A TORINO IL FESTIVAL DELLA MISSIONE 2025
Ogni volto che incontriamo ci interpella, ci chiama a uscire dalle nostre certezze e a costruire relazioni autentiche
IL VOLTO PROSSIMO IL FILO ROSSO DEL FESTIVAL
Nella vita quotidiana, il volto prossimo è chi incrociamo per strada, chi lavora accanto a noi, chi soffre nell’ombra. È la persona che ci provoca con le sue domande e quella che ci sfida con la sua diversità. Ogni volto che incontriamo ci interpella, ci chiama a uscire dalle nostre certezze e a costruire relazioni autentiche. È il volto al quale decidiamo di approssimarci, di farci prossimi. Un filo rosso che guida l’edizione 2025 del Festival della Missione, che si terrà a Torino dal 9 al 12 ottobre. Quattro giorni di panel e incontri con ospiti internazionali, ma anche musica e workshop: sarà un momento di condivisione dopo un percorso di riflessione e attività già in corso.
LE PERIFERIE IL PRIMO VOLTO PROSSIMO
Il nostro primo volto prossimo è quello delle periferie, geografiche ed esistenziali. Quegli spazi in cui le difficoltà convivono con la forza delle comunità, dove il bisogno di raccontare si intreccia alla necessità di essere ascoltati. Haiti è una di queste: nel marzo dello scorso anno bande armate hanno assaltato due carceri a Port-au-Prince, provocando l’evasione di 4mila detenuti. Il governo ha dichiarato lo stato di emergenza. Un anno dopo, la crisi si è aggravata: le gang controllano interi quartieri, le scuole sono chiuse o trasformate in rifugi, gli sfollati superano il mezzo milione. Secondo l’Unicef, almeno 200mila sono bambini sotto i cinque anni. Il reclutamento forzato è aumentato del 70 per cento. In questo contesto nasce Figli di Haiti, progetto promosso da Avvenire e Fondazione Avvenire e sostenuto dal Festival della Missione, per ribaltare il paradigma di Haiti come “causa persa”. Un anno di approfondimenti, con interviste, reportage e podcast (https://www.avvenire.it/mondo/haiti). Il progetto sostiene l’orfanotrofio La Maison des Anges, costretto a sfollare, promuovendo una raccolta fondi per garantire istruzione ai bambini, dove la scuola è spesso l’unica alternativa alla violenza. Lo scorso febbraio, Lucia Capuzzi, inviata di Avvenire, e il documentarista Alessandro Galassi, direttori artistici del Festival, sono stati ad Haiti per raccogliere testimonianze. Da quel viaggio nascerà un docufilm che sarà presentato in scuole, festival, eventi pubblici e durante il Festival.
IL QUARTIERE BRANCACCIO DI PALERMO
Un altro volto delle periferie portate al centro dal Festival è Brancaccio, quartiere popolare di Palermo, dove il fotografo Francesco Faraci ha lavorato per alcuni anni. Le sue immagini, che saranno esposte in gigantografie lungo le strade di Torino durante il Festival, raccontano storie intrecciate alla sua. Per Faraci, Brancaccio è stato un viaggio personale segnato dall’incontro con don Maurizio, figura di riferimento del quartiere. “All’inizio ci siamo quasi scontrati”, ricorda. “Temeva fossi uno dei tanti venuti a prendere. Poi ha visto il rapporto che avevo con le persone, ed è nata un’amicizia profonda”. Brancaccio non è solo un quartiere difficile, ma anche il luogo di don Puglisi, di chi resiste ogni giorno. Faraci lo ha raccontato scegliendo di entrare in relazione, fino a diventare parte della comunità: “Chi ha il privilegio di avere voce ha la responsabilità di usarla per chi non ce l’ha”. Come Festival della Missione, crediamo profondamente in questa responsabilità.
LA NONVIOLENZA L’UNICA VIA ALLA PACE
Siamo anche convinti che, davanti a un mondo che corre a riarmarsi ed è dilaniato dai conflitti, una strada diversa sia possibile. E non solo possibile, ma anche più efficacie, come ha dimostrato la politologa Erica Chenoweth, docente all’Harvard Kennedy School, attraverso una ricerca approfondita, culminata nel libro Come risolvere i conflitti. Senza armi e senza odio con la resistenza civile (Sonda 2023). La studiosa ha analizzato 627 campagne rivoluzionarie dal 1900 al 2006, confrontando l’efficacia delle strategie violente e nonviolente. I dati parlano chiaro: più del 50 per cento delle campagne nonviolente ha avuto successo, contro il 26 per cento di quelle violente. La chiave? L’ampiezza della partecipazione. Chenoweth sottolinea che, per destabilizzare un regime, è sufficiente coinvolgere almeno il 3,5 per cento della popolazione.
