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AMATI AMANTI, ALLA RICERCA DELLA MISERICORDIA DI DIO

AMATI AMANTI, ALLA RICERCA DELLA MISERICORDIA DI DIO

01 Aprile 2016

Quando si parla di famiglia è facile pensare, anche senza pensarci, in particolare al rapporto di coppia, in particolare agli inizi, quando ancora la luna di miele splendeva piena nel cielo. Ma la famiglia è una esperienza lunga, una vita, e ha molti volti.

Nella ricerca di icone bibliche per illustrare il tema di questa giornata, ho trovato il racconto della figlia di Giairo e dell’emorroissa, racconto che solo in parte parla di una famiglia, che solo in parte si svolge in una casa, e che non parla né di amore né di misericordia. Questo tema appare nel racconto precedente, quello dell’indemoniato di Gerasa, a cui Gesù alla fine dice:

“Va’ nella tua casa, dai tuoi, annuncia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per te”.

Per chiarire meglio l’argomento di oggi, occorre forse anche cercare di cogliere come si articolano le due forme del verbo amare presenti nel titolo. L’accento si dovrebbe porre sul participio presente, che assumerebbe la funzione di predicato, qualificato poi dal participio passato: “Amati amanti”, oppure viceversa: “Amati amanti”?

Scegliere non è facile, e forse le due interpretazioni sono vere insieme. Propenderei per la seconda.

Tornando al racconto, l’intreccio delle due storie pare casuale, ma un dettaglio minore, il numero dodici, suggerisce di cercare se siano presenti delle similitudini. Della donna che ha perdite di sangue il narratore non dice niente. È sempre stata malata? Oppure la sua malattia è cominciata dopo il matrimonio? Dove ha trovato i soldi per cercare di curarsi, per così lungo tempo? Soldi del padre, o soldi del marito? Era davvero così sconosciuta alla gente del luogo? Se fosse così, protetta dall’anonimato, non avrebbe avuto paura a toccare il mantello di Gesù, rendendolo impuro. In ogni caso, questa donna è una vita spezzata: un grembo, fonte di vita, per il cui calore avrebbe dovuto germinare il fiore di una nuova vita, che diventa fonte di morte, innanzitutto per colei che lo porta, sola, o forse abbandonata, esclusa perché stabilmente impura, con su di sé la maledizione della sterilità.

Quali siano le motivazioni più profonde che la spingono a toccare il lembo del mantello di Gesù per essere guarita, non è dato di sapere.

Di sicuro la fiducia è un frutto dell’amore, del riporre le ultime residue speranze in quell’uomo. Che si gira e la cerca, perché si sente toccato nel cuore e nello spirito, spirito che non è riuscito a trattenere ma è andato in lei e l’ha guarita. È anche difficile immaginare il tumulto di sentimenti con i quali quella donna si getta ai piedi di Gesù e gli dice tutto. Sicuramente, mista al pudore e alla paura, c’è anche gioia per la guarigione e per poter finalmente vivere rappacificata con se stessa e con gli altri.

È comunque sorprendente quanto Gesù le dice: “Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace”. Egli le riconosce come a lei appartenente la fede con cui lo ha toccato; ma la chiama figlia. Figlia è colei a cui si dà la vita e con la vita tutto quello che nella vita è nascosto. Gesù le attribuisce come suo quell’atto che viene in lei da lui, padre della sua vita. Figlia, la mia vita ti ha salvato, la mia vita in te è la tua salvezza. E la tua fede in me mi dice che essa è davvero tua. Perciò: “Figlia”. Chissà quali saranno stati i sentimenti di Gesù a ritrovarsi davanti una donna, forse sua coetanea, e scoprire di averla come figlia, trovarsi in qualche modo a sua volta generato da lei come padre.

L’amore a cui l’amante e l’amato insieme appartengono, appartenendosi.

È anche possibile cogliere un intertesto sorprendente. Anche Rut, la straniera, va e si corica ai piedi di Booz, e gli chiede di stendere su di lei il lembo del suo mantello. E anche Booz la chiama due volte: “Figlia mia” (cf. Rut 3, ).

L’arrivo dei messi di sventura riporta il racconto al suo primo asse, che sembra essersi spezzato. La giovinetta è morta. Di fronte al padre affranto dal fallimento della sua preghiera, fallimento rinforzato anche dagli amici (amanti? amati?), Gesù gli chiede solo di continuare ad aver fede, di continuare a stare aggrappato al lembo del suo mantello come quella donna disperata. Giairo la fede ce l’ha già, la deve solo mantenere, indirizzandola sul termine giusto, sul Maestro al quale si è rivolto (anche qui, con quale motivazione nascosta?). Il racconto procede poi veloce verso la risoluzione, affrettato dalla reazione di Gesù alla fretta che tutti hanno di celebrare il funerale.

Marco ricorda la frase in dialetto galilaico con cui Gesù risveglia la ragazzina e la dona ai genitori, non senza raccomandare loro di darle da mangiare. E solo alla fine aggiunge il particolare dell’età, che apparendo improvviso, improvvisamente getta una luce nuova su tutto l’intreccio. Per alzarsi e camminare non è necessario avere dodici anni. Ne bastano di meno. Ma dodici anni è il tempo in cui una bambina diventa donna, capace di dare la vita. Ecco il parallelismo: come la sua sorella maggiore, anch’essa, invece che fonte di vita diventa preda della morte, e suo padre, che le ha dato la vita, è impotente a conservargliela. Gesù si rivela come il vero padre di quella bambina, padre di quella vita che Giairo desiderava donarle, senza riuscirci.

In questa seconda parte del racconto Gesù si pone al cuore della vita familiare, al centro del rapporto che lega genitori e figli perché ha legato i genitori tra loro. Egli rivela se stesso come la vita di tale rapporto, in tutte le sue dimensioni ed età

Certo, Marco parla di Gesù, e lo presenta salvatore universale, perché fonte di vita, sia dei pagani (l’emorroissa) che dei giudei (la figlia del capo della sinagoga). Ma è anche vero che qui Gesù è presentato come fonte di quella appartenenza che rende possibile l’amare in tutte le forme e stagioni della vita familiare. Egli accoglie coloro che si rivolgono a lui, e condivide con loro quanto ha di più prezioso, abilitandoli a viverlo a loro volta. Per questo Paolo può raccomandare come sintesi delle sue esortazioni: “Accoglietevi perciò gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio” (Rm 15,7)

Questo brano non insegna come accogliere, prendersi cura, donare, perdonare…

Ma di sicuro mostra, da una parte la radicale impotenza umana a sanare quella malattia mortale che la vita porta con sé; dall’altra mostra cosa fare perché in noi scorra l’amore senza limiti che Gesù viene a condividere, con delicatezza, rispetto e discrezione. Egli è già in casa, perché l’Amore muove il sole e le altre stelle; e tuttavia bussa, attende che gli si apra la porta, e si scopra di aver aperto con la forza delle sue mani.

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