non hai a che fare con le mie cadute allora non empatizzerò con te, sei troppo perfetto o troppo figurina di carta, cosa avremo mai da spartire? Nella vita vera va così, facciamo amicizia con chi troviamo in qualche modo affine a noi stessi. Coi santi, complice forse una lunga tradizione agiografica aulicheggiante, abbiamo perso di vista la complicità umana. E allora forse bisogna ripartire da qui. I santi e i beati, compresi questi quattro martiri, sono persone come noi, con le loro passioni, le pacche sulle spalle degli amici e la paura del fallimento. Gente con un percorso alle spalle, e scelte a volte faticose. Persone con cui sarebbe un piacere fare quattro chiacchiere davanti a un caffè per parlare dei nostri accidenti quotidiani. Ecco a quale immagine puntavo, definendoli veri, in carne e ossa.
Lei afferma che all’inizio del suo lavoro era guidata dallo scrupolo scientifico, ma andando avanti sono subentrate la tenerezza e lo struggimento della madre di famiglia. Come la tenerezza e lo struggimento della madre di famiglia hanno aiutato la sua scrittura?
Quando mi è stato affidato questo lavoro di scrittura, è emerso immediatamente come la scelta della sottoscritta fosse quantomeno bizzarra. Onestamente, una laica quarantenne, madre di famiglia appunto, non teologa, digiuna di storiografia, autrice per motivi misteriosi di libri semiseri sull’autoscontro moderno tra fede e quotidiano, cosa poteva avere in comune con quattro vite di martiri? Eppure, insieme a padre Faustino, postulatore generale dei saveriani, abbiamo capito che ero chiamata a dare il mio contributo alla narrazione semplicemente attingendo proprio alla mia esperienza. Lo scrupolo scientifico, con cui ho dimestichezza grazie ai miei studi di medicina, è stato essenziale per ricomporre i dettagli e le ambientazioni delle vite dei quattro martiri. Ma quando è stato necessario trasporre le loro vicende umane s’è fatta strada la tenerezza. C’era bisogno di riproporre fedelmente le loro emozioni, l’estremo amore per le persone e la terra a cui s’erano donati, ma anche le paure, il pensiero premuroso verso le famiglie d’origine a cui desideravano evitare preoccupazioni sull’effettiva drammaticità degli ultimi periodi. Insomma, ho fatto miei questi ragazzi, gli ho voluto davvero bene come può volere bene una madre, che ama teneramente i propri figli ma pure quelli degli altri, soprattutto quando ne intuisce il cuore grande coi suoi patemi.
Oggi a lavoro ultimato lei conferma le impressioni iniziali dicendo che Luigi Giovanni Vittorio e Albert erano uomini eccezionali nella loro umana semplicità, capaci di un’ironia benevola anche nei momenti disperanti. Perché e impossibile non amarli?
Perché erano non solo brave persone capaci di gesti di altruismo estremo al limite delle forze umane, ma anche e soprattutto bravi amici. Lo erano tra di loro, tra confratelli, e con le persone che bussavano alla loro porta in cerca di aiuto. Sapevano trasmettere speranza, ma anche farsi coraggio a vicenda, conoscevano la solidarietà, l’ascolto reciproco, e la bellezza di una buona risata insieme. Abbiamo un bisogno folle di credere nell’esistenza dell’amicizia pura e semplice, degli amici su cui si può contare, con cui si può anche scherzare o piangere senza paura del giudizio. Ecco, l’amore amicale che unisce le persone anche a distanza attraverso ponti invisibili, credo sia possibile con i quattro martiri, ieri come oggi. Un tipo di relazione preziosa e nutriente, di cui noi occidentali estraniati gli uni dagli altri abbiamo urgentemente bisogno.
Nel suo libro lei descrive ogni martire singolarmente dalla nascita alla scoperta della propria vocazione, per poi muoversi verso e dentro l’Africa. In poche battute come traccerebbe il ritratto di ognuno dei quattro beati per i nostri lettori?
È un compito arduo racchiudere l’indole e il temperamento di ciascuno di loro in poche parole, ci sarebbero tanti esempi da fare ed episodi da descrivere per poter rendere giustizia alla particolare bellezza di ciascuno. Ma volendo simbolicamente delineare il carattere di ognuno, direi questo. Padre Luigi aveva la capacità di conciliare un profondo misticismo con l’innato senso pratico, poteva stare ore in adorazione eucaristica o correre dietro un pallone ricucito con le sue mani. In tutto aveva un occhio attento a cogliere sfumature e necessità, uno sguardo che sapeva guidarlo bene nel servire il prossimo, nella preghiera come nelle azioni. Fratel Vittorio era puro di cuore, buono come un pezzo di pane, il più giovane dei quattro. Ragazzo pieno di vita, gioioso e allo stesso tempo sensibilissimo, incapace di dire no a chiunque chiedesse aiuto, ubbidente e operosissimo. Mariano fin nel midollo, come peraltro i suoi confratelli. Padre Giovanni era fuoco vivo, instancabile, sempre in movimento sempre a passo svelto verso qualcuno o qualcosa che richiedesse il suo consiglio, le sue braccia operose o la sua benedizione. Aveva un temperamento molto gioviale, e allo stesso tempo la serietà del padre di famiglia. Abbé Albert era l’uomo cordiale, veloce a entrare in confidenza con tutti, arguto e capace di dire la parola giusta senza temere la verità. Un uomo a disposizione di qualunque incarico e qualunque impresa per il bene del popolo.
