
From the Editor’s Desk
“The Tablet” – 4 ottobre 2014
La Chiesa cattolica normalmente preferisce un’immagine di serena e perfetta unità, in cui le decisioni vengono prese al vertice da un consenso fondato sulla preghiera. La situazione attuale è molto diversa e scioccante. Sembra che perfino i più intimi consiglieri del papa siano contenti di condurre le loro dispute in pubblico.
Così il cauto tentativo del card. Walter Kasper di trovare un modo per superare la questione della comunione ai cattolici divorziati e risposati – un compito che gli è stato affidato dallo stesso papa Francesco – viene respinto dal card. George Pell, già arcivescovo di Sydney, ora capo supremo delle finanze del Vaticano, come “una ricerca controproducente e futile di consolazioni a breve termine”.
Ed ha aggiunto, a scanso di equivoci: “le comunità sane non spendono la maggior parte delle loro energie in questioni marginali”, nelle quali egli ha ricompreso le preoccupazioni dei “feriti, degli indifferenti e degli estranei”.
Si pensa comunemente che il card. Kasper – lo pensa lui stesso – sia diventato un bersaglio “per procura” al posto del papa.
Egli ha accusato i suoi oppositori di “avere una concezione ideologica del Vangelo, considerato un codice penale”. Questo è il prodotto, ha affermato, di “un fondamentalismo teologico che non è cattolico”.
Non sorprende che il cardinale abbia scelto di difendersi, considerata la natura offensiva di alcuni degli attacchi contro di lui. Egli ha moderato i termini in confronto con quanto detto, ad esempio, dal card. Raymond Burke, presidente della corte di appello vaticana. “Trovo sorprendente che il card. [Kasper] pretenda di parlare a nome del papa”, sono le parole attribuite all’ex arcivescovo di St. Louis, Missouri. “Il papa non soffre di laringite. Il papa non è muto. Può parlare da solo. Se questo è ciò egli che vuole, lo dirà lui stesso… Ma se io, in quanto cardinale, affermassi che ciò che dico sono parole di papa Francesco? Questo per me sarebbe un oltraggio”.
I card. Burke e Pell sono solo due dei molti che hanno assunto un atteggiamento che si può definire “solo passando sopra il mio cadavere” nei confronti delle modeste proposte del card. Kasper. Come nel caso del card. Gerhard Müller, capo della Congregazione per la dottrina della fede, qualsiasi deviazione dalla rigida linea che essi sostengono sembra essere diventata una questione di minaccia di dimissioni.
Una tale invettiva, che lascia intuire la presenza di una grande spaccatura teologica che attraversa la Chiesa poco sotto la superficie, certamente metterà in ombra la grande sfida che essa ha di fronte nella ricerca di una risposta convincente a una serie di problemi che minacciano le famiglie in tutto il mondo. Tali questioni vanno dalla poligamia in Africa, dalla coabitazione e fuga dal matrimonio in Occidente, all’immigrazione e alla situazione critica dei rifugiati, insieme alla distruzione della famiglia causata dalla povertà in tutte le sue forme. La Chiesa può offrire aiuto e un percorso di guarigione, o può fare del Vangelo un codice penale, emettendo censure e pene nei confronti di tutto ciò che disapprova? Le osservazioni del card. Kasper contengono una messa in guardia e una sfida. “Spesso i pastori vogliono avere il controllo della vita umana”, ha avvertito.
“Si tratta di clericalismo. Essi non hanno fiducia nella gente e perciò non hanno rispetto per la sua coscienza”. La sfida di questo sinodo è di provare che egli abbia torto.
Traduzione italiana a cura di Federico Tagliaferri
pubblicata con il consenso dell’editore
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