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La Tanzania, paese calmo e stabile, è stato recentemente scosso dal clima politico che si è surriscaldato in occasione delle elezioni del 29 ottobre scorso. Gli osservatori locali e internazionali sono preoccupati per gli incidenti violenti accaduti alla vigilia delle elezioni e protrattisi per almeno tre giorni. L’opposizione politica denuncia più di 700 morti; fonti diplomatiche parlano di 500. La chiusura di Internet, il lockdown e il coprifuoco in tutto il paese hanno reso più difficile l’accesso alle informazioni. Le elezioni sono state precedute da una dura repressione dell’opposizione politica. Amnesty International ha denunciato una vera e propria “ondata di terrore” con sparizioni di persone, arresti arbitrari, esecuzioni extragiudiziarie e casi di tortura. Il leader del principale partito di opposizione – Chadema (in swahili: Partito della democrazia e del progresso) –, Tundu Lissu, è stato dichiarato ineleggibile per essersi rifiutato di firmare un codice elettorale ritenuto insufficiente. Un altro oppositore, Luhaga Mpina, leader del partito ACT-Wazalendo, è stato escluso per cavilli legali. Per questo clima teso che si percepiva nel paese, Belgio, Svezia, Germania e Irlanda si sono ritirati dal monitoraggio delle elezioni. Gli Stati Uniti sono rimasti, ma senza schierare osservatori ufficiali. Le organizzazioni africane che hanno inviato osservatori sono state criticate dal governo per aver osato parlare di “processo imperfetto”. Sicché la presidente, Samia Suluhu Hassan, è stata rieletta con quasi il 98 per cento dei voti. Al potere dal 2021, dopo la morte di John Magufuli, di cui era la vice, è stata inizialmente lodata per aver allentato le restrizioni imposte da Magufuli. Ma poi è stata accusata di aver avviato una dura repressione contro gli avversari politici.

Di fronte a un clima politico così arroventato, il presidente della Tec (Conferenza episcopale della Tanzania), mons. Wolfgang Pisa OFM, ha invitato la cittadinanza alla preghiera affinché il paese conservi la sua reputazione di oasi di pace, “garantita da sistemi forti, istituzioni e leggi giuste, che proteggono tutti i cittadini. Possano prevalere la pace, la giustizia, la verità e la democrazia”. Anche Human Rights Watch, nel suo Report 2025, ha criticato le autorità per l’intensificarsi della repressione. Padre Charles Kitima, segretario generale della Tec, è stato colpito e ferito presso la sede della Tec a Dar es Salaam la notte del 30 aprile 2025. Mons. Pisa ha espresso disappunto per i mancati progressi nell’inchiesta: “Continuiamo a stigmatizzare questo atto vergognoso e malvagio per uccidere padre Kitima. In uno Stato di diritto, i colpevoli dovrebbero già essere stati arrestati e assicurati alla giustizia. Nessun cittadino vuole vivere in una nazione senza pace e sicurezza”.

Già in passato, in una lettera pastorale del febbraio 2018, i vescovi tanzaniani avevano denunciato il governo per la proibizione di manifestazioni pubbliche: “Incontri pubblici, manifestazioni, marce, dibattiti sono sospesi fino alle prossime elezioni. Persino i media sono chiusi o temporaneamente sospesi, limitando così il diritto dei cittadini di essere informati”. Eletto nel 2015 Magufuli, soprannominato anche “bulldozer”, si è dimostrato di un autoritarismo inflessibile. Attivisti e giornalisti sono “desaparecidos” e i loro cadaveri ritrovati sulla riva dell’Oceano Indiano. Rieletto nel 2020, ottenendo abbastanza seggi in Parlamento per far approvare una riforma sul limite dei mandati presidenziali. Negazionista del Covid-19, è deceduto nel 2021, per “problemi cardiaci”. La vice, Samia Suluhu Hassan, gli è succeduta, prima donna presidente in Tanzania.

Anche la Chiesa Evangelica Luterana, con il suo vescovo Benson Bagonza, ha espresso stupore per la situazione politica, ricordando ai leader e cittadini che solo la pace deve guidare il paese: “Come mai siamo arrivati a questo punto? Un leader deve essere calmo, umile e paziente, in grado di impegnarsi, fermare le uccisioni e aprire canali di comunicazione. Deve connettersi con i cuori e le menti; ascoltare di più e parlare di meno. Abbiamo bisogno di una leadership che cura la vita, non fatta di pistole, bombe, manette o litigi…”. Speriamo che questo messaggio sia stato letto e recepito prima dell’interruzione di Internet.

Fa un certo scalpore la situazione attuale di questo paese che ha dato i natali al grande leader Julius Kambarage Nyerere, detto “il Mwalimu” (Maestro, in swahili), fondatore e padre della patria, una delle personalità più importanti dell’Africa moderna. Anche la Santa Sede nel maggio 2005 aveva riconosciuto la grandezza di Nyerere autorizzando l’avvio della sua causa di beatificazione. Papa Benedetto XVI l’ha dichiarato “servo di Dio”. Nell’ottobre scorso, l’arcivescovo di Mbeya, Gervas John Mwasikwabhila Nyaisonga, ha invitato a pregare affinché la causa di beatificazione proceda, quale esempio di santità anche per gli attuali governanti del continente africano.

© Foto: Likumbage/Wikimedia Commons/CC BY-SA 4.0



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