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Vittorio Faccin, il beato di Villaverla

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A marzo, abbiamo riportato l’evento del comune di Rosà, che ha assegnato un riconoscimento al loro concittadino p. Giovanni Didoné. L’altro nuovo beato della diocesi di Vicenza è fratel Vittorio Faccin di Villaverla. Con p. Didoné, p. Luigi Carrara di Bergamo e un presbitero della diocesi di Uvira, don Albert Gilbert, sarà riconosciuto beato il 18 agosto 2024, in Congo RD. Sono i tre presbiteri e un fratello uccisi il 28 novembre 1964 nelle missioni di Baraka e Fizi, nei primi anni dopo l’indipendenza del Congo (1960). Tutti e quattro hanno scelto di rimanere al loro posto nella fedeltà alla scelta fatta di amore a Cristo Gesù e nella fedeltà alla gente bisognosa di aiuto e di speranza.

Fratel Vittorio Faccin era nato il 4 gennaio 1934 a Villaverla, ma non è l’unico missionario saveriano di questa illustre cittadina. Ricordiamo: p. Giuseppe Marzabotto, p. Mario Munari, p. Flaviano Pisani, p. Giuseppe Rabito, p. Marino Rigon... Qui Vittorio ha vissuto la sua infanzia, ma poi con la famiglia si è trasferito a Nonantola, nella periferia di Modena. Era il terzo di sei figli di Giuseppe e di Giuditta Zanin, persone semplici e di grande fede.

A sedici anni è entrato nell’Istituto dei Missionari Saveriani a Cremona, dopo aver terminato le scuole primarie e aver aiutato il padre per quattro anni nel lavoro dei campi. All’origine della sua scelta missionaria, c’era un animo sensibile per i poveri nel mondo. Sognava l’Africa, descritta più volte dai missionari di ritorno dalle missioni. Immaginava fiumi maestosi, laghi imponenti, foreste impenetrabili, pianure estese, montagne vulcaniche... Soprattutto desiderava incontrare in quel continente la gente povera ma gioiosa e accogliente. 

A Cremona e poi a Piacenza, si prepara alla missione come fratello e nel 1952, a diciotto anni, fa la sua prima professione religiosa missionaria. Dopo un servizio di sette anni in Italia, il 3 dicembre 1959, a venticinque anni, parte per il Congo Belga, oggi Repubblica Democratica del Congo. Al suo arrivo, scrive in una delle prime lettere alla famiglia: “Miei cari genitori, non potete immaginare la gioia del mio cuore di trovarmi qui, di poter dare qualcosa di me stesso a coloro che non sanno quale sia il dono che il Signore ha fatto a noi nel farci cristiani" (20 dicembre 1959). Ha la gioia di stare con gli alunni della scuola vicina alla missione: “Ogni sera parlo con gli studenti e con loro rido di gusto”. Ha la gioia di godersi lo splendore della natura africana: “L’essere nel cuore dell'Africa mi sembra un sogno, tanto è bello il posto dove mi trovo!... Nel mezzo di questa natura si vede di più la manifestazione della grandezza di Dio”.

Fratel Vittorio Faccin con i genitori, i tre fratelli e la sorella, a casa.Ha la gioia dei safari, i viaggi sulle montagne a 2000 metri, in visita dei villaggi. A sera inoltrata, in una capanna, seduto su un letto di stuoie e con un notes sulle ginocchia, alla luce di una lampada a petrolio, scrive: “Desidero condividere con voi la mia gioia e a mia felicità” (8 giugno 1960). Arrivando a casa dopo una quindicina di giorni di assenza per la visita ai villaggi, scrive: “Ho percorso centinaia di chilometri con venti ore di cammino. Questo è il periodo più bello della mia vita” (23 giugno 1960). Il suo entusiasmo non si limita all’euforia del primo arrivo in Africa, ma regge anche dopo cinque anni di vita missionaria e nelle difficoltà. Chiuso in prigione nel febbraio 1963, scrive ancora ai suoi parenti: “Nel cuore ho provato una grande gioia, perché entro nel gruppo (l’ultimo della fila) di coloro che testimoniano la fede”.

Qualche mese dopo il suo arrivo, scrive dalla sua missione: “L’Africa ha bisogno di essere amata, ma dall’amore di Cristo; non deve essere amata perché ha molto oro o altre ricchezze” (24 giugno 1960).
Nel villaggio ci sono state liti con l’uccisione di due persone. Vittorio candidamente si stupisce: “Qui a Baraka, l'altra notte, per la ripartizione del terreno, si sono picchiati tra loro. Due uomini sono stati uccisi a colpi di lancia. Non capisco, perché sono così simpatici, quando parlo con loro” (10.01.61).

Ogni giorno, con giovanile generosità, vive accanto alla popolazione e partecipa agli avvenimenti del paese. Scrive: “La maggior parte dei cristiani ha dai venti ai trentacinque anni. C'è solo un piccolo gruppo di anziani. Invito tutti a pregare per rimanere sempre fedeli, specialmente in questo tempo molto difficile. Stanno infatti per ottenere l’indipendenza e si trovano in un crocicchio di molte strade e loro non sanno quale prendere” (2 maggio 1960).
Con loro si sente fratello. Con empatia si mette al loro posto: “Noi siamo troppo esigenti. Noi italiani saremmo disposti a rinunciare alle nostre abitudini, alle nostre tradizioni e anche alla nostra religione, per seguire la religione di stranieri, che non hanno mai amato il colore della nostra pelle?” (5 aprile 1962).
Ama i congolesi e mai, anche nelle brutalità sofferte, esprime parole di lamento o di disprezzo per le umiliazioni subite. Cerca sempre di capire e di giustificare. Nell’ultimo anno, quando i soldati hanno il compito di sorvegliare i missionari come prigionieri, ha per loro parole di comprensione: “Sono tutti bravi ragazzi. Ma, peccato, sono condizionati dalla dottrina cinese”.

Vittorio è fratello, cioè è semplicemente un missionario religioso con i voti, senza l’ordinazione sacerdotale per la celebrazione dell’Eucaristia. Come fratello, coltiva una profonda spiritualità, che troviamo nel suo diario: “Nella preghiera, Gesù mi ha fatto capire che è meglio che sia io sacrificato a lui, che Lui immolarsi nelle mie mani” (Murhesa 2 settembre 1962). Ha 28 anni, quando scrive la fase decisiva della sua vita e la scrive in occasione della professione perpetua missionaria.

Dopo i primi tre anni di esperienza in Congo, si offre “totalmente e irrevocabilmente a Dio per la missione”. Se il presbitero offre nell’Eucaristia il sacrificio di Cristo, Vittorio, semplice religioso, offre sé stesso come pane spezzato per tutti, come vino versato per la salvezza del mondo: “Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue”. In passato, nel suo desiderio di servire la missione, aspirava a diventare prete, ma gli è stato consigliato di consacrarsi come semplice fratello, a causa del suo ritardo negli studi. Con l’illuminazione dello Spirito vive nella spiritualità il dono di sé e il servizio della missione, che lo porta ad affermare: “Sono il pane dell’Eucaristia! Nella preghiera, il Signore, che mi ha fatto conoscere la mia vocazione, mi ha chiamato a seguirlo, mi ha anche dato la grazia di camminare dietro di Lui fino in fondo”. [continua]



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