Amazzonia, La Cina dei saveriani del Brasile
Tutti gli anni, a gennaio, i circa quaranta saveriani che lavorano nella grande regione amazzonica del Brasile, si riuniscono per stare un po’ insieme, per una revisione del lavoro e per programmare il nuovo anno. Quest’anno il piatto forte dell’incontro è stato la Pastorale indigenista.
UN PO’ DI STORIA
I Missionari Saveriani, si sa, ebbero come campo privilegiato dei loro primi decenni di vita, la Terra dei mandarini, la Cina. Ma quando il governo cinese scatenò una forte persecuzione antireligiosa e chiuse le porte ai missionari stranieri, i saveriani che operavano sul territorio, non volendo tornare in patria (in fin dei conti avevano giurato dedicazione totale alla missione universale della Chiesa), si sparsero nei vari continenti e ripresero il lavoro interrotto in Cina.
Un gruppo di questi reduci della missione cinese approdò in terra brasiliana e cominciò il suo lavoro nel sud del paese. Non molto tempo dopo, avendo scoperto che “la Cina del Brasile” era l’Amazzonia, aprirono un nuovo campo di missione alla foce del Rio delle Amazzoni. Il sud del Brasile presentava certamente una situazione missionaria e situazione missionaria era anche la periferia di Belém e la regione del basso Amazonas, ma ancora una volta i figli di mons. Conforti furono attratti dalla “Cina del Brasile”, l’Amazzonia: le tribù indigene sfuggite al massacro della cosiddetta società envolvente (circostante).
IL FIORE ALL’OCCHIELLO DEI SAVERIANI DELL’AMAZZONIA
A partire dall’anno 1978, i saveriani che lavoravano nella parrocchia di São Félix do Xingu, fedeli al loro carisma (la missione ad gentes) scelsero le visite e l’accompagnamento de gli indios Kayapó presenti nel territorio della parrocchia come uno degli obiettivi dell’attività parrocchiale. In quel tempo la FUNAI (organo governativo incaricato di proteggere e promuovere i diritti degli indios) vietava l’entrata nelle aree indigene. Contemporaneamente Tyt-Pombo, capo villaggio dei Kayapò di Kikretum, chiedeva che i missionari andassero ad abitare nel loro villaggio.
Il 12 settembre 1983, trascurando l’interdizione della FUNAI, cominciava ufficialmente la presenza saveriana nel villaggio Kayapó di Kikretum. Mons. Erwin Krautler, nuovo vescovo della Prelatura dello Xingu (25.01.1981), il 15 agosto del 1982, crea il “Coordinamento della Pastorale della Prelatura dello Xingu” e un anno dopo, il 12 settembre 1983, lancia il documento “Il nostro impegno con i popoli indigeni della Prelatura dello Xingu”.
Nel frattempo alle sorgenti dei fiumi Bianco (Kikretum) e Fresco, dei ruscelli Trairão, Ponte, Arraia, Maria Bonita (Gorotire), viene scoperto l’oro e si comincia a sfruttare il legname del mogano. L’impatto economico-sociale di queste scoperte e nuove attività lascerà un segno indelebile fino ai nostri giorni.
D’ora in poi, il centro della vita kayapò non sarà più solo il villaggio, ma anche le città che nascono e fioriscono attorno alla grande Riserva Indigena Kayapò: Redenção, Cumaru, Bannach, Ourilândia do Norte, Tucumã e São Félix do Xingu. Questo è lo scenario su cui si muove l’equipe saveriana incaricata della Pastorale indigenista.
TRENT’ANNI DOPO
L’assemblea saveriana del gennaio 2009 si è realizzata nel Cento di Formazione Cristiana Laranjal, di Abaetetuba, presenti i 40 saveriani della Regione, con la collaborazione del saveriano Mario Menin, in qualità di consulente teologico, e del salesiano mons. Walter Ivan, vescovo emerito di São Gabriel da Cachoeira, in qualità di consulente pastorale.
Il padre Mario, in tre magistrali conferenze ha tessuto il panno di fondo su cui sistemare le esperienze concrete dei saveriani. Ha parlato di globalizzazione, facendone vedere i vistosi limiti, ma anche le enormi potenzialità. Ha presentato modelli di missionari che hanno affrontato con creatività e saggezza l’approccio a culture differenti. Ha aiutato a riflettere sul ruolo dei missionari alla luce della chiamata del Signore che si riverbera nella realtà concreta della missione oggi.
