ALGERIA: A QUESTO PUNTO CHE FARE?
Dobbiamo allora limitarci a stare a guardare? No, perché possiamo fare molto: chiedere in primo luogo al governo una vera apertura democratica e il rispetto di tutte le libertà, a cominciare dall’informazione.
Una follia omicida si è abbattuta sull’Algeria, non sappiamo a quale orrenda contabilità del sangue saremo ancora costretti ad assistere. Ma la follia non ha investito solo il popolo algerino, due volte martire in poco più di trent’anni. A perdere la testa è stata anche una parte degli “esperti”, della stampa e dei politici dell’Occidente.
Alla legittima domanda: chi uccide? si è risposto con un polverone non si sa fino a qual punto innocente.
Si dice che i massacri sono frutto di uno scontro nell’esercito, della delinquenza comune, perfino delle faide tribali. Il terrorismo fondamentalista non esiste più, a fomentare le stragi sono i militari che non vogliono negoziare con gli integralisti. Gli “esperti” dimenticano però di spiegarci che interesse ha questa parte dell’esercito a suscitare proprio quella violenza che sola giustificherebbe, agli occhi di molti, una trattativa e un compromesso con i fondamentalisti.
Quello del puro terrorismo di stato è un altro dei miti della storia recente dell’Algeria. Con ciò non si vuole assolvere il potere, anzi l’esercito ha la grave responsabilità di non saper difendere i cittadini. Ma fa una certa impressione sentire quelli che oggi accusano l’esercito di terrorismo: sono gli stessi che, fino a qualche mese fa, consideravano le richieste della società civile di essere protetta come un contributo alla follia “sradicatrice” dei militari.
Mentre si parla di esercito terrorista, si continua ad alimentare un altro mito: la guerra civile. In realtà quella in corso non è una lotta fra fazioni opposte, bensì una guerra contro i civili. Se si continua a sfidare l’evidenza, è perché la “guerra civile” è un buon alibi per un intervento. Se un’iniziativa armata esterna contro un terrorismo urbano e semi-rurale è improponibile dal punto di vista militare, quella politico-diplomatica è osteggiata dal governo che la considera un’ingerenza.
Si suggerisce allora la via del dialogo, con la comunità internazionale in disparte. Ma una nuova Sant’Egidio solleva la domanda cruciale: con chi?
La risposta è ovvia: con tutte le parti in conflitto. La realtà è però un’altra. Ancora oggi ci si ostina a chiamare “dialogo” o, peggio ancora, “Conferenza di pace” la riunione a Roma di una parte soltanto dell’opposizione, sia laica che fondamentalista, senza il governo, come dire: la pace in Medio Oriente senza Israele. Si capisce che il governo e parte dell’opinione pubblica algerina siano diventati allergici al “dialogo” quando pronunciato dall’altra sponda.
L’unico risultato di quest’iniziativa è stato l’accreditamento del fondamentalismo macchiato di sangue. Si ribatterà più forte di prima che la pace si fa tra chi combatte. Appunto, e i democratici non lo ignorano, anzi conoscono bene i loro “interlocutori” da spiegarci invano, da anni, che non bisogna confondere la pace con la pacificazione, ottenuta col ricatto della violenza. Non a caso esercito e fondamentalisti trattano da anni la pacificazione della società algerina, con buona pace delle nostre coscienze.
Dobbiamo allora limitarci a stare a guardare? No, perché possiamo fare molto.
Capire in primo luogo la natura del fondamentalismo per comprendere che non è possibile un compromesso “democratico”. Ristabilire la verità per sconfiggere il disegno pacificatore voluto da forze diverse. Condannare il terrorismo e chi, pur avendo la volontà per farlo, non si pronuncia contro una violenza senza giustificazione alcuna. Chiedere al governo una vera apertura democratica e il rispetto di tutte le libertà, a cominciare dall’informazione.
Rafforzare la società civile nella duplice lotta contro il terrorismo e la mancanza di libertà.






