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CAMERUN / L’ARCIVESCOVO DI DOUALA LANCIA UN APPELLO PER SALVARE IL PAESE DALLA SUA MORTE LENTA

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La data delle elezioni presidenziali (12 ottobre 2025) si avvicina e il clima sociale e politico del paese si surriscalda. Al principale oppositore, Maurice Kamto, leader dell’Mrc (Mouvement pour la renaissance du Cameroun), arrivato secondo nelle elezioni del 2018, è stata negata dal Consiglio costituzionale la candidatura alle prossime elezioni. Per questo l’opposizione e la Società civile hanno creato un fronte comune, denunciando la “dittatura” dell’Rdpc (Rassemblement Démocratique du Peuple Camerounais), partito del presidente in carica, che ha instaurato un regime che dura da 43 anni, con Biya, 92enne, che si candida per l’ottava volta, bloccando così ogni alternanza pacifica attraverso le urne. 

Questa denuncia ha portato all’arresto di 54 oppositori, una ventina ancora detenuti, senza conoscerne il motivo. Fanno parte di movimenti e partiti che hanno manifestato la loro indignazione per aver impedito la candidatura di Kamto. Una situazione scandalosa di “non diritto”, soprattutto dopo che il Consiglio costituzionale aveva avvallato la candidatura di altri 12 pretendenti alla presidenza, escludendo Kamto, considerato l’ostacolo maggiore alla rielezione di Paul Biya. In effetti, Biya non ha mai messo in discussione la sua successione a se stesso. Facendo uso della repressione o della cooptazione nei confronti di chi tentava di prendere il suo posto. Ultimamente ha delegato molto a personaggi del suo cerchio ristretto, facendo rimpasti di governo, ma anche nelle alte sfere dell’esercito, per frantumare qualsiasi velleità di cambiamento. 

In questo clima preelettorale, ha fatto sentire la sua voce anche l’arcivescovo di Douala, mons. Samuel Kleda, il 10 agosto scorso, con una lettera pastorale sul clima sociale del paese. “Salviamo il nostro paese dalla sua morte lenta”, ha scritto. La lettera sottolinea l’importanza dell’appuntamento elettorale presidenziale, ritenuto un passaggio fondamentale per immaginare “una nuova società fondata sulla pace e la giustizia”. “Il nostro paese è malato”, scrive l’arcivescovo, e “i suoi dirigenti sembrano non sapere più cosa fare”. “La loro testardaggine nella conduzione del paese è inquietante […]. Abbiamo il dovere di segnalare i segni premonitori di una morte lenta del Camerun”. 

L’arcivescovo ha stilato una lista di malesseri che da tempo corrodono il paese: cattivo governo, corruzione, democrazia travisata, povertà generalizzata, disoccupazione, emigrazione clandestina dei giovani, degrado della rete stradale, difficile accesso all’acqua e all’elettricità, gestione opaca dell’estrazione del petrolio e di altre risorse, ingiustizie nello sfruttamento delle miniere, crisi nella parte anglofona del paese e mancanza di sicurezza nell’Estremo Nord. “Molte volte abbiamo denunciato la corruzione nel nostro paese senza registrare alcuna presa di posizione efficace da parte dei pubblici poteri”, scrive ancora l’arcivescovo, che constata invece “un tenore di vita eccezionale dei membri del governo, mentre una gran parte dei cittadini muore di fame”. 

Mons. Kleda, nella sua lettera, afferma che “il cittadino non è più in cima ai pensieri dei dirigenti; l’accento è posto sull’individuo, sul clan, sull’etnia, sulla lobby. La democrazia è inquinata da violenza istituzionale, intimidazioni, mancanza di trasparenza, di verità e giustizia”. Il rispetto dei diritti umani non è più garantito. Per cui diventa “moralmente inaccettabile organizzare elezioni i cui risultati sono già conosciuti […] e la cui ammissione dei candidati è circondata da sospetti e controversie”. Allusione quest’ultima all’esclusione di Kamto. L’arcivescovo invita poi i cittadini all’alternanza, richiamandoli però anche alla responsabilità nella trasformazione della mentalità, dei comportamenti e delle pratiche per costruire un Camerun migliore. Infine, invita tutti i camerunesi a “non scoraggiarsi e ad esplorare vie nuove per salvare il paese”.



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