
Robert Mickens
“The Tablet” - 7 settembre 2013
La nomina dell’arcivescovo Pietro Parolin nel ruolo chiave di Segretario di Stato conferma che Papa Francesco sta proseguendo nel suo progetto di riforma in Vaticano. Esso probabilmente ristabilirà lo status di Roma come uno dei più sofisticati protagonisti nella diplomazia globale.
È possibile che Papa Francesco abbia finalmente convinto gli scettici che il suo pontificato consisterà in qualcosa di più di un semplice cambiamento del recente stile pontificio.
La nomina come Segretario di Stato, lo scorso fine settimana, del 58enne arcivescovo Pietro Parolin, uno degli uomini più esperti della nuova leva della diplomazia vaticana, potrebbe dimostrarsi una delle scelte più lungimiranti dal 1979, quando Giovanni Paolo II nominò l’ormai leggendario Agostino Casaroli alla posizione chiave di “primo ministro” vaticano.
Parolin, che ha trascorso gli ultimi quattro anni in Venezuela quale sua prima nomina da arcivescovo e come nunzio apostolico, appartiene alla diplomazia della Chiesa da 27 anni e ha svolto quasi tutto il suo servizio nella Segreteria di Stato a Roma, tranne che per un periodo di 10 anni. Il prossimo 15 ottobre, quando prenderà ufficialmente le redini di questo settore chiave, c’è da augurarsi che gli sarà possibile restaurarne e ridefinirne lo scopo e il ruolo, sia all’interno sia all’esterno.
Certo questo sembra essere un lavoro tagliato su misura per lui. Nei sette contorti anni in cui ha lavorato sotto la guida del suo predecessore, il card. Tarcisio Bertone, Sdb (Società di Don Bosco - ndt), la Segreteria è diventata progressivamente incapace di svolgere in maniera efficiente il suo tradizionale ruolo di coordinatore della Curia Romana. Ciò è dovuto, in parte, alla mancanza di comunicazione e di consultazioni regolari tra i capi dei vari uffici, ma anche alla scarsa stima in cui molti funzionari vaticani tenevano il cardinale salesiano, che non aveva esperienza diplomatica e conosceva poco le lingue quando fu nominato a quell’incarico. Sotto la sua direzione, e con il cambiamento di rotta di Benedetto XVI, indirizzata verso la priorità degli affari interni della Chiesa, la Segreteria è arrivata vicino a dilapidare quello che è stato il ruolo di prestigio della Santa Sede quale “potenza morbida” nel campo della diplomazia internazionale.
Parolin dovrà immediatamente affrontare tali problemi, ma è dotato di molte capacità per farlo. Questo prete dai toni moderati e amichevoli possiede il giusto amalgama di competenza, di esperienza e di carattere personale, tutti elementi essenziali per ridisegnare il ruolo della Segreteria e consentirle di svolgere una funzione di primo piano nel progetto di riforma della burocrazia vaticana intrapresa da Francesco e nel re-indirizzare l’attenzione della Chiesa verso coloro che si trovano ai margini della società.
Ci sono grandi aspettative nei suoi confronti, in particolare ci si augura che egli possa essere una forza trainante nel ristabilire un ruolo preminente della Santa Sede nella diplomazia globale, specialmente nelle aree della promozione della pace e della rappresentanza delle istanze dei più poveri, oltre a ristabilire le relazioni interrotte con il governo cinese, allo scopo di normalizzare la situazione della Chiesa in quel paese, riscoprendo un modello più collegiale o sinodale del governo universale della Chiesa, riportando armonia nell’ambiente diviso in fazioni all’interno della Curia.
I diplomatici stranieri che hanno lavorato con Parolin hanno accolto con soddisfazione la sua nomina. “Logicamente è stato scelto un europeo, che però ha diretta esperienza dell’Africa e delle Americhe, oltre a un buon bagaglio di conoscenze sull’Asia”, ha affermato Tim Fischer, già ambasciatore australiano presso la Santa Sede. “Il suo impegno con persone di ogni condizione sociale è sempre stato attento e profondo”. Un altro ex-ambasciatore presso la Santa Sede ha dichiarato: “È sempre stato un uomo di grande umiltà, le cui doti diplomatiche, ancorché considerevoli, non diminuiscono il suo essere prete”.
L’arcivescovo Parolin ha avuto una lunga e completa formazione per il compito che lo aspetta. Pochi anni dopo la sua ordinazione sacerdotale nel 1980 nella diocesi di Vicenza, nella regione Veneto dell’Italia settentrionale, e dopo una breve esperienza come coadiutore in una parrocchia, ha trascorso tre anni a Roma nella scuola d’élite per diplomatici pontifici, la Pontificia Accademia Ecclesiastica. Ha studiato diritto canonico all’Università Gregoriana, la sua tesi di dottorato aveva per argomento il Sinodo dei Vescovi.
Dopo alcuni brevi periodi di servizio nelle nunziature della Santa Sede in Nigeria (1986-89) e in Messico (1989-92), è tornato a Roma, dove ha trascorso 17 anni nella sezione per le relazioni con gli Stati della Segreteria di Stato. Come giovane funzionario, egli ha affinato le sue capacità negoziali e di promotore di pace sotto la guida delle più notevoli personalità vaticane. Nel maggio 1993, ha accompagnato il cardinale Roger Etchegaray nel Ruanda distrutto dalla guerra in qualità di emissario di pace e di riconciliazione. In seguito, ha fatto parte della delegazione dell’allora arcivescovo Jean-Louis Tauran all’assemblea generale delle Nazioni Unite per portare la voce della Santa Sede al dibattito sull’ambiente e sullo sviluppo globale. Più vicino a casa, ha fatto parte della squadra vaticana che, nel 2000, ha condotto i negoziati per completare la revisione del 1984 dei Patti Lateranensi.
