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È indubbio che questa terribile crisi ci abbia trovati impreparati, non solo per la novità, l’intensità e l’estensione, ma anche per il modello debole di welfare che si è imposto negli ultimi due decenni. Lo Stato sociale che ci era stato consegnato dai nostri padri e dalle nostre madri costituenti è stato ridotto e stravolto, passando da un modello democratico, diffuso, partecipato, universalistico ad uno delegato, ridotto e, in gran parte, di mercato. Oggi capiamo con più chiarezza e drammaticità cosa hanno significato gli enormi tagli, soprattutto degli ultimi 15 anni, a sanità, scuola, ricerca e sociale.

Per la sanità alle riduzioni di risorse agli ospedali si è accompagnato il taglio ai servizi di prevenzione e territoriali. Non avremmo avuto i drammi di queste settimane se si fosse realizzata la diffusa “territorializzazione dei servizi” socio-sanitari, e una migliore organizzazione dei servizi di prevenzione e cura a domicilio. Riscopriamo oggi con evidenza, condividendo tanti drammi personali (anche del personale sanitario), come una maggiore diffusione dei servizi territoriali avrebbe potuto evitare molti ricorsi agli ospedali. È sorprendente scoprire che sono considerate oggi come novità servizi come la prevenzione, le cure a domicilio, la telemedicina, che sono in tutti i piani sanitari da oltre vent’anni, quasi sempre senza avere mai avuto risorse adeguate per il loro sviluppo. Così come è avvenuto per la ricerca. 

Così come scopriamo in questi giorni che il nostro sistema di servizi alle persone in famiglia è garantito, da almeno due decenni, da una rete di imprese sociali e di assistenti familiari la cui organizzazione è in gran parte delegata alle singole famiglie. Quanti complimenti alle cooperative sociali che reggono, con grande fatica e capacità di adattamento creativa, alla solitudine delle persone sole e delle famiglie fragili. E le assistenti familiari (badanti) si scopre ora che reggono il quotidiano di tanti nostri anziani soli, spesso senza nemmeno vedere riconosciuto il diritto al loro lavoro. Tutta questa ricchezza dovrà essere riconosciuta come una risorsa da tenere in rete in modo strutturato, garantito, partecipato e progettato in modo condiviso. Ed anche qui sarà bene riprendere quel cammino, che a Parma era stato avviato oltre vent’anni fa, di una “domiciliarità comunitaria” che garantisca alle persone anziane e disabili di potere vivere a casa propria o in contesti di tipo familiare, evitando sradicamenti, solitudini e istituzionalizzazioni, in luoghi separati e concentrati, che vediamo quanto dolore stanno causando in queste settimane. Bisogna scegliere, tenendo al centro la vita e la casa delle persone, la loro rete familiare e amicale. È più complesso, ma com’ è la nostra vita che non può essere delegata ad altri.

Anche l’enorme lavoro che sta facendo la scuola (nonostante gli enormi tagli subiti negli anni) fa capire quanta competenza e passione ci sia nel nostro sistema educativo, ma anche quante persone fragili ne siano escluse o rimangano ai margini. Giustamente si sottolineano le innovazioni e la continuità scolastica di questo periodo, ma non si mettono al centro i tanti che ne sono esclusi per povertà, situazioni familiari, condizioni di vita. Mi fa un po’ paura tanto entusiasmo per questa scuola tecnologica a distanza che perde i corpi delle persone, il loro stare insieme, la ricerca di chi si è perso andando a cercarli dove vive ognuno di loro. È da chi è rimasto ai margini o escluso che la scuola dovrà ripartire, non solo dalle nuove tecnologie. È urgente una scuola più vicina, non a distanza.

Anche in questa crisi alla famiglia, e in particolare alle donne (mamme, figlie, compagne), è stata delegata la difficile e lunga e piena vita quotidiana. È indispensabile che siano tutelati i diritti al lavoro anche delle lavoratrici mamme e che, come sempre, non siano penalizzate le donne. La straordinarietà del periodo dovrebbe garantire tutele e incentivi che finalmente realizzino quel reddito familiare che riconosca la presenza dei figli e il lavoro di cura come componente centrale e riconosciuta di quanto è essenziale per ogni famiglia. Così come servizi educativi che le sostengano.

Questa pandemia ha aggravato la condizione di vita di chi stava già male. Oltre a chi già era nella povertà estrema, chi è isolato (come i carcerati), chi era precario nel lavoro, chi lavorava in nero e senza garanzie, chi era al limite e si è ritrovato disoccupato e nella miseria. Se non ora quando si dovranno riconoscere i diritti di chi sta già lavorando senza nessuna garanzia (a partire dagli immigrati che lavorano per il nostro cibo e nelle nostre famiglie). Sì, con una sanatoria che, come prevede la nostra Costituzione, tenga insieme il diritto alla salute individuale e la salute della comunità. Che renda più sane e sicure anche le condizioni del lavoro. Ed ancora garantire un reddito minimo familiare e automatismi per chi non è in grado di pagare affitti e utenze.

Da questa crisi si potrà uscire solo riducendo le disuguaglianze e con una partecipazione economica diffusa a tutti (come indicato da Caritas insieme al Forum del Terzo settore). Le lodi all’economia civile senza scopo di lucro e alle imprese profit che stanno realizzando una vera responsabilità sociale devono diventare occasioni per rendere strutturali queste scelte. Per tutto il mondo del Terzo settore intanto garantendone la sopravvivenza, ed insieme sostenendone le organizzazioni che solo perché strutturate sono riuscite a fare agire in sicurezza ed efficacia tanti volontari. La regola dei bisogni e non dei profitti individuali dovrebbe diventare regola delle priorità economiche. Anche negli aiuti e negli incentivi per ripartire.

È il tempo di riconsiderare le nostre priorità, partendo da quanto davvero difende il nostro pianeta, riducendo rapidamente e progressivamente le scelte tradizionali di un’economia che ammala la nostra Terra, produce sistemi d’armi e favorisce chi specula sulla finanza. Così come non si può immaginare di chiedere aiuto e solidarietà ad altri (a partire dall’Europa) se insieme non si garantisce di abbattere l’enorme evasione fiscale, combattere l’economia illegale e la corruzione e non si chiede maggiore solidarietà a chi più ha (spesso senza nessun merito personale).

Come comunità ecclesiale non abbiamo bisogno di attendere nuove leggi per vivere un tempo “giubilare” e quanto ci hanno insegnato le prime comunità cristiane (e tante altre nel loro solco) che “stavano insieme e mettevano ogni cosa in comune, vendevano le loro sostanze e le dividevano con tutti, secondo i bisogni di ciascuno”. Pensando sempre nella dimensione mondo, perché la nostra comunità è planetaria e l’umanità tutta sappiamo essere composta da fratelli e sorelle. Con speranza. Senza speranza non c’è futuro.



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