UNA SOLA FAMIGLIA IN CRISTO - Prima parte

«Ci avete fatto sentire come una grande famiglia e questa è una sensazione che non si dimentica facilmente».
Mirela è una delle ragazze del grest vissuto a Qelëz da alcuni giovani del gruppo che quest’estate si è recato in Albania, in particolare a Pukë, villaggio sulle montagne del nord. Al rientro in Italia scrive a noi animatori un messaggio direttamente dal cuore, di cui questa è la frase più significativa. Leggere queste parole infatti non può che essere fonte di grande gioia per un gruppo di giovani missionari saveriani che da anni cerca di vivere nelle esperienze dei campi estivi (e non solo) il motto del fondatore Conforti: «fare del mondo una sola famiglia in Cristo».
Ho l’occasione di scrivere questo articolo nei primi giorni di rientro al lavoro, con la stanchezza che si fa sentire e che forse viene anche da un’estate passata più in missione che in vacanza. Ma come l’anno scorso se il fisico è provato, il cuore è pienamente rigenerato e soddisfatto di questa scelta e di nuovo dopo tre giorni di lavoro il desiderio di mollare tutto e tornare in Albania è forte (non che sia difficile dopo due infiniti collegi docenti in poco tempo).
Ritorno con la mente alla Messa celebrata a Tavernerio prima della partenza, quando, per rispondere alla domanda di Padre Carlo “Cosa ti spinge ad andare in Albania?” durante l’omelia, la mia risposta è stata: parto per sentire una presenza che mi abbracci e con il desiderio grazie ad essa di essere una persona che sorride davvero.
Ripensando oggi all’esperienza ritrovo nei ricordi molti abbracci o comunque dei momenti di incontro aperto che mi hanno stupito perché raccolti in pochi giorni e partendo da fattori di chiusura, prima la barriera linguistica. Il motivo di tanta grazia è nelle parole di Suor Lule, suora albanese del convento di clausura delle Clarisse di Scutari che abbiamo incontrato all’inizio e alla fine dell’esperienza albanese: «Avete dovuto usare poche parole ma molti gesti, perciò siete tornati a una “comunicazione disincrostata”». Anche nelle riflessioni scritte nel quadernino quotidianamente rileggo questi episodi come possibilità per la vita missionaria e quindi nella vita quotidiana di sentire l’abbraccio di Dio nell’apertura sorridente agli altri oltre ogni barriera, da quelle “semplici” come quelle comunicative, a quelle più difficili che il mondo che viviamo spesso ci mette davanti o che magari addirittura noi stessi ci costruiamo dentro.
Suor Sonia, madre superiora delle Clarisse di Scutari, ci sprona dicendo che «è possibile essere persone di speranza anche quando c’è tanto buio» e personalmente aggiungo soprattutto quando le ombre arrivano a coprire ciò che abbiamo dentro, come mi è capitato quest’anno in cui ho atteso tanto il 6 agosto certo di trovare luce in missione, dopo diversi eventi scuri dell’anno trascorso.
E subito le parole di suor Lule nel primo incontro nel convento delle Clarisse sono un raggio di luce che si apre un varco tra le nuvole intorno al cuore: «In Albania durante la dittatura comunista mancava tutto ma non c’erano suicidi o depressioni, oggi al contrario non manca nulla ma molti giovani soffrono la depressione o si suicidano. Questo spesso accade perché non sappiamo usare tutte le cose che abbiamo, perché queste impediscono di parlare con Dio, fino ad essere perseguitati da quello che abbiamo, come ad esempio l’ossessione del lavoro: nuovo regime che opprime la famiglia. A spiazzare, però, è il finale del discorso di Lule, che rivolgendosi direttamente a noi ci dice: «voi però siete fortunati, perché anche voi siete perseguitati eppure avete scelto di essere qui: non siete normali!». E tutti ci siamo guardati sorridendo, perché gli anni di missione del gruppo M6 hanno reso chiaro a tutti quanto possa essere bello non essere normali.
Anche suor Maximina, sorella rwandese delle Missionarie della Carità di Pukë, gioca un carico quando ci regala la sua testimonianza: «Ho scelto una vita di sacrificio e semplice perché è quella che dà felicità». E alla domanda di uno di noi se abbia mai avuto dei dubbi risponde con un «no!» secco e la sua proverbiale risata. E la sister continua: «Non ho scelto la vita religiosa per avere una vita facile»; «Quando mi ritrovo in un conflitto mi ricordo quello che mi hanno detto i miei genitori quando li ho salutati l’ultima volta prima di partire per il noviziato: io sono qui per seguire Gesù, non ciò che ha provocato il conflitto». Un insegnamento che rimane per la vita missionaria e quotidiana di fronte a conflitti o difficoltà di ogni tipo.
All’inizio dell’esperienza, perciò, la Speranza non manca perché, continua suor Lule: «Noi siamo fatti per amare, perciò io sono felice perché Dio mi ama. Noi siamo fatti per Dio e per questo siamo fatti per amare, perché grazie a Lui capiamo che l’altro non si usa, si ama». E di nuovo suor Sonia chiosa perfettamente: «Dio c’è per sempre, il male ha una fine».
Un grande aiuto arriva nel corso di tutta l’esperienza anche dai compagni missionari, in particolare durante le condivisioni, quando a un certo punto Saverio si chiede: «Chi può insegnare meglio ad essere smarrito degli smarriti?». Subito mi domando: «ma sono davvero smarriti?»; la risposta viene sempre dalle parole di Saverio «“Smarriti” non vuol dire soltanto essere persi, ma significa anche essere capaci di farsi guidare dal Mistero» perché «nello smarrimento Dio ti viene a chiamare».




