Armi e spese militari, L’Italia s’è desta!
Mentre il Congresso degli Stati Uniti revoca le misure restrittive sulle armi, volute dall’ex presidente Obama, papa Francesco continua a rilanciare la sua forte denuncia contro il commercio e i traffici d’armi che alimentano i conflitti. Lo ha fatto anche giovedì 16 febbraio scorso, prendendo spunto dalla Genesi (9,1-13), che evoca tre immagini di pace: la colomba, l’arcobaleno e l’alleanza, dopo il “diluvio universale”.
Che cosa fare per custodire e diffondere in un “mondo in guerra” – si è chiesto il pontefice – queste tre eloquenti immagini?
Anzitutto, bisogna spezzare il circolo vizioso traffico d’armi-conflitti. Impresa ardua, perché bisogna convincere la comunità internazionale e gli Stati di intervenire sui propri bilanci e quindi sulle spese militari, che sono in aumento, si dice per mettere al sicuro le popolazioni.
Invece è provato, anche dalle ultime due guerre del Mediterraneo – in Siria e in Libia – che le armi non mettono al sicuro, né possono tutelare le popolazioni che vi si trovano coinvolte. Inoltre, incentivano flussi migratori incontrollabili, che a loro volta pesano sui bilanci degli Stati.
È perciò indispensabile immaginare e costruire insieme bilanci di pace, nonviolenti, di partecipazione e dialogo civile, di cooperazione dal basso. Sarebbe un risparmio anche per la finanza pubblica, che potrebbe così assumere priorità e obiettivi alternativi, nel segno di una ripresa del Welfare, ormai ridotto alle briciole anche in Europa, la patria dello Stato sociale.
Cosa fare dunque per un’Italia e un’Europa più sicure?
A queste e altre domande risponde il dossier prospettando un’economia più disarmata per le sorti stesse della nostra democrazia italiana ed europea.







