Tre mesi là, tre mesi qua. Il mio dopo

Sono passati tre mesi dal mio ritorno a casa eppure non passa giorno senza che io pensi a qualche persona o momento vissuti in Thailandia. A differenza del mio primo ritorno, questo ritorno a casa è stato molto sereno e pacato. Sono partita con una grande serenità, seppur con la lecita tristezza di abbandonare qualcosa di molto caro. Sono tornata a casa con una carica nuova e un grande entusiasmo di ritrovare quello che avevo lasciato in sospeso prima di partire ma anche con molti buoni nuovi propositi. Tre mesi è stato un tempo perfetto per dare modo alle cose e situazioni di fare il loro corso e alle emozioni di sedimentare. Prima di ripartire mi sentivo come sotto un albero a guardare con gola i frutti ancora acerbi dell'esperienza. Ora sento che quei frutti sono maturati e che sono riusvita a coglierne quanti più potevo.
Ma ecco cosa mi ha colpita di più: come la vita scorre nelle baraccopoli (o slums o favelas). Sono state molte le domande che mi sono sorte vedendo situazioni estreme di igiene e povertà. Siamo entrati in baracche dignitose seppur fatiscenti, con i pavimenti di puro asfalto o a 10m dal guardrail dell’autostrada, i rumori assordanti a qualsiasi ora del giorno e della notte ma ordinate e a modo loro pulite e dignitose. Ma siamo stati anche in baracche con tetti e pavimenti rotti, con l’odore di urina così pungente da non riuscire a starci, con i ratti che camminavano sopra le nostre teste e cumuli di immondizia e oggetti accatastati intorno a noi. Inutile parlare di gabinetto… un lusso che non tutti hanno in casa.
Ma lì dentro ci vivono delle persone! Ci vivono anziani soli, malati che passano la loro vita a letto, bambini, famiglie disastrate. E loro non meritano la nostra stessa dignità? Non dovrebbero godere dei nostri stessi diritti? Perché loro erano lì e io invece di fronte a loro ad osservarli con sguardo critico? Essere lì è stata una mia scelta e stava solo a me scegliere se preferivo accorgermi delle persone sedute per terra davanti a me o dare più importanza allo sporco che avevo intorno.
E così mi sono messa alla prova, mi sono scoperta e ho iniziato ad entrare nelle loro case scalza (seppur con i miei limiti e con una totale ignoranza della lingua). Non solo scalza delle mie ciabatte ma scalza di tutti i miei pregiudizi e le mie paure. Ho smesso di vedere le baracche e ho iniziato a guardare le persone, come noi, con le stesse fragilità, con gli stessi bisogni e sogni. Non è vero che “con niente sono felici”, non è vero che “non hanno niente eppure sorridono sempre”, non è vero che “quei bambini si divertono con poco… altro che i nostri!”. Sarei curiosa di vedere se un bambino di una baraccopoli rinuncerebbe ad una bella playstation perché tanto “lui si diverte con poco” o se un anziano rifiuterebbe una cena golosa in un ristorante o una bella casa perché “io con niente sono felice”.
Ma soprattutto chi siamo noi per decidere cosa si nasconde dietro ad un sorriso o un gesto di ospitalità? Smettiamo di vedere quello che vorremmo vedere e iniziamo a prestare attenzione alle persone che abbiamo davanti. Che vivano esse in una baracca fatiscente asiatica o in una bella casetta con giardino europeo.
Dentro quelle baracche ci sono persone che soffrono la fame, l’umidità, la povertà, le malattie, che si preoccupano ogni giorno di avere i soldi per mandare a scuola i loro bambini, che sono disperate perché non hanno i soldi per poter pagare le cure delle loro malattie, che ci ringraziano con occhi tristi per la nostra breve compagnia perché i figli non vanno mai a trovarli. Nonostante questo noi abbiamo sempre trovato ospitalità e disponibilità a dialogare e rispondere alle nostre domande. Così io ho vissuto le baraccopoli.
E adesso che sono qua devo ricordare a me stessa la stessa cosa: non è perché una persona ha tutto che fa di lei una persona felice. Questa esperienza mi ha insegnato a guardare oltre le cose, ad ascoltare prima le storie delle persone e ad apprezzare le piccole cose di ogni giorno: i gesti sinceri e le relazioni sane ed arricchenti. Mi ha lasciato la voglia di mettermi in gioco, di scoprire di piú del mondo e di me stessa, mi ha messo voglia di ripartire ed andare oltre, verso altre storie, altri luoghi, altre persone.
Un grandissimo grazie va ai padri saveriani che mi hanno accolta, ospitata e mai fatto mancare nulla, a padre Alex in particolare che ammiro tantissimo per la sua forza carismatica. A tutti i ragazzi che hanno camminato con me: Bibi, Marilou, Tipp, Chanon, Pao, Ekkalak, Krumai, Brother Vee, Lucas, Carlota, Lorraine, Clarisse. Infine David, Paco e Felipe che mi hanno aperto le porte verso la Fazenda da esperança, la mia prossima avventura.




