CRISTIANI IN UN MONDO CHE NON LO È PIÙ
Jozef De Kesel, Cristiani in un mondo che non lo è più (Lev 2023)
Recensione di Gabriele Ferrari
Tavernerio, 5 dicembre 2024
Da un anno è in libreria questo testo dell’arcivescovo emerito di Malines-Bruxelles, card. Jozef De Kesel, che – nell’edizione italiana – ha un titolo provocatorio: Cristiani in un mondo che non lo è più. L’A. intende “mostrare che la Chiesa può trovare il suo posto nel contesto di una società moderna e secolarizzata” (p. 15). Da tempo ormai la Chiesa in Occidente vive in un contesto che se non prescinde dalla fede e dalla religione, non sembra averne più bisogno. Dopo molti secoli nei quali la fede e la religione cristiana sono state il riferimento obbligato per il pensiero filosofico, la morale, la politica, il diritto, l’arte e le stesse scienze, oggi non è più così. Questo fatto crea sconcerto in molti fedeli che si chiedono se la Chiesa abbia ancora un futuro, addirittura, se essa esisterà ancora e non pochi tra i cristiani e i pastori sognano un ritorno al passato.
L’A., biblista e teologo, oltre che arcivescovo di Malines-Bruxelles dal 2015 al 2023, si chiede: “Come si fa a credere in questa nuova situazione? Qual è il senso della missione della Chiesa in un mondo così profondamente cambiato?” (pp. 13-14). La posta in gioco è alta e l’analisi e le proposte che De Kesel offre non si riferiscono solo all’abbandono della Chiesa da parte di molti fedeli, al declino della pratica religiosa, alla disaffezione dei giovani e ora – ancor più – delle donne, allo svuotarsi delle chiese, dei seminari e noviziati. Il problema è più vasto e riguarda la plausibilità e addirittura la possibilità di credere e di essere cristiani in questa nuova situazione e pertanto anche la legittimità della stessa missione della Chiesa.
Del fenomeno della secolarizzazione tutti ci rendiamo conto, ma non tutti reagiamo alla stessa maniera. C’è chi spera e cerca di tornare alla situazione precedente. Non è di questa idea l’A., che guarda realisticamente al momento attuale e anzi considera l’attuale situazione un’opportunità, un provvidenziale kairós, che permette di ritrovare la vera identità della Chiesa e chiarire la sua missione nel mondo.
Nella prima parte, “Comprendere la situazione”, l’A. prende in esame il cambiamento intervenuto nella Chiesa, il fenomeno della secolarizzazione, per il quale il cristianesimo non ha più lo status di religione culturale, non è più il riferimento obbligato della cultura dell’Occidente. Non intendo qui seguire tutto il cammino della secolarizzazione, che è ben documentato nel libro (pp. 19-68).
L’A. ci ricorda che viviamo in un mondo che non è più una società cristiana, ma una società pluralista, multietnica e multiculturale, nella quale conviviamo con chi ha un’altra convinzione religiosa o non crede affatto. Nel passato, ma ancora fino all’inizio del XX secolo, quando la Chiesa rappresentava la religione di tutti (la religione culturale), essa non permetteva la libertà religiosa. Adesso ciò non è più possibile: tolleranza e rispetto dell’altrui posizione oggi sono legge per tutti. Papa Francesco lo ha ripetuto più volte: “La cristianità è finita”. L’avvento della cultura moderna ha cambiato la situazione e ora non viviamo più in un mondo cristiano ma nel saeculum, cioè nel mondo. La Chiesa non è il mondo ma vive nel mondo, cioè in mezzo a molte nazioni. Questa realtà dev’essere accettata dalla Chiesa non per forza, ma consapevolmente e di cuore, perché è un vero kairós, una grazia, un’opportunità che consente alla Chiesa di ritrovare la sua vera identità e aggiornare la sua missione.
