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A proposito del servizio di M.O. sul Burundi

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Numerosi amici ci hanno telefonato o scritto dopo aver visto la “pagina bianca” in sostituzione dell’articolo sul Burundi nel n. 8/9 di Missione Oggi.  Ci sembra doveroso spiegare come si è giunti a questa decisione.

Come si poteva notare dal Sommario del numero, il servizio preparato aveva per titolo “Burundi: vogliamo dare voce alle vittime” e occupava 17 pagine della rivista.  L’avevo curato personalmente, data la conoscenza che ho del Burundi, avendo lavorato per  anni nella zona zairese confinante, con possibilità di continui contatti, ed essendo stato decine di volte nelle varie parti del paese. Per la sua stesura mi ero servito degli apporti di vari giornalisti stranieri, corrispondenti di giornali di fama internazionale.

Attraverso numerose e svariate vie - africane, europee e americane - avevo potuto raccogliere un’ampia e capillare documentazione, che aveva trovato spazio non solo nel testo dell’articolo da me firmato, ma anche nei riquadri e nelle quattro “paginate”: la prima era uno specimen della lista di persone uccise: con nome, sesso, età (alcune di 9,4,5,3 anni!), data, collina, provincia, autori delle uccisioni; lo scopo era di far presente che la lista completa avrebbe richiesto 5.000 pagine analoghe, essendo gli uccisi, dal 21 ottobre ’93 ad  oggi, circa 250.000; ma la lista, come i nostri amici avranno letto nell’editoriale, voleva anche “dare un volto, un nome alle vittime e rivestire della loro dignità almeno le salme di persone che nel disprezzo erano per anni vissute e addirittura per disprezzo sono state eliminate”.  Un’altra “paginata” riportava uno specimen delle élites hutu uccise in Burundi negli ultimi anni.  Le altre due “paginate” riportavano estratti di rapporti (uno della Commissione dell’ONU) sui massacri, con luoghi, numero degli uccisi e i presunti esecutori.

L’insieme dell’articolo, anche se non mancava di richiamare gli attacchi e i massacri che gli estremisti hutu armati stanno compiendo, dava un forte peso ai misfatti e ai massacri compiuti dagli estremisti tutsi armati e dall’esercito governativo. L’obiettivo era di aprire un dibattito e non certo quello di essere esaustivi sull’argomento. Siamo tenacemente contro la violenza armata, da qualunque parte venga, ma non possiamo chiudere gli occhi sulle fonti continue di violenza:  la “esclusione legalizzata” di una parte della popolazione burundese (due Presidenti hutu uccisi nel giro di sei mesi, un terzo Presidente rimosso con un colpo di stato...) le epurazioni etniche, lo sterminio sistematico, l’assurdità disumana dei “campi di raccolta” (o “campi di concentramento”, come vengono chiamati).

L’intero numero della rivista si proponeva di vedere l’Africa “dalla parte della gente”; in questo  contesto, il servizio sul Burundi voleva “dare voce alle vittime”, a tutte, senza distinzioni etniche, non alle élites al potere con un colpo di stato, che già dispongono di tutti i mass media del paese e delle ampie risonanze internazionali, Italia compresa, per diffondere le loro versioni.

Gli articoli di M.O. non subiscono alcuna censura o visione preventiva esterna alla redazione. L’articolo sul Burundi, allora, come ha potuto essere fermato? I fatti sono avvenuti così: le bozze dell’articolo erano state inviate in anteprima alle redazioni di alcune riviste; un giornalista di una di queste, invece di accertarsi direttamente da noi sulla serietà della documentazione presentata, ha interpellato un suo referente in Burundi e poi il Superiore generale dei Saveriani a Roma, che, fra l’altro, non erano ancora a conoscenza del nostro servizio.

Lo stesso giornalista ha poi scritto sulla sua rivista un commento a dir poco fazioso, in cui il nostro servizio veniva bollato come schierato “in una sola direzione” e “inopportuno” perché “basato su fonti palesemente di parte”, quando “oggi in Burundi si deve parlare di dialogo e di riconciliazione”. È questo, infatti, l’indirizzo attuale del governo golpista, che intanto continua il  sistema di esclusione e rifiuta di presentarsi alle trattative di pace promosse dalle istanze internazionali.

L’allarme creato da questo tipo di lettura del nostro servizio ha accresciuto, nei responsabili dell’Istituto saveriano, il timore di rappresaglie contro i saveriani presenti in Burundi: solo due anni fa, due di loro e una missionaria laica sono stati uccisi dai militari (arrestati e liberati dopo una settimana). Faccio notare che uno dei Saveriani uccisi, in un documento alle autorità burundesi, era stato costretto a difendersi dall’accusa di essere “di parte”, semplicemente perché prendeva le difese delle vittime e incolpava, prove alla mano, i militari!

L’aggravarsi della situazione in Burundi, insieme ad altri fatti degli ultimi mesi, hanno convinto anche noi sull’opportunità di non pubblicare, per ora, il nostro servizio: sulla nostra pelle avremmo potuto rischiare, ma non su quella di altri.

Due ultime considerazioni: la prima è che dovrebbe ritenersi assodato che M.O., anche se edita dall’Istituto saveriano, non impegna la responsabilità di tutto l’Istituto, ma solo del direttore e di chi firma gli articoli: non è, né può essere ritenuta una “voce ufficiale” di qualcuno, ma un libero strumento di opinione. La seconda cosa che ci preme riaffermare è il nostro impegno di denuncia e di documentazione, come “voce delle vittime”.  Intendiamo intensificarlo.



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