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TANZANIA / SOCIETÀ CIVILE E CHIESA CATTOLICA DENUNCIANO LE VIOLENZE POSTELETTORALI

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La società civile della Tanzania ha reagito fermamente contro le violenze post-elettorali del 29 ottobre 2025 stigmatizzandole come “rappresaglie contro i civili”. Anche alcuni vescovi hanno alzato la voce chiedendo di far luce anche sulle violenze pre-elettorali.

L’arcivescovo di Dar-es-Salaam e presidente della Commissione Giustizia e Pace della Tec (Conferenza episcopale della Tanzania),  , ha condannato, in un’omelia del 9 novembre 2025, l’uso brutale della forza e le arbitrarie esecuzioni capitali extra giudiziali: “La nostra nazione è ferita. Ha perso il suo onore a causa di ciò che è successo durante la settimana delle elezioni. Non ha solo perso l’onore: ha perso dei cittadini uccisi illegalmente. Non c’è pace senza giustizia... Quel che è successo non rispecchia affatto il vero volto della Tanzania”. L’arcivescovo di Mbeya, mons. Gervais Nyaisonga, ha denunciato, in un’omelia del 10 novembre 2025, l’abuso della forza contro i manifestanti da parte delle forze di polizia: “Il maggior numero di morti è stato provocato da armi da fuoco, armi che, secondo la legge, devono essere usate solo da ufficiali formati e sotto giuramento. Tra i morti c’erano bambini, giovani, persone anziane, donne e uomini, persino agenti della sicurezza”. Ha anche invocato più umiltà da parte delle autorità: “L’umiltà non è debolezza, ma la forza di chi riconosce che nessuno può occupare la posizione che solo l’Altissimo merita”.

Queste dichiarazioni, rilasciate prima dell’investitura della presidente Samia Suluhu Hassan, avvenuta il 14 novembre, hanno sicuramente messo pressione sulle autorità affinché rispondano con più responsabilità alla deriva violenta delle forze dell’ordine. Il giorno dopo, i 41 vescovi della Tanzania si sono incontrati per riflettere sulla grave situazione del paese ed hanno reso pubblico il seguente appello: Giustizia e pace si abbraccino. Un appello alla verità, alla vita e alla riconciliazione nazionale. Oltre ad esprimere le loro condoglianze alle famiglie delle vittime, i vescovi condannano le violenze affermando che “nessuna circostanza può giustificare l’uso della forza letale contro cittadini inermi che esercitano i propri diritti costituzionali”. E ancora: “Non ogni protesta è un crimine… Quando i cittadini alzano la voce su questioni che riguardano il loro paese e il loro futuro, devono essere ascoltati, non affrontati con proiettili e violenza”. Inoltre, affiancandosi alle richieste di altre istituzioni civili, i vescovi chiedono un’inchiesta indipendente per “ristabilire la fiducia e guarire la nazione” e “far piena luce su quanto accaduto, identificando le responsabilità e facendo giustizia alle vittime”. Infine, la Chiesa cattolica si dice pronta “ad accompagnare ogni sforzo per un dialogo nazionale”, riprendendo l’appello di papa Leone XIV durante l’Angelus del 2 novembre: “Evitare tutte le forme di violenza e seguire la via del dialogo”.  

L’Amecea (Associazione delle Conferenze episcopali dell’Africa orientale) ha appoggiato la Tec, incoraggiando i vescovi a continuare “voci profetiche per la verità, la giustizia e la riconciliazione, avvocati degli emarginati, fari di speranza nel buio”. Anche il Cec (Consiglio mondiale delle Chiese) ha espresso preoccupazione per l’uso brutale della forza contro inermi cittadini, la repressione dei manifestanti, gli arresti di massa e le restrizioni dei diritti civili, chiedendo un’indagine indipendente e che i responsabili siano chiamati a rendere conto. La Chiesa luterana dal canto suo ha annunciato una settimana di preghiera nazionale per le vittime della violenza, dal 16 al 23 novembre, attraverso il suo presidente, il vescovo Alex Gehaz Malasusa, che ha dichiarato che la sua Chiesa è “profondamente addolorata” per la perdita di vite umane e chiede una riflessione nazionale di fronte ad un “evento così tragico e senza precedenti” nella storia della Tanzania.

Il 15 novembre è stata resa pubblica anche la condanna del Bakwata (Consiglio degli Imam della Tanzania) per bocca del suo segretario Sheikh Issa Ponda. Oltre a condannare le uccisioni di innocenti da parte delle forze di sicurezza, denuncia le non poche irregolarità durante le elezioni. Infine, il Consiglio chiede un’urgente riforma del sistema elettorale e una politica all’insegna della verità e della responsabilità.

Attualmente è ancora difficile un bilancio delle vittime. Gli organismi di difesa dei diritti umani parlano di fosse comuni segrete. Ci sono ancora famiglie che seppelliscono i loro morti e molte altre che continuano a cercare i propri cari scomparsi. Nel frattempo sui network sono sempre più insistenti gli appelli a manifestare tutti uniti il 9 dicembre contro il “regime totalitario” che ha insanguinato il paese.



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