IN CAMERUN RIELETTO PAUL BIYA / ORMAI UN PRESIDENTE A VITA
Il 27 ottobre, il Consiglio Costituzionale ha dichiarato Paul Biya vincitore delle elezioni del 12 ottobre scorso, con il 53,66 per cento dei voti. Biya, 92 anni, è al potere dal 1982, ed è stato rieletto per l’ottavo mandato consecutivo. Diventa cosi il più vecchio presidente in carica del mondo. Triste primato! Il suo principale avversario Issa Tchiroma Bakary, 79 anni, ex ministro del lavoro passato all’opposizione, contesta il risultato e chiama i camerunesi alla mobilitazione. Manifestazioni si sono svolte in diverse città del paese. La repressione da parte delle forze dell’ordine è stata violenta. A Douala, capitale economica del paese, ci sono stati quattro morti. A Garoua, città del nord, due morti. L’arcivescovo di Garoua, Faustin Ambassa Njodo, ha invitato alla calma. Lo stesso hanno fatto diverse autorità internazionali, chiedendo l’apertura di un’inchiesta nei confronti delle forze dell’ordine. Ci sono voluti 15 giorni per elaborare i risultati delle elezioni, mentre nella vicina Costa d’Avorio, due soli giorni (dal 25 al 27). Non è che in Costa d’Avorio le cose siano andate meglio dal punto di vista politico, perché i due più grandi oppositori, Laurant Gbagbo e Tidjane Thiam, sono stati esclusi dalla corsa alla candidatura presidenziale dal Consiglio Costituzionale della Costa d’Avorio. Sicché ha vinto Alassane Ouattara con circa l’89 per cento dei voti. Anche in Camerun il principale oppositore, Maurice Kamto, era stato escluso dalla competizione con motivazioni aleatorie.
Questo lungo lasso di tempo intercorso tra le elezioni e la comunicazione dei risultati è a dir poco sospetto. Sono in molti a chiedersi: “Perché tanto ritardo?”. I risultati ufficiali, infatti, non erano ancora stati annunciati quando Paul Biya ha proposto al suo rivale Tchiroma Bakary di fare il primo ministro. Tchiroma non ha evidentemente accettato. Questo indica la manipolazione in atto e conferma il sospetto che la partita elettorale era già stata decisa anticipatamente.
In Camerun, la lunga attesa dei risultati ha fatto crescere la tensione sociale, che è poi scoppiata all’ufficializzazione dei risultati. La Conferenza episcopale nazionale del Camerun, di fronte al surriscaldamento del clima politico, aveva invitato alla calma, chiedendo alle istituzioni più trasparenza e verità. Il vescovo di Bafoussam, Paul Lontsié-Keuné, in un comunicato del 19 ottobre 2025, ha chiesto che “si rispetti la verità della schede elettorali”. “La dignità dei cittadini – ha scritto – è rispettata solo quando il loro voto è riconosciuto e onorato”. Per la bocca di Andrew Fuanya Nkea, vescovo di Bamenda e presidente della Conferenza episcopale, i vescovi hanno espresso apprezzamento per il fatto che le elezioni si sono svolte “in un atmosfera calma e pacifica”. I vescovi hanno manifestato preoccupazione per“procedimenti e organizzazioni che sollevano dubbi sulla trasparenza e credibilità del processo”; hanno chiesto che le autorità “pubblichino risultati accurati e verificabili”. “I vescovi – si legge ancora nel comunicato – vogliono la pace. I leader arrivano; i leader passano; il paese resta!”. La Conferenza episcopale aveva inviato i suoi osservatori per monitorare la regolarità delle elezioni. Si attendono ancora i loro rapporti. Nel frattempo gli osservatori hanno denunciato irregolarità procedurali e organizzative che ostacolano seriamente il cammino verso la democrazia.
Il Camerun conta 30 milioni di abitanti, di cui la metà sotto i vent’anni. Per cui la stragrande maggioranza dei camerunesi non ha conosciuto altri presidenti se non Paul Biya. Circa il 40 per cento della popolazione vive sotto la soglia della povertà assoluta, mentre la disoccupazione colpisce il 35 per cento della popolazione nelle grandi città. All’Est del paese, nelle Province anglofone, continua la guerriglia separatista che ha già causato miglia di morti e sfollati. All’estremo Nord gli assalti di Boko Haram restano una minaccia costante. Il mancato cambiamento ai vertici del paese genera sfiducia e frustrazione nella popolazione perché scalfisce la legittimità delle istituzioni. Il paese rischia un’escalation delle proteste, soprattutto tra in giovani, che non vedono prospettive di futuro. L’incertezza politica, inoltre, può scoraggiare gli investimenti esteri ed aggravare le condizioni economiche della popolazione. I vescovi terminano il loro comunicato lanciando un appello per la pace, la verità e la stabilità.