De Kesel afferma che “la Chiesa ha tutto l’interesse di accettare la legittimità di una società secolarizzata ... [anche se] non ha più il diritto di porsi come rappresentante di una religione culturale” (p. 45). Accettare la nuova situazione non significa per la Chiesa conformarvisi, né accettare l’insignificanza o la privatizzazione della religione, ma neppure aggrapparsi e cercare di ritrovare la posizione del passato. Deve invece “affrontare il futuro con fede, fiducia e audacia” nella consapevolezza che, se il cristianesimo non è più la religione culturale, continua però ad essere una religione che, anzi, noi riteniamo la vera religione. Trovandosi oggi accanto alle altre religioni, con esse deve cercare non solo di convivere pacificamente, ma di dialogare e collaborare seguendo le direttive che a partire dal Concilio Vaticano II sono state provvidenzialmente elaborate fino alle recenti indicazioni del magistero: vedi l’enciclica Fratelli tutti (cap. VIII: “Le religioni al servizio della fraternità”). Particolarmente interessante è il capitolo “Dialogo e incontro” (pp. 110-119).
Nella seconda parte del libro, “Perché la Chiesa?” (pp. 71-127), l’A., convinto che la secolarizzazione non è il nemico principale della fede e della religione, mette in guardia dal rischio che la secolarizzazione si radicalizzi in secolarismo e renda la religione un fatto privato che non ha più nulla da dire al mondo: la privatizzazione della religione porta ad emarginare e far scomparire la religione e a svuotare di significato la missione (cfr. p. 71). Per chiedersi quale sia la pastorale più adeguata e la sua missione oggi, l’A. parte dalla domanda radicale: perché esiste e perché è necessaria la Chiesa?
L’A. risponde invitando a recuperare in pienezza l’ecclesiologia elaborata dal Vaticano II fino ai suoi ultimi sviluppi nel Sinodo del 2023-2024. Egli fa notare che la Bibbia non si apre con Abramo e l’alleanza, ma con la creazione dell’umanità (Adam) e solo dopo all’interno dell’umanità Dio si è scelto un popolo per l’alleanza che ha come prospettiva ultima la “nuova creazione” (cfr. Ap 21,1). Dio non s’impegna anzitutto con una religione, ma con l’intera creazione, con tutta l’umanità. E se ha scelto un popolo, l’ha fatto per avere un luogo dove chiunque e sempre possa liberamente incontrarlo, credere in lui e amarlo. Compito o missione del popolo di Dio è di mostrare la bellezza dell’amore di Dio e provocare gli altri, che sono ancora fuori, a sentirsi attratti (“non per proselitismo, ma per attrazione”: Evangelii gaudium 14) alla comunione con Dio dalla bellezza della vita della comunità; la Chiesa è un luogo dove si sente e si ascolta la parola di Dio, dove lo si prega. Lo stile di vita di una comunità di fede deve conformarsi alla vita di Dio stesso, deve diventare dono e condivisione, fraternità e solidarietà: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35).
L’obiettivo finale dell’amore di Dio non è quindi la Chiesa, ma una “nuova creazione”, un mondo nuovo liberato dal peccato e dalla morte (cfr. p. 86). Per questo Dio ha bisogno della Chiesa e la prima preoccupazione della Chiesa è di essere un “segno” che invita tutti alla comunione con Dio, di essere il “sacramento” dell’amore universale di Dio (cfr. Lumen gentium 48). “Già solo con la sua presenza la Chiesa annuncia e proclama la Buona Novella” (p. 87). Ma il segno dev’essere chiaro, non ambiguo, deve segnare senza creare confusioni sulle sue ragioni ultime. Quando il cristianesimo svolgesse la funzione di religione “culturale” rischierebbe di mescolare alla sua ragion d’essere altre finalità (potere, prestigio, imposizione, interessi privati ecc.) e non sarebbe più in grado di rivelare l’amore di Dio, sarebbe un segno contradditorio, come di fatto è successo nella storia della Chiesa, in concorrenza con le altre culture e religioni.