SOSTEGNO AL “PEOPLE’S PEACE SUMMIT”
Per questo abbiamo deciso di farci promotori di un appello all’adesione e raccolta firme (https://chng.it/ ZLQfGKhhsS) a sostegno del People’s Peace Summit, che si è tenuto l’8 e 9 maggio 2025 a Gerusalemme. Un vertice che nasce da It’s Time, una coalizione di oltre 50 organizzazioni israeliane per la pace e la società civile, che hanno scelto di unire forze e visioni per spezzare il ciclo della violenza e costruire insieme un futuro diverso. Dietro questa mobilitazione ci sono volti e storie che portano con sé l’urgenza del cambiamento. Come quella di Maoz Inon, israeliano, e Aziz Abu Sarah, palestinese, entrambi imprenditori convinti che il turismo possa essere una strada di conoscenza. Maoz ha perso entrambi i genitori durante l’attacco del 7 ottobre 2023. Aziz ha perso un fratello mentre si trovava in custodia delle forze israeliane. Le loro esperienze avrebbero potuto generare distanza e chiusura. Invece, hanno scelto di aprire uno spazio di dialogo. Quando Maoz ha perso i genitori, Aziz gli ha scritto un messaggio di cordoglio, un gesto che ha aperto uno spazio inatteso. In quei dialoghi hanno riconosciuto un terreno comune: nonostante le ferite, entrambi credevano che la pace non fosse solo necessaria, ma ancora possibile. Da quel primo scambio è nata una collaborazione che li ha portati a raccontare pubblicamente le loro storie. Non per mettere da parte il dolore, ma per condividerlo, e trasformarlo in punto di partenza. Insieme sono saliti sul palco dell’Arena di Pace di Verona, nel maggio 2024, dove hanno portato la loro voce davanti a migliaia di persone e alla presenza di papa Francesco. Un israeliano e un palestinese, fianco a fianco, in un luogo carico di simboli, a testimoniare che il dialogo può ancora avere spazio, anche quando tutto sembra negarlo. Il People’s Peace Summit rappresenta il culmine di un anno d’impegno condiviso, che ha già visto due momenti fondamentali: il grande evento di lancio del 1° luglio 2024, con oltre 6mila partecipanti, e il Peace Journey del dicembre successivo, un itinerario di sei giorni attraverso comunità ebraiche e palestinesi, testimoni di una società più ampia e articolata di quanto i media spesso mostrino. Per due giorni, Gerusalemme è stato luogo di ascolto, confronto e immaginazione. Il vertice ha ospitato panel, eventi culturali, tour per la pace, musica, teatro e momenti d’incontro con migliaia di persone provenienti da esperienze diverse. Al centro ci sono stati diversi percorsi e soluzioni, accomunati dal riconoscimento reciproco: la fine dell’occupazione, la creazione di due Stati, l’autodeterminazione di entrambi i popoli e garanzie di sicurezza condivise. Il vertice è stato anche un’occasione per riflettere sul legame tra pace e democrazia e su come rigenerare, con spirito costruttivo, una società segnata da ferite profonde.
LE OFFICINE DI PACE CUORE DEL FESTIVAL
La promozione della nonviolenza come scelta consapevole e strumento di cambiamento è al centro anche di un altro progetto realizzato dal Festival: “Officine di Pace”, un’iniziativa nata con il supporto del Centro Studi Sereno Regis di Torino che porta con sé un’esperienza di oltre 40 anni nella promozione della nonviolenza. Rivolto a giovani, studenti delle scuole superiori, gruppi missionari e a chiunque sia interessato, questo programma offre strumenti concreti per riflettere sulla pace e contribuire a un cambiamento culturale. Il progetto si articola in tre moduli pensati per esplorare il tema della pace da prospettive diverse. Il primo è dedicato alla visione di documentari selezionati. L’obiettivo è stimolare una riflessione collettiva, partendo da esperienze e storie reali. Il secondo è pensato per sviluppare un dibattito sull’educazione al dialogo a partire da alcuni spunti e riferimenti letterari che gli insegnanti potranno usare per strutturare la lezione. Il percorso culmina nella realizzazione di brevi video destinati alle campagne social. Questi contenuti, creati dai partecipanti, porteranno messaggi di pace e dialogo a un pubblico più ampio. I video più significativi verranno presentati al grande evento di Piazza Castello, a Torino, in occasione del Festival, offrendo ai partecipanti una piattaforma per condividere il proprio impegno con una platea nazionale (per partecipare, basta scrivere a officinedipace@festivaldellamissione.it). In fondo, è proprio questo il cuore del Festival: dare voce a chi semina speranza. Un’occasione per scoprire che la missione è prima di tutto uno sguardo che cambia lo sguardo.







