Crescita o decrescita?
l neoliberismo nasce nelle università americane, oltre trent’anni fa, e i “professori” dell’accademia economica ne sono stati i grandi paladini, anche in Italia. La ricetta prometteva benessere, occupazione e... crescita, purché si permettesse al libero mercato di operare senza “lacci e lacciuoli”: per questo la politica e lo Stato dovevano ritirarsi in buon ordine, smantellando i servizi pubblici, riducendo le pensioni e le tutele sul lavoro, privatizzando e liberalizzando.
Dal 2000 ad oggi nel nostro paese le tante manovre per contenere il debito pubblico, pari a circa 580 miliardi di euro, ovvero un terzo del nostro debito, avrebbero dovuto far ripartire la crescita: maggiori entrate fiscali, abbattimento del debito, più infrastrutture e competitività, aumento della produzione e quindi più lavoro in particolare per i giovani. Ebbene, nell’ultimo decennio il Pil in Italia è “aumentato” di un misero 2,7%, cioè nulla (durante il vero “miracolo economico” l’aumento fu del 70% in un decennio!). Nel contempo il debito è salito da 1.300 a oltre 1.900 miliardi; la disoccupazione dilaga, in particolare quella giovanile; i diritti dei lavoratori e di cittadinanza sono compressi; i salari sono schiacciati dal costo della vita; infine il reddito è affluito verso i più abbienti, per cui oggi in Italia metà della ricchezza è posseduta dal 10% delle famiglie mentre il 50% delle famiglie più povere ne possiede meno del 10%.
Prospettare ancora la crescita, come soluzione, appare ormai una sorta di credenza superstiziosa. Eppure è chiaro che è proprio la ricetta a non funzionare.
Forse conviene mettere i piedi per terra ed affrontare la realtà effettuale, ovvero la non crescita, anche se questa contraddice le teorie propagandate per oltre trent’anni. Non crescita significa anzitutto pensare ad una politica che si prenda a cuore il bene comune e che rivitalizzi la democrazia come capacità di sottomettere l’economia agli interessi generali, ricostruendo meccanismi istituzionali di programmazione economica e sociale. La non crescita comporta il riconoscimento dell’impossibilità di ripagare il debito per intero. Buona parte di questo debito è il frutto avvelenato dell’evasione fiscale, dell’inadeguata tassazione di profitti e rendite e, nei mesi più recenti, dell’assalto della speculazione finanziaria.
Andrebbe definita una ristrutturazione del debito attraverso una sua caratterizzazione qualitativa, per cui alle grandi banche ed ai fondi speculativi va imposto un ragionevole ma consistente abbattimento, mentre vanno tutelati i piccoli risparmiatori nazionali. A quel punto il debito restante sarà sostenibile e si potrà gradualmente ripagarlo, a maggior ragione se nel frattempo si sconfiggerà l’evasione fiscale e si tasseranno adeguatamente i grandi patrimoni.
Ma come si può finanziare lo Stato sociale, senza crescita? Stornando i fondi oggi destinati alle grandi opere ed infrastrutture (per la non crescita del tutto inutili) o al potenziamento degli armamenti funzionale, appunto, all’idea illusoria di una grande potenza in continua espansione.
E l’occupazione? Se la non crescita si associa all’innovazione tecnologica che per sua natura intrinseca riduce la manodopera, è evidente che la quantità di lavoro offerta è destinata a diminuire, mentre non aumenta di certo con i licenziamenti facili. Bisogna allora attivare processi radicali, ancorché complessi, di ridistribuzione dello scarso lavoro esistente. Il modello dei “contratti di solidarietà” è un campo su cui si potrebbe lavorare, sia generalizzandoli il più possibile, sia prevedendo per il monte ore di riduzione dell’orario, parzialmente compensato da contributi pubblici, l’impiego in attività socialmente utili.







