BOTTA E RISPOSTA TRA PUBBLICO E RELATORE
CONVEGNO 2000 - DIBATTITO
L'intervento di Raniero La Valle ha ovviamente delle reazioni. Riportiamo dunque alcune domande del pubblico, seguite dalle risposte del relatore.
Oggi, la vera sfida che viene posta, è questa: abbiamo costruito un ideale di uomo, un'antropologia che ha nella ricchezza il suo connotato essenziale.
La rete di Lilliput? È una profezia del cambiamento. Tuttavia, resta il difficilissimo problema di cambiare il sistema sociale mondiale.
È chiaro che non ci può essere una coscienza dell’essere stranieri, ma ci deve essere una coscienza dell’unità della famiglia umana.
- Ecco alcune delle domande poste dal pubblico. Seguono quindi le risposte del relatore.
Domanda di p. Franco Marton
La mia è una domanda di chiarimento a Raniero La Valle sulla povertà antropologica. Ciò che mi interessa, è la paura che mi porto sempre dentro - non so se ideologica o meno, forse mutuata dalle insistenze dei teologi della liberazione e dell'esperienza latinoamericana - che si scavalchi rapidamente il mistero che c'è nella povertà materiale. Si diceva ad esempio che Dio ha rivelato, attraverso il vangelo di Luca, la sua predilezione per i poveri. E sono i poveri materialmente intesi. Allora, in questa povertà materiale, c'è nascosto qualcosa di decisivo anche per la povertà antropologica e l'uso dei nostri beni.
Risposta di Raniero La Valle
Lo sapevo che aprivo una questione, con quel discorso sulla povertà, perché è un discorso un po’ diverso da quello che siamo preparati ad ascoltare. Da alcuni decenni stiamo riflettendo su questa questione della povertà, dal Concilio. Che si è posto questo problema e ha cercato in qualche modo di risolverlo. Circolavano delle lettere tra un gruppo di padri conciliari perché la chiesa diventasse povera, rinunciasse alle croci d’oro e ne mettesse di legno. Era chiaro che la questione era posta, ma anche che non c’era una maturità per capire cosa volesse dire "la povertà della chiesa". Nelle proposte più radicali, la povertà doveva consistere nello spogliarsi della cultura. C’era questa fatica tra la ricerca di segni che poi non si davano, e la ricerca di una radicalità che era umanamente impossibile.
Tanto più cresce la povertà materiale davanti a noi - questa povertà che condanna a morte milioni, miliardi di persone - tanto meno possiamo continuare a fare la poesia della povertà, neanche in termini di evocazione della parole evangeliche. Con questo non voglio saltare il problema materiale della povertà. Anzi, tutt’altro: ho detto che la povertà, dal punto di vista economico-sociale, è uno scandalo da rimuovere. È un genocidio. È un male da combattere, un male contro cui Dio protesta e per il quale Dio non ha creato il mondo. Egli non può certamente rallegrarsi di un mondo così povero, anche se la povertà è ideale di perfezione nel vangelo.
Dobbiamo combattere la povertà; dobbiamo avere questa volontà politica, sociale e culturale di sconfiggerla. Dobbiamo ricominciare a formulare ideali come la piena occupazione, il lavoro per tutti, l’abbondanza anche dei beni. Il Signore vuole che abbiamo la vita e che l’abbiamo in abbondanza. Cosa significa quest'abbondanza? C’è tutta una tradizione biblica su questa opulenza della pace, su questa ricaduta di gioia e felicità, di appagamento, di godimento che la pace, il rapporto risanato con gli altri e con Dio, crea.
E allora è su questo che dobbiamo cercare di riflettere. Di cogliere qual è il nucleo dal quale non si può prescindere. Non si può tornare indietro. Oggi, la vera sfida che viene posta, è questa: abbiamo costruito un ideale di uomo, un'antropologia che ha nella ricchezza - nella proprietà, nell'appropriazione, nel dominio - il suo connotato essenziale. Non è solo questione di soldi. Che sono l’ultimo punto di arrivo di questa disgregazione, di questa degenerazione del concetto dell’umano. Qui c’è una questione che non riguarda le singole persone, anche se sono moltitudini, ma riguarda il modo stesso di concepire l’uomo. Mi sembra allora che sia fondamentale riscoprire dentro la povertà questo dato della creaturalità, del limite: appunto la riconciliazione con il finito, con l'insufficienza dei beni, con la scarsità. Il petrolio è scarso? Dovremmo inventarci altri modi per muoverci, per riscaldarci, dovremmo riconciliarsi con quest'indigenza. È un dato etico, morale, ascetico, ma anche antropologico.