Per la stessa ragione la Chiesa deve restare aperta a tutti; non può chiudersi su se stessa, deve superare ogni forma di autoreferenzialità, deve essere per sua natura una “Chiesa in uscita” aperta, pronta a lasciare il proprio ambiente per raggiungere le periferie del mondo (Evangelii gaudium 20) e condividere “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi” (Gaudium et spes 1). Perciò La Chiesa vuole essere presente nella società, anche nella società secolarizzata. La sua porta deve restare aperta a tutti anche se non entrano; non potrà ridursi a cercare o privilegiare l’intimità del piccolo gruppo; deve trovare un rapporto corretto con il mondo esterno, per vivere con tutti nel rispetto dell’altro e delle sue convinzioni; deve rimanere aperta all’incontro e al dialogo interreligioso, escludendo ogni tentazione di conquistare o convincere nessuno a lasciare la propria religione come era in passato quando credeva di dover cristianizzare il mondo. Nessuna pastorale è degna di questo nome, se non si fonda sul rispetto dell’alterità e dell’altrui libertà.
Oggi non è più ipotizzabile rifare una “religione culturale”. Sarà anzi normale che una religione – anche la nostra! – si trovi in minoranza, magari minacciata o perseguitata; eviterà ogni complesso di inferiorità/persecuzione come pure ogni atteggiamento di superiorità e/o arroganza; ritornerà alla sua natura sacramentale, al suo dover essere segno visibile e verificabile, dell’amore di Dio per il mondo (v. p. 95), secondo la parola di Pietro ai “fedeli dispersi nel Ponto, nella Galazia… nella Bitinia” ai quali scrive: “Voi siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua luce” (1Pt 2,9-10).
Per quanto possa sembrare il contrario, proprio oggi la secolarizzazione ricorda alla Chiesa il dovere di essere missionaria, la ha finalmente liberata e resa credibile nella sua missione evangelizzatrice. Oggi più che mai deve essere missionaria, per rivelare, attraverso la testimonianza della propria fede e della carità, l’amore di Dio per il mondo e offrire una risposta alle domande esistenziali dell’umanità, ed essere per il mondo un segno di vita buona e umana, di luce e speranza, di fronte alle sfide sociali che l’umanità affronta (cfr. pp. 98-99). La Chiesa non è chiamata a fare missione, ma a essere missione e ciò che deve temere “non è essere poco numerosi, ma essere insignificanti” (Papa Francesco a Rabat, 31 marzo 2019). Missione allora non è in primis annunciare il Vangelo a tutti i popoli, ma essere presente ovunque “soprattutto là dove è minacciata l’umanità dell’uomo per testimoniare con le parole e le azioni la vicinanza di Dio, il suo amore e la sua misericordia” (p. 102). La questione quindi “non è se la Chiesa debba essere missionaria, ma come debba esserlo” (p. 104), lontana da ogni volontà di cristianizzare la società, consapevole però che, se essa cessasse di essere missionaria, sarebbe destinata a scomparire (cfr. p. 103).
L’A. chiude il libro con quattro vie per il futuro della Chiesa (pp. 129-132): la Chiesa del domani sarà più umile, più piccola, più professante, aperta a tutti. Questa è la “conversione” cui deve tendere. Quando era una religione culturale, aveva molto potere e molta influenza, ora invece deve seguire lo stile del suo Fondatore, ed accettare di essere una Chiesa umile, secondo lo stile di Gesù (Mt 11,29). Una Chiesa più umile sarà anche una Chiesa più piccola, non necessariamente una minoranza, ma una Chiesa che non pretenderà più d’occupare tutti gli spazi possibili. Sarà così una Chiesa più professante, più evangelica, povera e libera, ben inserita nella società moderna e pluralista che “resiste alla tentazione dell’assimilazione e della dittatura del pensiero unico” (p. 131), ma testimonia “la gioia del Vangelo” (Evangelii gaudium 1). E infine sarà una Chiesa aperta, non per adattarsi a tutte le proposte di una cultura secolarizzata, ma aperta a tutti quelli che cercano Dio, una Chiesa solidale e presente soprattutto dove il mondo soffre. Questi quattro punti sono obiettivi impegnativi che traducono quella “conversione pastorale e missionaria” a cui papa Francesco non cessa di richiamarci (Evangelii gaudium 25). Essa richiede certamente anche delle riforme strutturali, ma prima di tutto e sempre l’impegno per la conversione del cuore.
In conclusione, mi permetto di raccomandare questo libro, breve ma chiaro e completo, a tutti gli operatori pastorali, in particolare ai missionari ad gentes.