Mons. Walter Ivan, attingendo alla sua enorme esperienza di vita missionaria in Amazzonia, ha richiamato i saveriani alla linea di partenza, prioritaria per la nuova tappa della loro presenza missionaria, che, indipendentemente dall’essere vissuta in questa o quella attività (animazione e formazione, assistenza pastorale nelle parrocchie, impegno per la giustizia, pastorale indigenista, ecc.) dovrà ubbidire all’unico paradigma delineato dall’assemblea, cioè quello formulato nel Progetto di pastorale indigenista.
COSA CI DICE LA STORIA?
Il Papa Benedetto XVI, nel suo discorso di apertura della V Conferenza dei Vescovi dell’America Latina e dei Caraibi, ad Aparecida, affermò: “L’annuncio di Gesù e del suo Vangelo non comportò, in nessun momento, un’alienazione delle culture precolombiane, né fu un’imposizione di una cultura straniera”. Le sue parole suscitarono un putiferio, specialmente in mezzo ai popoli indigeni ed alle loro associazioni. Il chiasso fu tanto che pochi giorni dopo, già a Roma, Benedetto XVI si vide obbligato a puntualizzare: “Certamente il ricordo di un passato glorioso non può ignorare le ombre che accompagnarono l’opera di evangelizzazione del continente latino-americano: non è possibile dimenticare le sofferenze e le ingiustizie che inflissero i colonizzatori alle popolazioni indigene, calpestate nei loro diritti umani fondamentali” (Benedetto XVI, Udienza Generale, mercoledì 23 maggio 2007). Di questa differente lettura della storia abbiamo un curioso riscontro nel documento finale di Aparecida (DA).
Il testo originale, in spagnolo, riportava – citando il n. 3 del Discorso inaugurale del papa alla V Conferenza: “La evangelización ha ido unida siempre a la promoción humana y a la auténtica liberación cristiana” (DA 26). La traduzione (ufficiale) portoghese, citando la stessa fonte, dice: “A evangelização vai unida sempre à promoção humana e à autêntica libertação cristã”. (DA 26).
Il primo testo, come abbiamo visto, è stato fortemente contestato dagli interessati come contrario alla verità storica e, finalmente, corretto dallo stesso Papa, ma è rimasto intatto nel documento. Il traduttore portoghese ha dato il proverbiale “jeitinho” brasiliano, salvando capra e cavoli. Furberie a parte, il delicatissimo problema della “inculturazione” resta intatto.
Le parole di Benedetto XVI nella stessa occasione, non fanno una piega: “Cristo, essendo realmente il Logos incarnato, l’amore fino alla fine, non è estraneo ad alcuna cultura né ad alcuna persona; al contrario, la risposta desiderata nel cuore delle culture è quella che dà ad esse la loro identità ultima, unendo l’umanità e rispettando contemporaneamente la ricchezza delle diversità, aprendo tutti alla crescita nella vera umanizzazione, nell’autentico progresso. Il Verbo di Dio, facendosi carne in Gesù Cristo, si fece anche storia e cultura (Benedetto XVI, Aparecida, 13 maggio 2007).
Ma, ammaestrati dalla storia e resi guardinghi dalle nostre debolezze, dobbiamo trattare il problema con una speciale circospezione. Oggi in modo speciale.
ALBERI, PESCI E VANGELO
L’evangelizzazione degli indios che oggi ci è proposta, avviene nell’esatto momento in cui le loro terre sono espropriate, occupate e saccheggiate, i fiumi invasi, contaminati, privatizzati, e la stessa sopravvivenza fisica posta in rischio.
Privata della sua base materiale (habitat, alimentazione, spazi culturali, ecc.), la cultura indigena dà segni di esaurimento. I dirigenti tradizionali sono spesso cooptati oppure squalificati.
Un’azione evangelizzatrice meno oculata, in questo momento, potrebbe essere l’ultima spallata al traballante muro su cui essa è costruita. Il Vangelo, trasmesso senza le necessarie cautele, potrebbe diventare anch’esso elemento disgregatore delle società tribali. E non sarebbe la prima volta.