Poi, alla fine di novembre 2002, meno di due mesi prima del suo 48mo compleanno, l’allora mons. Parolin è stato nominato da Papa Giovanni Paolo II alla carica equivalente a quella di vice-ministro degli esteri. Ha iniziato il suo incarico sotto Tauran, allora già cardinale e generalmente considerato il più abile diplomatico del Vaticano. Parolin avrebbe svolto quell’incarico per sei anni, lavorando sia sotto Giovanni Lajolo, ora cardinale, sia sotto l’attuale titolare dell’ufficio, l’arcivescovo Dominique Mamberti. Ha rappresentato la Santa Sede in numerose conferenze internazionali, richiamando l’attenzione sulle preoccupazioni della Chiesa in una vasta serie di questioni.
La morte di Giovanni Paolo II nel 2005 e l’elezione di Benedetto XVI portarono a un cambiamento fondamentale nella direzione della Segreteria di Stato. Il card. Bertone è stato nominato nel 2006 per sostituire l’ormai anziano card. Angelo Sodano, che era succeduto quale Segretario di Stato al card. Casaroli nel 1990. Ma Bertone non è stato accettato da molti in Segreteria e in altre parti della Curia. Ciò ha avuto per conseguenza una tacita disobbedienza delle sue direttive e un ostruzionismo nei confronti delle sue iniziative. Durante questo periodo, Parolin e la sua controparte nella sezione affari interni dell’ufficio, mons. Gabriele Caccia, si sono sforzati di mantenere la Segreteria in carreggiata. Nel 2009, tuttavia, Parolin è stato criticato perché ritenuto della “scuola” di Casaroli, in altre parole, troppo pragmatico. È stato promosso nunzio in Venezuela in una classica manovra vaticana che è allo stesso tempo una promozione e un esilio.
Prima di essere inviato in Venezuela, però, mons. Parolin ha giocato un ruolo fondamentale nel ristabilire relazioni con il governo comunista del Vietnam. Con un paziente dialogo e un attento compromesso, Parolin e la sua delegazione sono stati in grado di assicurare la nomina di nuovi vescovi e di avviare il percorso verso la normalizzazione diplomatica. Si è speso perché palestinesi e israeliani riprendessero le trattative e si è impegnato perché proseguisse il negoziato della Santa Sede con Israele circa le proprietà della Chiesa e la relativa imposizione fiscale nello Stato ebraico.
Il suo più notevole successo diplomatico – purtroppo vanificato poco dopo la sua partenza per il Venezuela – lo ha ottenuto con la Cina comunista. Parolin, uno dei principali collaboratori alla stesura della storica lettera di Papa Benedetto ai cattolici cinesi nel 2007, ha guidato le delegazioni vaticane nella superpotenza asiatica nel 2008 e nel 2009, riaprendo il dialogo per la prima volta dopo oltre cinquant’anni. Ispirandosi ancora una volta ai metodi della vecchia Ostpolitik, egli ha pazientemente raggiunto un accordo con Beijing sulla scelta di dieci nuovi vescovi, un risultato mai raggiunto da sei decenni.
Ma prima che l’accordo fosse ufficialmente firmato, Benedetto ha promosso Parolin in Venezuela. Lo ha sostituito con mons. Ettore Balestrero, che ha immediatamente adottato una linea dura, dicendo ai cinesi che il Papa aveva deciso di non firmare l’accordo. Fonti diplomatiche hanno riferito a The Tablet che la figura chiave dietro la nomina di Balestrero (nonché uno dei suoi principali consiglieri nelle trattative con la Cina) era il card. Joseph Zen, Sdb, di Hong Kong. Zen, confratello salesiano del card. Bertone, si è opposto all’approccio di Parolin e ha insistito sul fatto che il Vaticano non doveva cedere a compromessi. La sua strategia, generalmente seguita a partire dal 2009, ha peggiorato le relazioni sino-vaticane. Con il ritorno di Parolin a Roma, vi sono nuove speranze sulla possibilità di riprendere il dialogo.
Mentre appare ovvio che Papa Francesco desidera che la Segreteria di Stato giochi nuovamente un ruolo più attivo nello stabilire relazioni con altri paesi, non è chiaro dove egli la voglia collocare in una riformata struttura di governo della Chiesa universale. Egli ha parlato della necessità di trovare una via per far crescere la collegialità episcopale, grazie a un ruolo più decisionale del Sinodo dei Vescovi. In questo caso, Parolin, che ha compiuto la sua ricerca per il dottorato proprio su tale istituzione, è ben preparato per portare il suo aiuto. Una cosa sembra certa. La Santa Sede è determinata a impegnarsi più profondamente nella diplomazia internazionale rispetto agli anni scorsi.
C’è da aspettarsi che il più antico organismo diplomatico del mondo ritorni ad essere una delle voci principali nei campi della promozione della pace, dei diritti umani e della difesa dei poveri.
Traduzione italiana a cura di Federico Tagliaferri
pubblicata con il consenso dell’editore
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