Certo, c’è poi un uso immoderato dei beni, che impedisce anche di attingere a questa povertà antropologica. E quindi c’è tutto lo spazio per la morale dell’uso dei beni. Ma qui non ho voluto speculare sulla differenza tra il vangelo di Luca e quello di Matteo, tra i poveri e i poveri in spirito. So benissimo che c’è questa possibilità di fuga: i poveri di spirito, anche se sono ricchi, adempiono al precetto evangelico. Ma non si può giocare su queste cose: la povertà, cui ci si riferisce, è quella reale.
Ho sempre pensato che è utile, a questo riguardo, la parabola evangelica del fattore infedele. Finché il fattore è ricco, non ha bisogno di nessuno. A un certo punto gli dicono: “Ti toglieremo l'amministrazione”. E lui sta per cadere nella povertà. In quel momento, va in giro dai debitori e cerca di farsi degli amici per quando non avrà più la ricchezza che lo difende. Quando sarà povero, avrà infatti bisogno di persone. E allora la perdita delle ricchezze - che è anche la perdita del potere, della posizione di dominio - lo conduce a scoprire la sua umanità, che è appunto il rapporto riconciliato con gli altri. Quindi c’è questo dato della povertà materiale, che non si può saltare. Ma è importante anche cercare questo spessore più radicale del messaggio evangelico sulla povertà.
Domanda di Luigi Campiotti
Gradirei il parere di Raniero La Valle sulla Rete di Lilliput e sapere se vi ha collaborato o pensa di farlo.
Risposta di Raniero La Valle
Mi sembra una cosa molto apprezzabile. Però non ci illudiamo che questo sia il sostituto della politica, della rivoluzione. È una profezia del cambiamento, certo. Tuttavia, resta il problema ancora difficilissimo di cambiare il sistema sociale mondiale. Per cambiarlo ci vuole infatti una nuova cultura che sostituisca quella attuale, del pensiero unico. Che sarà pure un pensiero malvagio, perverso, ma è pur sempre un pensiero. Se non riusciamo ad averne un altro che lo superi, lo trascenda, che sia più convincente, non ce la faremo a cambiare il sistema. Quindi, Lilliput va benissimo. Ma la questione del cambiamento del sistema rimane.
Risposta in relazione all'intervento di Franco Valenti
È stato detto che la questione dello straniero è una grande contraddizione sociale, un grande banco di prova della democrazia, in qualche modo paragonabile alla contraddizione sociale che era rappresentata ieri dalla classe operaia. Bisognerebbe chiedersi se è possibile fare quest'analogia tra la classe operaia e lo straniero. Si può fare. Tuttavia, la classe operaia aveva delle chance che gli stranieri non hanno nella nostra società. Prima di tutto, le classi operaie che combattevano per cambiare il sistema economico-sociale, appartenevano allo stesso ordinamento e quindi godevano, bene o male, degli stessi diritti.
Gli stranieri sono più deboli, perché sono fuori dall’ordinamento che contestano. Il modo per rendere possibile che gli stranieri rappresentino questo elemento di superamento della contraddizione, è il riuscire ad inverare l’unicità dell’ordinamento mondiale, dove quindi non esiste più "lo straniero". C’è già in germe nel diritto positivo. Perché il discrimine della cittadinanza - che continuiamo ad usare per negare il diritto agli stranieri - sul piano dei diritti fondamentali e del diritto internazionale, è caduto. I diritti fondamentali ineriscono alla persona umana indipendentemente dalla cittadinanza; sta scritto, non è un ideale utopico. Quindi solo se riusciamo a far vivere questa realtà e comprendere nuovamente gli stranieri, e perciò anche noi, nell’ambito di un unico ordinamento, allora possiamo ristabilire una condizione, in cui gli stranieri possono esercitare la stessa funzione di contestazione, che era esercitata dalla classe operaia.
L’altro elemento che aveva la classe operaia, era una coscienza di classe. Questo era un grande elemento per la lotta. Gli stranieri non hanno una coscienza della loro identità, proprio perché sono stranieri, sono molteplici, hanno culture diverse. È chiaro che non ci può essere una coscienza dell’essere stranieri, ma ci deve essere una coscienza dell’unità della famiglia umana. Dobbiamo creare questa coscienza ancor prima che le istituzioni, prima ancora che il diritto, prima ancora che un’economia, diano ragione di questa unità.