Il destino ha fatto degli ultimi mesi delle vite dei quattro beati un corpo unico, per cui lei ha scelto di raccontare questo periodo finale della loro vita intrecciandone le voci. Come ci sono arrivati al martirio il 28 novembre 1964?
Pregando molto, indubbiamente, e chiedendo preghiere a tutti, come si evince dalle loro lettere di quel periodo. All’atto pratico hanno trascorso gli ultimi mesi in ristrettezze estreme, sperimentando il sacrificio alle porte. In particolare da giugno di quell’anno si sono visti accerchiati da una guerriglia che prometteva l’escalation imprevedibile. Sapevano il rischio che correvano, avevano ricevuto ciascuno atti intimidatori di vario tipo: imprigionamenti, minacce, vessazioni fisiche vere e proprie. Eppure sono rimasti. Abbé Albert arriva a Fizi a settembre, portato lì dai guerriglieri che lo avevano imprigionato qualche tempo prima. Al suo rilascio decide di rimanere con padre Giovanni nella missione di Fizi, da dove padre Luigi parte per raggiungere a ottobre fratel Vittorio a Baraka. Quest’ultimo era rimasto solo, dunque padre Luigi asseconda la chiamata a non lasciare indietro nessun confratello, e a portare i sacramenti dove non erano più presenti dei presbiteri. Bisogna ricordare che tutti loro avevano avuto la possibilità di fuggire, di riparare in posti più sicuri, ma si erano opposti, l’idea di abbandonare i loro fratelli africani era incontemplabile. Non ci si spiega la loro perseveranza, se non nella visione chiara di un bene più grande.
Perché la loro testimonianza merita di essere conosciuta in Italia e nel mondo?
Per quanto ho modo di intuire, soprattutto perché farebbe bene ai giovani conoscerla. Al momento sono loro il mio puntiglio, i ragazzi, le nuove generazioni fragili in cerca di senso. Questi martiri offrono un esempio concreto di vita vissuta felicemente. Senza noia, senza l’uggia del vuoto di senso. Una vita piena, anche di fatiche sicuramente, ma sempre all’interno di una vitalità autentica e impagabile. La felicità passa dal dono di sé, e questi uomini lo raccontano con l’esempio, coerentemente, fino all’ultimo giorno della loro vita.
Nel suo libro lei dà spazio anche alla realtà che i quattro martiri hanno scelto di attraversare. Perché il contesto ovvero i confini politici e sociali, i suoni e i colori in cui i quattro martiri sono letteralmente cresciuti come uomini e religiosi, sono così determinanti per rendere conto del loro martirio?
Questi uomini sono stati in grado di dare la vita a mio parere per due ragioni: per l’amore invincibile che li legava a Cristo, e per l’amore al gregge che avevano ricevuto in affidamento sulla terra. Sull’amore per Cristo non c’è molto da discutere, era la base, il fondamento e il nutrimento del loro andare quotidiano, senza Cristo non muovevano nemmeno il pensiero. Sull’amore al gregge, in quanto pastori veri, credo sia bello riflettere per comprenderne le scelte fino al dono estremo. Padre Luigi in alcune lettere parla di mal d’Africa, una terra che li ha cresciuti e fatti maturare attraverso la bellezza di luoghi rigeneranti per lo spirito, e ugualmente attraverso gli abitanti di quei luoghi, capaci di una socialità umanamente avvincente. Questi uomini di Dio vedevano la meraviglia del creato e la sofferenza delle creature (e di sofferenza ne avevano sotto gli occhi ogni giorno), struggendosi di non poter fare abbastanza. Amavano tutti come figli propri e si sentivano chiamati ad aiutarli nel corpo e nello spirito, favorendo la conversione e il sostentamento materiale dei grandi, così come l’educazione e l’attività ricreativa dei ragazzi. In sintesi l’Africa è stata il carburante indispensabile per renderli uomini e padri, capaci di prendersi cura dei figli fino al dono di sé.
Credo che la vocazione a dare la vita fosse custodita nei loro cuori a prescindere, ma senz’altro il contesto è stato essenziale per lasciarla germogliare.