Ma c’è di più. L’evangelizzazione dei Kayapó, così come quella di ogni altro popolo, deve saper separare chiaramente ciò che è essenziale all’annuncio e quelle che ne sono le rivestiture culturali attraverso le quali è passato. Altrimenti non faremo dei cristiani, ma delle brutte copie di indios. Nel Vangelo di Matteo, vediamo Gesù in polemica con scribi e farisei, e lo sentiamo affermare: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo prosélito e, quando lo è divenuto, lo rendete degno della Geènna due volte più di voi” (Mt 23,15).
Quando provetti missionari trovano difficoltà ad “immaginare” un Gesù kayapó, bisognerà suonare il campanello d’allarme.
Siamo pronti a portare agli indios il Cristo, immagine luminosa del Padre, o rifileremo loro una caterva di norme, riti, leggi che lo appesantiscono, lo deformano e, finalmente, lo negano? La storia dell’espansione delle religioni – non esclusa la cristiana – accanto a pagine luminose di rispetto e valorizzazione dei popoli e delle loro culture, presenta troppi esempi di violenza e sopraffazioni, per non essere più che guardinghi.
Le cinque conclusioni dell’Assemblea Saveriana
Seguendo le esigenze delle DGAE (Direttive generali dell’attività evangelizzatrice) della CNBB, l’equipe saveriana di Pastorale indigenista si è impegnata a:
1. continuare l’azione di “servizio” nella promozione umana degli indios, sostenendo il protagonismo dei medesimi in tutti i progetti di salvaguardia della loro vita, di difesa dei loro diritti e di sostegno delle loro associazioni di per la giustizia, evitando ogni forma di assistenzialismo;
2. dare seguito e perfezionare il “dialogo” con le culture indigene in tutti gli aspetti, cercando l’acculturazione dei membri dell’equipe saveriana e l’inculturazione del Vangelo nelle stesse culture, con la collaborazione indispensabile e protagonista degli indios;
3. iniziare con una metodologia condivisa la tappa dell’“annuncio” esplicito del Vangelo, partendo dalla convinzione che esso non distrugge le culture ma le porta a compimento; in questo lavoro si terrà sempre presente la dimensione ecumenica (l’annuncio esplicito del messaggio cristiano è già cominciato, ad opera dei protestanti) e del pluralismo religioso;
4. presentare, secondo il processo dell’annuncio, la proposta di Gesù che porta alla formazione di una “comunità di discepoli”; la comunità cristiana “indigena” è chiamata a vivere la comunione con tutta la Chiesa, ma con un volto specifico, a partire dalla sua vita, storia e valori; è anche chiamata non a rompere l’unità interna del villaggio, ma a rafforzarla creando amicizia tra le varie etnie indigene e anche con i popoli di tutta la terra (fraternità universale);
5. valorizzare, nel momento dell’annuncio, il lavoro già fatto da protestanti e cattolici nei decenni passati, valorizzando la dimensione ecumenica della missione e il fenomeno del pluralismo religioso, per mezzo della pratica del dialogo e del lavoro d’insieme, soprattutto quando si tratta del servizio della giustizia e della pace.
E se Gesù fosse nato Kayapó?
E se Gesù fosse nato Kayapó? È la domanda che un giorno fu rivolta, come provocazione, ad un gruppo di missionari del Consiglio Indigenista Missionario (CIMI). Concretamente si voleva sapere:
- 1) Se Gesù fosse nato in un villaggio Kayapó, chi sarebbero stati i suoi genitori?
- 2) Dove sarebbe nato? Chi lo avrebbe visitato alla nascita?
- 3) Che paragoni (parabole) avrebbe usato per annunciare: a) l’amore del Padre che sempre perdona? (Figlio prodigo); b) la fiducia nella Provvidenza? (Uccelli dell’aria, gigli del campo); c) che frutti avrebbe portato la parola di Dio nei vari destinatari? (Seminatore).
- 4) Chi sarebbero stati suoi avversari?
- 5) Di che morte sarebbe stato vittima?
Quello che era sembrato, in principio, uno scherzo, si rivelò un esercizio veramente necessario e inaspettatamente arduo. Necessario, perché, per annunciare il messaggio di Cristo, senza violentare le culture, bisogna scoprire per ognuna di esse forme concrete di incarnare i valori cristiani. Arduo, perché tale lavoro esige una conoscenza profonda sia del messaggio cristiano che della cultura di ogni popolo.
L’approccio superficiale e quasi ludico con cui cominciò il lavoro, ben presto si rivelò insufficiente.







